Architettura

MieSeagraMieS

Il film 2001: Odissea nello spazio di Kubrick si apre con la famosa scena degli uomini-scimmia che, “ispirati” dal misterioso monolite nero, scoprono di poter usare gli oggetti per cacciare e combattere – si apre quindi per loro la fase evolutiva che li porterà a colonizzare lo spazio.
Nel 1958 un altro monolite nero compare al centro di New York City e gli architetti scoprono che il grattacielo non è solo un edificio destinato allo sviluppo verticale del territorio, ma può diventare un punto nevralgico della città e un simbolo strettamente legato al design e al prestigio di un luogo: è il Seagram Building, uno dei grattacieli più imitati degli ultimi cinquant’anni (tanto che a NYC è facile distinguere fra una fase pre- e post- Seagram, con innumerevoli tentativi di imitazione) e quello che il critico Herbert Muschamp del New York Times ha definito come “il più importante edificio del XX secolo”.

grattacieliDa sinistra a destra: fotogramma del film “2001 – Odissea nello spazio”; Seagram Building; Millennium Hilton Hotel.

Eppure questo è stato forse l’edificio più controverso di Mies, osannato da alcuni ma osteggiato da numerosi altri, non ultimo Zevi, che lo considerava come un passo indietro verso l’immobilità del classicismo. Il parallelepipedo bianco del Palazzo delle Nazioni Unite (di pochi anni prima) e il parallelepipedo nero del Seagram Building (quasi un simbolismo metafisico di “sale e pepe” in salsa architettonica) alterano in maniera significativa la concezione del grattacielo newyorkese (tradizionalmente a gradoni – chiamato “torta matrimoniale” o “Ziggurat”) e quindi di tutto il mondo.
Da tempo architetti, sociologi, urbanisti, giornalisti e tuttologi, con profusione di scritti e polemiche, si sono chiesti le ragioni che spingono l’umanità a concepire edifici a forma di torre ed il dibattito permane ancora oggi (ricordiamo le vicissitudini della Commissione Grattacieli romana con annessi grattacieli “DynaTAC” di Libeskind oppure il calvario del City Life di Milano): necessità difensive, simbolo di potenza, invidia del pene, simulacro religioso, estrema ratio della densificazione.
Un fatto è certo: il Seagram rappresenta una delle architetture più significative del XX secolo ma raramente compare nei testi critici come riferimento. Al massimo gli vengono dedicate poche righe, come a voler sottolineare l’estrema elusività dell’opera.

1) Ossessione cartesiana

Costruire una città in America significa seguire la “nuova urbanizzazione” di stampo geometrico che i colonizzatori hanno mutuato dal vecchio continente: il reticolo cartesiano è imposto a priori e non può essere modificato, tanto che la scacchiera, decisa a tavolino dalla burocrazia, spesso impedisce di trovare un adattamento alla forma dei luoghi (montagne, corsi d’acqua, paludi vengono trattate allo stesso modo). La Land Ordinance di Jefferson del 1785 trasforma il reticolo in uno strumento universale per suddividere qualunque superficie: una città, un territorio agricolo, uno Stato, un continente. La maglia, orientata secondo i meridiani e i paralleli, è composta da celle di 16 miglia quadrate, suddivisibili in 2, 4, 8, 16, 32 e 64 parti.

Il sistema di divisione del territorio in lotti quadrati adottato dal Congresso americano.

Il liberismo americano trova così la sua concreta applicazione in un governo del territorio reso “neutro” e quindi a tutti gli effetti “democratico” e se vogliamo eminentemente “pop”, dato che si basa su concetti fondanti quali la ripetizione e la serialità dei lotti. Koolhaas afferma che “la Griglia è soprattutto una speculazione concettuale. Nonostante la sua apparente neutralità, implica un programma intellettuale per l’isola: nella sua indifferenza verso la topografia, verso quello che già esiste, rivendica la superiorità della costruzione mentale sulla realtà. Attraverso il disegno delle sue vie e dei suoi blocchi annuncia che la propria ambizione è la sottomissione della natura, se non addirittura la sua cancellazione.Tutti i blocchi sono uguali fra loro; la loro equivalenza invalida da subito tutto il sistema di articolazione e differenziazione che ha guidato il disegno delle città tradizionali” [1].
La “griglia” crea dunque uno spazio omogeneo, difficile da misurare e comprendere in mancanza di un “metro” di misura, proprio perché indifferente. Ma di questo parleremo in seguito.
Quello che vorrei sottolineare è l’utilizzo della griglia ortogonale in quanto sistema dell’anti-memoria: come afferma Eisenman riguardo al metodo dello “sterro” presentato per il Block 5 di Berlino, la griglia di Mercatore “è un pattern geometrico universale, senza storia, luogo o specificità” [2].

Schemi compositivi analitici di Eisenman.

Non è quindi un caso che lo stesso rigore geometrico percorra gran parte del movimento moderno dell’architettura, anch’esso volto a dimenticare il passato; Mies sbarca in America e trova in New York City un terreno già predisposto ed affine all’istanza razionalista. Giedion ricorda come l’architettura “dovette, come la pittura e la scultura, ricominciare tutto da capo. Dovette riconquistarsi i mezzi più ovvi, come se in precedenza non fosse accaduto nulla” [3].

Il pragmatismo americano si fonde con l’ispirazione trascendente che ha guidato l’architetto fin dalle sue prime creazioni. Mies in America trova quindi terreno fertile per corroborare l’istanza rigorosa e geometrica che nelle sue architetture europee rimaneva pur sempre “sottotraccia” e latente: viene esasperata la composizione mediante griglie geometriche, la simmetria assume un ruolo dominante, l’angolo retto diviene una necessità cui è impossibile sottrarsi. Il progetto che inaugura questa stagione è il progetto per il campus dell’ Illinois Institute of Technology (ITT): per la prima volta utilizza la griglia formata da un modulo quadrato di 24 piedi, la quale diventa il metodo con cui stabilire un ordine a scala architettonica ed urbanistica, astraendo così del tutto la progettazione dall’ambito reale a quello cartesiano, ideale.

Planimetria del Campus dell’ Illinois Institute of Technology disegnata da Mies van der Rohe.

Vilma Torselli fa giustamente notare come “la semplificazione linguistica che Mies mette in atto è estremamente sofisticata, muove alla ricerca di un essenziale universale ed indifferenziato che porta necessariamente verso un risultato di carattere generale che qualcuno potrebbe a ragione trovare anonimo: Mies va infatti, consapevolmente, verso l’anonimato, con una radicale riduzione di ogni carattere e di ogni tipicità, eppure basta uno sguardo per riconoscere la sua personalissima impronta in un impianto architettonico, in una quinta di muro, in un incastro di linee” [4]. L’architettura di Mies è “pura astrazione geometrica”, fatta di superfici bidimensionali e priva di ogni orpello estetizzante (ricordiamo il famoso motto “less is more”).
In questa breve analisi è racchiusa l’essenza di gran parte di ciò che viene chiamato “Movimento Moderno” (o almeno l’anima più geometrica di questo movimento, quella razionalista) – declinato popolarmente in “International Style”.

Ma il razionalismo nasconde una dura verità: quello che Mehaffy e Salingaros chiamano “fondamentalismo geometrico” non è altro che l’ultimo strascico dell’istanza illuministica che “riconosce a priori, come essere ed accadere, solo ciò che si lascia ridurre a unità; il suo ideale è il sistema, da cui si deduce tutto e ogni cosa. […] La molteplicità delle figure è ridotta alla posizione e all’ordinamento, la storia al fatto, le cose a materia. La logica formale è stata la grande scuola dell’unificazione. Essa offriva agli illuministi lo schema della calcolabilità dell’universo: il numero divenne il canone dell’illuminismo. Tutto ciò che non si risolve in numeri diventa, per l’illuminismo, apparenza. L’illuminismo è totalitario” [5].
Ecco dunque che una serie di vicissitudini storiche hanno fatto sì che il razionalismo geometrico miesiano, approdando in America, venisse corroborato dal substrato urbanistico e ideologico del Nuovo Mondo – rinnovandosi come mediatore e intensificatore dell’ideologia capitalistica totalitaria. Viene costruita un’architettura non più espressione di propaganda politica, ma delle merci (non dimentichiamo che il Seagram è nasce come edificio rappresentativo delle distillerie Canadesi Joseph E. Seagram’s & Sons) e dell’ideologia statunitense:  il “moralismo puritano del linguaggio dell’Architettura Moderna Ortodossa” come lo definisce Venturi [6].
Nato come movimento per il popolo, il Razionalismo in America diviene presto uno stile per grattacieli e case di ricchi uomini d’affari (un nome per tutti: le abitazioni di Richard Neutra).

2) Creare l’ordine traendolo dal caos

Al di là delle facili illazioni sulla mostra “International Style” del 1932, a Johnson ed Hitchcock va sicuramente riconosciuto un merito: ponendo l’accento sulla struttura a scheletro con elementi portanti, hanno dimostrato di aver colto il principale punto di passaggio fra costruzione tradizionale e quella razionale – passaggio che ha avuto ripercussioni notevoli sulle nozioni di ordine, regolarità ed economica in architettura.
Mies rimane folgorato dagli scheletri dei grattacieli che si stavano costruendo in America all’epoca del suo arrivo; per lui “le strutture in acciaio nella loro essenza sono strutture a scheletro […] La costruzione ad armatura portante di una parete non portante. Dunque edifici pelle e ossa”.
La griglia, la struttura, trasformano il caos in ordine. Nel suo discorso inaugurale all’Illinois Institute of Technology Mies dice infatti: “Porremo l’accento sul principio organico di ordine come mezzo per conseguire una chiara relazione delle parti fra di loro e con il tutto. Adopereremo quest’ultimo principio come base per il nostro lavoro. La lunga strada del materiale, attraverso la funzione, fino all’opera creativa, ha un unico scopo: creare l’ordine traendolo dal caos disperato del nostro tempo.

Questa fede nel principio di ordine definito dall’architettura (comune al “fondamentalismo geometrico” ricordato poco sopra) conduce l’architetto a una progressiva oggettivizzazione e de-personalizzazione del proprio registro stilistico: come i templi greci sono significativi in quanto creazioni di un’epoca intera e non dei singoli architetti, così l’opera architettonica deve “cancellare” la personalità dell’architetto, che deve allontanarsene attraverso la ricerca di un segno “neutro”. Di qui la serialità degli spazi e degli elementi e la ricerca di un vocabolario il più ridotto possibile.

FacadeParticolare della soluzione d’angolo del Seagram: i profilati in acciaio hanno funzione decorativa e non strutturale.

Se l’intenzione di Gropius era fondamentalmente sociale e quella di Loos etica, l’istanza prima di Mies sembra essere stata quella di definire un nuovo codice stilistico-formale attraverso una riduzione sintattica degli elementi (setti, colonne, pareti vetrate). Le opere del periodo americano appaiono incentrate in larga parte sull’analisi semantica e combinatoria degli elementi dell’architettura moderna. In una intervista poco successiva alla realizzazione del Seagram afferma: “io non sto solo lavorando sull’architettura, io sto lavorando sull’architettura come un linguaggio, e penso che si debba avere una grammatica per avere un linguaggio. Lo si può usare per proposte formali, ed allora si parla in prosa. Se si è bravi in questo, allora si può parlare una meravigliosa prosa. Se poi si è veramente bravi, allora si può essere un poeta” [7].
Il metaforico osso lanciato con i primi grattacieli di Chicago è diventato astronave con le opere americane di Mies (non a caso alcuni parlano di “seconda scuola di Chicago”).

Nel Seagram Building l’elemento che definisce l’ordine architettonico non è più la “colonna” di vitruviana memoria (coi suoi multipli e sottomultipli) ma il modulo del curtain-wall, sempre uguale a se stesso per forma e dimensione.
La ripetitività diventa un espediente per ricreare a scala urbanistica il setto architettonico, ovvero un oggetto bidimensionale che possa caratterizzare lo spazio circostante.
Nel suo seminario alla scuola di Design di Delft, Michael Hays evidenzia come la ripetizione del modulo della facciata sia simile al procedimento che Andy Warhol stava sperimentanto negli stessi anni con le immagini della Coca Cola o delle zuppe Campbell’s (aggiungo io in un contesto palesemente sproporzionato fra grandezza del modulo e dimensione dell’edificio / altezza della bottiglia di Coca-Cola e larghezza del poster).

WarholDa sinistra a destra: Andy Warhol – Coca-Cola bottles (1962); particolare della facciata del Seagram Building.

Un nodo di congiunzione più profondo fra l’opera di Andy Warhol e Mies van der Rohe è rappresentato dal confronto con il lavoro di Walter Benjamin [8]: per Benjamin la riproducibilità era legata ad un concetto marxista di annullamento dell’aura di unicità dell’opera in favore della popolarità dell’arte, che doveva raggiungere le classi meno abbienti. Warhol fa la stessa cosa, ma spoglia la moltiplicazione dell’opera dall’aura marxista e la traghetta sulla sponda del capitalismo; lo stesso fa van der Rohe, che trasforma l’architettura “europea” di matrice socialista in architettura “americana” totalizzante e capitalista, attraverso la formalizzazione del linguaggio “moderno”.

Ritornando all’analisi del Seagram Building, abbiamo visto come vengano utilizzati elementi semantici ridotti e rarefatti, enfatizzando i “vuoti” rispetto ai pieni.
Per Baudrillard, l’arte moderna – a differenza dell’arte classica – non esercita il dominio simbolico della presenza, ma quello della sparizione [9]. La dissoluzione della presenza si risolve nell’architettura del Novecento con la riduzione del linguaggio classico. Il principio di riduzione informa l’architettura del moderno a partire dalla sottrazione operata da Ledoux nei confronti del vocabolario architettonico della fine del ‘700 e dalla crescente avversione per ogni tipo di ornamento. Questa “sparizione” si specchia nella corrispondente urbanistica dell’assenza.

3) Misurare l’assenza

Nel secondo dopoguerra una delle critiche più frequenti rivolta a Mies van der Rohe era quella di non prendere troppo in considerazione l’ambiente circostante. In realtà non c’è niente di più sbagliato: fin dai suoi primi progetti infatti utilizza la struttura come un tracciato ordinatore latente che inquadra la realtà. Le istanze del Costruttivismo e del De Stijl – sempre presenti nelle sue opere – divengono le basi su cui ri-costruitre lo spazio architettonico, non più “caotico” (o se vogliamo abbandonato alle leggi casuali della natura), ma razionale e fluido e definito da pochi elementi regolatori: il prolungamento non necessario dei setti murari nella Casa in campagna in mattoni, i piani bidimensionali che creano gli spazi fluidi del Padiglione per l’Esposizione di Barcellona, il vetro che moltiplica la visione spaziale nei progetti tedeschi di grattacieli in vetro.

La concezione spaziale miesiana è eminentemente gestaltica. Ogni edificio possiede una doppia valenza: all’esterno è elemento fondante del paesaggio, “simbolo” a cui rapportare la città; all’interno diviene un punto di osservazione privilegiato, una “lente” da cui guadare all’esterno.
Nella sua Einführung in die Architektur-Ästhetick, Sörgel conclude che tutto l’ambiente è fatto di “concavità dall’interno e dall’esterno” e che “la spazialità concava all’interno di blocchi di costruzione, la giusta suddivisione di aria e di masse, questo giudizio di Giano dell’architettura di creare forme organiche concave in tutte le direzioni, è forse in fondo l’ultimo segreto dell’urbanistica e di tutta l’architettura” [10].
L’arretramento del Seagram non è (solo) un espediente estetico per enfatizzare l’edificio ed offrire la possibilità di osservarlo direttamente dalla piazza (e non dal marciapiede opposto, come succedeva per gli edifici di New York fino ad allora).
Una volta determinata la cesura all’interno della maglia regolare, Mies avrebbe potuto scegliere un edificio “simbolico” (pensiamo se al posto del Seagram ci fosse l’AT&T di Johnson). Invece calca volutamente sulla percezione dell’assenza: l’edificio è una quinta scenica. Nello spazio rimane la vita: “che lo spazio, il vuoto, sia il protagonista dell’architettura, a pensarci bene, è in fondo anche naturale: perché l’architettura non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi e da altri, è anche soprattutto l’ambiente, la scena ove la nostra vita si svolge” [11].
Non a caso Mies passerà diverso tempo nel trovare la giusta sistemazione per la piazza (che poi non sarà nemmeno realizzata come da progetto).

L’arretramento è un fatto inedito.

Questo vuoto però non è una vera cesura, perché in realtà rafforza l’idea di griglia, costringendoci a riflettere e a soffermarci sulla ripetitività di questa e sulla sua improvvisa interruzione.
L’afflato geometrico che contraddistingue l’architettura americana di Mies unito al contrasto creato dal vuoto urbano nel continuum newyorkese sono volti a definire un metro di misura cartesiano per riappropriarsi e rendere intelligibile lo spazio cittadino.
La stessa cosa avviene al campus del MIT, in cui, come dice Eisenmann, gli angoli sono fondamentali perché denunciano il prolungamento di una struttura ripetitiva che invece non esiste: il campus “crea” strutture anche là dove in realtà non esistono.
“Il tema dell’assenza presenta dunque due caratteri dissimili, quasi contraddittori. Il primo carattere deriva da un’azione positiva che tende alla completezza e agisce per saturazione dei fenomeni mancanti. Il valore inventivo risiede nell’azione di straniamento provocata dall’incompletezza del sistema e nella partecipazione al processo compositivo richiesta per l’operazione di completamento virtuale della struttura formale. Il secondo carattere deriva da un’azione riduttiva che limita gli elementi che entrano a far parte della creazione artistica a quelli strettamente necessari” [12].

Lo spazio vuoto rappresenta – assieme alla riduzione sintattica vista in precedenza – l’elemento principe con cui plasmare l’architettura e l’urbanistica. Il Seagram Bulding, la sua griglia, le sue proporzioni sono la pietra di
paragone, il metro su cui re-inventare i rapporti di ordine dello spazio vuoto: il tracciato regolatore latente parte dall’edificio e continua oltre, all’infinito, estendendo i suoi assi parallelamente a se stessi, definendo una molteplicità infinita di tracciati geometrici. L’edificio “genera” lo spazio.
Lo spazio “caotico” non solo viene regolarizzato, ma diventa anche misurabile – non attraverso un vero e proprio metro – ma piuttosto con rapporti gestaltici che nascono dalla maglia geometrica sottesa.

4) Nuovo linguaggio

Mies (ri)fonda il linguaggio moderno dell’architettura per fornire agli uomini un “metro” con cui rapportarsi alle nuove città. Perché l’uomo ha costantemente bisogno di creare rapporti e misure con il mondo che lo circonda, altrimenti è perso. Come ricorda Wittkower: “Il bisogno di simmetria, equilibrio e relazioni proporzionali è profondamente radicato nella natura umana” [13].
Pensiamo alla caotica indifferenziazione di Shibuya: la città rappresenta oggi una dimensione troppo vasta e indifferenziata per essere colta in maniera chiara. Ma cosa utilizzare come collante fra la scala umana e quella ciclopica delle metropoli?
Ecco che Mies risponde con la sintassi geometrica e rarefatta dei tracciati ordinatori, accoppiata al senso gestaltico del vuoto, dell’assenza.

L’ordine però corre sempre sul filo del rasoio fra afflato filantropico e tirrania capitalistica.

mies-seagrams1Mies van der Rohe davanti al plastico del Seagram.

Riferimenti

  1. Koolhaas R. 1978. Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan. Ed. Thames & Hudson, Londra. 
  2. AA. VV. 1989. EL CROQUIS. n.41 del 1989. Ed. Fernando Márquez Cecilia and Richard Levene arquitectos.
  3. Giedion S. 1961. Breviario di Architettura. Ed. Garzanti, Italia.
  4. Torselli V. 2007. Ludwig Mies van der Rohe. www.artonweb.it.
  5. Adorno T,  Horkheimer M. 2010. Dialettica dell’Illuminismo. Ed. Einaudi.
  6. Venturi R. 1993. Complessità e Contraddizioni nell’Architettura. Ed. Dedalo.
  7. Puente M. 2008. Conversations with Mies van der Rohe. Ed. Princeton Architectural Press.
  8. Benjamin W. 2000. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Ed. Einaudi.
  9. Baudrillard J. 2012. La sparizione dell’arte. Ed. Abscondita.
  10. Sörgel H. 2011. Einführung in die Architektur-Ästhetick. Ed. Nabu Press.
  11. Zevi B. 2009. Saper vedere l’architettura. Ed. Einaudi.
  12. Arredi M.P. 2010. Analitica dell’immaginazione per l’architettura. Ed. Marsilio.
  13. Wittkower R. 1992. Idea e Immagine. Ed. Einaudi.


S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

La guerra di Woods

N

el 1992 stavo per compiere 12 anni. Erano i primi di marzo. Mio padre arrivò con un giornale e mi disse che da quel giorno avrei dovuto raccogliere tutti gli articoli che parlavano della Jugoslavia.
Sapeva che il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Sapeva che la guerra cambia tutto: “l’orrore … l’orrore” rimane indelebile e stravolge le esistenze.
E poi la guerra passa. Rimangono gli articoli di giornale, le persone dimenticano. Fino a quando altri imbecilli non sono pronti a ricominciare.

Tom Stoddart / Getty Images: le torri di Sarajevo che bruciano viste attraverso le finestre dell’ Holiday Inn

Lebbeus Woods è un visionario.
Il primo incontro con la sua opera avvenne pochi anni dopo, sempre grazie ad un giornale: si trattava della causa intentata da Woods ai produttori di “12 Monkeys”.

La scena incriminata di “12 Monkeys” a paragone del disegno di Woods.

Il filo rosso che unisce la guerra in Bosnia ed Erzegovina e Woods è un libro, “War and architecture”, che Woods scrisse in quegli anni e che portò di persona a Sarajevo nel 1993, quando la città era sotto attacco.

Architecture and war are not incompatible.
Architecture is war.
War is architecture.

I am at war with my time, with history,
with all authority that resides in fixed and frightened forms.

I am one of millions who do not fit in,
who have no home, no family,
no doctrine, nor firm place to call my own,
no known beginning or end,
no ‘sacred and primoridal site’.

I declare war on all icons and finalities,
on all histories that would chain me with my own falseness,
my own pitiful fears.

I know only moments, and lifetimes that are as moments,
and forms that appear with infinite strength, then ‘melt into air’.

I am an architect, a constructor of worlds,
a sensualist who worships the flesh, the melody, a silhouette against the darkening sky.
I cannot know your name. Nor can you know mine.

Tomorrow, we begin together the construction of a city.

La guerra ha trasformato l’acciaio ed il vetro dei palazzi di Sarajevo in macerie, rottami simboli delle ideologie che incarnavano.
“Architettura” non è più la modificazione della superficie terrestre per migliorare la condizione umana, ma è una barriera creata dalla popolazione per sopravvivere. Nel delirio di carcasse e rottami emergono quindi strutture che cercano di riparare i danni umani, una specie di tessuto urbano cicatriziale che copre le ferite della guerra.

Un blocco residenziale “ricostruito” trasformando l’esperienza distruttiva in un impeto di cambiamento della società

La guerra che si credeva relegata alla prima metà del XX secolo riempie ancora oggi le cronache mondiali: la guerra è lo stato di vita del XXI secolo. Finite le ideologie, rimane un mondo desolato e sempre più diviso.

Ecco allora che l’architettura può essere una cura, una catarsi che offre la possibilità di uscire dal vicolo cieco nel quale noi stessi ci siamo cacciati.
“War and architecture” è un libro ostico, che pone più domande di quante risposte dia e che, grazie allo sforzo di un encomiabile gruppo di volenterosi, oggi è tradotto in italiano in una edizione “crowd founding” (ovvero che si finanzia da sola).
Ovviamente non posso che consigliare l’acquisto a tutti coloro che si occupano di architettura: per prenotare il libro in anteprima (a un prezzo scontato) basta seguire il seguente link.
Oggi mancano solo 140 adesioni.
Non lasciamo che questo progetto rimanga solo sulla carta.

La cover del libro

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

Demolire non è un tabù

R

ecentemente ho parlato delle possibili trasformazioni nell’urbanistica di Bologna.
Vista la complessità dell’argomento e il dibattito in corso, vorrei rilanciare l’argomento partendo dalla frase di un protagonista importante dell’urbanistica italiana (e, in parte, anche di quella bolognese); Leonardo Benevolo, ne “La città nella storia d’Europa”, ci spiega che “l’obiettivo ambizioso è riconoscere la «normalità» delle zone speciali – i centri storici originariamente in equilibrio con l’ambiente rurale circostante – e isolare invece le sacche d’anormalità delle periferie recenti, da smaltire entro un certo tempo con opportune azioni di recupero. I valori custoditi nei centri storici non devono solo essere protetti, ma immessi in un circuito di fruizione diverso da quello consueto, appartenente alla vita quotidiana e non al tempo libero e alla ricreazione, che in un lontano futuro può essere ripristinato in linea generale secondo la profezia di Mondrian del 1931: «la bellezza realizzata nella vita: questo dev’essere più o meno possibile in avvenire». […] Per dar seguito all’idea aristotelica della città per l’uomo resta percorribile solo la strada della mediazione aperta, graduale, perfettibile e non compiuta.
Occorre riconoscere contemporaneamente la storicità e la novità di questo compito. Proprio in Europa, dove esiste un’eredità così pesante di scenari urbani antichi, è vano pensare di riprodurre i metodi e le forme di un passato da cui siamo usciti molto tempo fa. L’integrità dell’ambiente umanizzato – città e campagna – non può più essere garantitaper tradizione, ma è affidata all’avventura del pensiero critico, che deve paragonare e correggere continuamente le sue scelte. Il confronto di oggi riguarda i due metodi di urbanizzazione ideati dopo la rottura dell’antico regime [Nota: la pratica haussmaniana e la pianificazione di stampo razionalista], ed è tuttora in corso con esito incerto.
Da questo dibattito dipende anche la conservazione del patrimonio antico, che trascende le nostre motivazioni attuali e impegna le generazioni future, probabilmente capaci di comprenderlo e usarlo meglio di noi. Per la conservazione degli oggetti inanimati basta il restauro del manufatto e il ricovero in museo, ma per la conservazione delle città bisogna recuperare l’equilibrio degli interessi e delle scelte, che fanno vivere in modo equilibrato lo scenario fisico e il corpo sociale.[1]

I crolli a Pompei

Quello invece cui assistiamo oggi è un’assoluta immobilità, aggravata dai tagli alle Amministrazioni e quindi dal prendere sempre più piede della Soprintendenza a scapito degli uffici tecnici comunali. Lo sappiamo benissimo che la Soprintendenza da anni è malata di disposofobia: niente si può più toccare, tutto deve restare com’è; poco importa che si tratti di una statua o del centro cittadino. In alcune palazzine di Bologna, ad esempio, è vietato cambiare gli infissi: questo si ripercuote nella pratica sadomasochistica di installare una seconda serie di infissi «nuovi» dietro gli infissi «vecchi». Geniale!
Ma una città immobile muore. L’asfissia della conservazione è un’ossessione tutta moderna e rischia di minare il principio stesso su cui si fonda la città.

Eppure anche Bologna è andata incontro a numerose e importanti trasformazioni; senza andare troppo indietro nel tempo, vorrei ricordare:

1866 – La nuova via Farini
Alcuni tratti stradali nella parte meridionale dell’antico centro cittadino sono completamente ridisegnati e rettificati su progetto dell’ing. Coriolano Monti. Scompaiono alcune testimonianze del passato come lo scalone di palazzo Guidotti o la torre degli Andalò, incorporata nelle case Dolfi.
1884 – Inaugurazione di via Indipendenza
Prevista già nel 1861 come strada per “l’accesso alla stazione delle strade ferrate”, la costruzione della via Massima (via Indipendenza dal 1874) era iniziata poco dopo con la sistemazione di Canton dè Fiori. Nel 1884 la strada viene inaugurata, anche se non del tutto finita. Il tratto compiuto ha comportato la rettificazione di importanti edifici e la demolizione di Palazzo Bonora e dell’Ospizio di San Giuseppe. Si è creato inoltre una nuova facciata per la chiesa di San Benedetto, della quale sono stati abbattuti l’abside e il campanile. I lavori di completamento fino alla stazione andranno a rilento negli anni seguenti: la prestigiosa via “direttissima” si potrà dire conclusa solo nel 1896, con l’edificazione della scalea della Montagnola.
1907 – La nuova via Irnerio
Tra via Indipendenza e porta San Donato iniziano i lavori per l’apertura di una arteria cittadina intitolata al giurista Irnerio e destinata ad attraversare il nuovo quartiere universitario.
1909 – La nuova via Rizzoli
Iniziano gli sventramenti del Mercato di Mezzo, previsti dal Piano Regolatore del 1889. Sono destinati a mutare radicalmente il volto del centro storico cittadino, tra il restaurato Palazzo Re Enzo e le Due Torri. Si decide di abbattere il Palazzo Lambertini e l’adiacente torre Tantidenari; sono demoliti inoltre gli isolati attorno a palazzo Re Enzo, delimitati da stradine di cui rimarrà solo il ricordo del nome: via delle Accuse, via della Canepa, piazza Uccelli, via Spaderie, via della Corda. Altre strade, quali via Orefici e via Caprarie, saranno allineate e allargate. Scomparirà, tra le altre, l’antica residenza dell’Arte dei Beccai, una delle corporazioni medievali più potenti. Sul lato meridionale della nuova via, che sarà dedicata al medico-filantropo Francesco Rizzoli, verranno costruiti tre grandi blocchi di edifici, completati solo dopo la Grande Guerra e a seguito di aspre polemiche per l’abbattimento di tre antiche torri.
1913 – Sventramento di Borgo San Giacomo
Comincia lo sventramento del borgo di San Giacomo, previsto nell’ambito della convenzione tra Comune e Università per la costruzione di nuovi istituti scolastici. Si procede all’abbattimento di una zona pittoresca e molto povera tra viale Filopanti e le vie Belmeloro, Sant’Apollonia e San Giacomo. Gli abitanti sono trasferiti in baracche costruite appositamente in periferia.
1916 – Ancora sventramenti nel Mercato di Mezzo
Hanno inizio le demolizioni del terzo e quarto lotto del Mercato di Mezzo: comprendono i fabbricati tra le vie Rizzoli, Calzolerie e piazza della Mercanzia. Viene innalzato il palazzo delle Assicurazioni Generali, terminato nel 1924 e un edificio affacciato su piazza della Mercanzia, destinato ad ospitare la Provincia. I lavori del quarto lotto sono a lungo interrotti per la presenza nell’area dei resti di tre torri medievali. Il Comune darà il permesso per l’abbattimento nel 1919, ma le nuove costruzioni saranno completate solo nel 1927.
1927 – La variante di Arpinati al piano regolatore del 1889
Il podestà Arpinati sovrintende a una corposa variante del piano regolatore del 1889. Il nuovo progetto prevede il completamento del quartiere universitario, l’allargamento di via Ugo Bassi, l’edificazione della città giardino del Littoriale, lavori sul canale di Reno, l’apertura di una nuova grande arteria dalle due torri a palazzo Bentivoglio sul tracciato di via dell’Inferno (proposta Muggia-Evangelisti), la nuova via Roma (attuale via Marconi, completata nel 1936).
1931 – Iniziano i lavori di copertura del canale di Reno
Il Comune incarica la ditta Forti e Nobili della copertura del canale di Reno nei pressi della nuova via Marconi. L’antico manufatto è oramai considerato solo una fogna a cielo aperto, che stride al cospetto dei “grattacieli” e delle moderne esigenze della circolazione veicolare. I lavori saranno interrotti dallo scoppio della guerra e ripresi nel 1956.
1946 – Copertura del torrente Aposa
Il Consiglio Comunale finanzia i lavori per la copertura del torrente Aposa e del canale delle Moline. I primi due lotti sono avviati “con somma urgenza per lenire la disoccupazione”. Con la copertura del tratto tra porta Mascarella e porta Galliera, completata nel 1950, l’Aposa non avrà più tratti scoperti in città.
1960 – Copertura del canale delle Moline
Viene coperto il canale delle Moline, originato dall’unione delle acque dell’Aposa e del Canale di Reno. Si trattava di una vera condotta forzata, con nove salti in corrispondenza dei quali si trovavano le ruote idrauliche di 15 mulini da grano, incaricati di produrre la farina necessaria per il fabbisogno cittadino.

Queste trasformazioni – oltre a pianificazioni urbanistiche attente -, al di là di polemiche relative ad aspetti estetici, hanno mantenuto vivo il tessuto cittadino, nel bene e nel male. Se oggi Bologna è fra le città più vivibili in Italia è anche grazie alle politiche intese a trasformare il tessuto urbano in funzione delle esigenze dei cittadini.
Eppure anche Bologna rischia di finire nella spirale infinita del non intervento ad oltranza.

Venezia è un caso emblematico: sempre Benevolo infatti sottolinea che “l’eccezionalità dell’ambiente in cui Venezia è costruita – con l’acqua al posto della terra, senza le automobili – basta a creare l’emarginazione funzionale che potrebbe essere agevolmente compensata dalla tecnologia moderna, ma che invece permane e si accentua perché gli interessi speculativi esterni, che utilizzano la sua decadenza, sono più forti degli interessi congiunti della popolazione veneziana e della cultura mondiale. Nè i soldi né i mezzi mancano, ma forse un luogo così illustre, nel cuore dell’Europa civilizzata, non si potrà salvare come una città funzionale e diventerà uno scenario inanimato, assorbito nel circuito del tempo libero, del turismo, della «cultura» tra virgolette.”[1] Pensare la città come un museo in scala maggiore esclude la vita, la società, l’uomo dalla città stessa.

La Venezia "cinese" di Macao

Sullo stesso punto, non poco tempo fa, sempre a Bologna, si è espresso Oriol Bohigas che, sulle pagine de “L’espresso” del 13 ottobre 2011, afferma che: “conservare gli ambiti tradizionali della città è molto importante. Ed è un’idea moderna: fino a 150 anni fa non si praticava il recupero degli edifici o quartieri storici. Mentre oggi li guardiamo con rispetto e considerazione. Ma la città non può essere uno spazio turistico museale, una città di facciate, decorative e magari fasulle. Il cittadino ha diritto a vivere con servizi efficienti e comodità specifiche: aria, luce, igiene, comunicazioni. In Italia avete uno sviluppato senso della storia, ed è un bene. Però le Soprintendenze spesso eccedono in conservazionismo, e per ragioni non solo ideologiche. Ripeto: la città non può essere un museo per il turismo organizzato. Parlavamo di questo già quando scrissi «La ricostruzione di Barcellona», nel 1985.”[2]
Ancora più interessanti forse sono le indicazioni per una possibile evoluzione della città: “ci sono molti modi di intervenire: codificare gli spazi privati e pubblici nei singoli quartieri, indirizzare la rete dei trasporti, investire nell’arredo urbano e negli spazi verdi. Un buon sindaco dovrebbe pensare in termini architettonici, o essere aiutato a farlo. […] ricordiamoci che l’architettura mercantile c’era anche nell’Ottocento, mentre il barone Haussmann reimpostava l’urbanistica di Parigi. E se pensiamo all’edilizia dopo il 1950, è per il 90 per cento di cattiva qualità; l’edilizia pubblicata sulle riviste non arriva al 5. La storia dell’architettura moderna è, in realtà, una storia di cose orribili, In Costa Brava come In Brianza.”[2]

Per questo riprendo il titolo (ovviamente provocatorio) dell’articolo di Bohigas: demolire non è un tabù.
Ovviamente non si sta parlando di radere al suolo e ricostruire, ma semplicemente di rinunciare all’approccio passivo che vuole la città come un oggetto intoccabile, tanto più che la disposofobia rischia di divenire vera e propria coprofilia, dato che già si parla di mettere sotto vincolo i “mostri” costruiti negli anni ’60 e ’70.
E proprio su questo punto auspico una maggior partecipazione alle scelte urbanistiche, riprendendo, in questo senso, la pratica medievale di compartecipazione fra autorità pubbliche e soggetti privati che oggi stenta a decollare. Così come ho aperto, chiudo ancora con una citazione di Benevolo: “la nuova combinazione tra interessi pubblici e privati proposta nei primi decenni del XX secolo […] mira a far intervenire l’iniziativa pubblica nel momento in cui il tessuto urbano si trasforma, lasciando liberi prima e dopo il gioco degli interessi privati: è la migliore approssimazione finora trovata per ripristinare, nel nuovo contesto sociale e istituzionale, l’equilibrio fra le due sfere che è proprio della storia europea e per tornare a giocare la carta dell’invenzione qualitativa nelle varie scale di progettazione.”[1]

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Riferimenti:

[1] L. Benevolo, Le città nella storia d’Europa, Editori Laterza : 2007
[2] O. Bohigas, Intervista di Enrico Arosio, L’espresso del 13 ottobre 2011

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Bologna pedonale

S

abato 26 novembre ero in Comune a Bologna assieme ai ragazzi di “Bologna pedonale” per consegnare 8.734 firme raccolte a favore di interventi volti a rendere più sostenibile la città (come appunto la creazione di aree pedonali, piste ciclabili, una rete di servizi più efficiente, ecc.).
Come già ho avuto modo di scrivere altrove, questi interventi non sono (o almeno non dovrebbero essere) finalizzati alla sola riduzione delle “polveri sottili”: si tratta infatti di restituire il giusto spazio a tutti gli utenti della città, di contro all’imperversante monopolio dell’automobile.

Ancora non è stato reso pubblico un piano degli interventi, eppure fin da ora, proprio per bandire ogni facile illazione su questi interventi, mi piacerebbe porre alcuni punti fermi.
Occorre innanzitutto comprendere come “pedonalizzare” non significa trasformare il centro in un’unica area pedonale; una rete di mobilità efficiente infatti deve garantire la perfetta integrazione del maggior numero di mezzi di trasporto, diversi per velocità e funzione: ogni mezzo deve avere il medesimo “peso relativo” e quindi percorsi pedonali, ciclabili e veicolari devono convivere senza contrasti al fine di garantire a tutti gli utenti la possibilità di muoversi liberamente e in tutta sicurezza (sappiamo invece quanto sia difficoltoso lo spostamento all’interno di Bologna, con pedoni che intralciano biciclette, automobili e scooter, biciclette che intralciano pedoni, autobus e automobili, automobili che intralciano autobus e investono pedoni e biciclette e così via).
Inoltre non ha senso un piano che non coinvolga anche la periferia: se vogliamo veramente diminuire il numero di veicoli lungo le strade occorre dare la possibilità a chi viene dalla periferia di raggiungere il centro a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, senza per questo rischiare la vita o salire su autobus che impiegano tempi biblici per fare pochi chilometri.

Ma non voglio essere io a parlarvi di questo, anche perché potrei sembrarvi di parte.
Lascio quindi la parola ad un grande vecchio, Lewis Mumford, che circa 50 anni fa, in “Le città nella storia” [1], diceva questo:

“I sobborghi costruiti tra il 1850 e il 1920 dovevano la loro esistenza soprattutto alla ferrovia […]. La linea ferroviaria […] fissava un limite naturale all’espansione di ogni comunità. [Nota : Mumford parla dello sviluppo regionale americano, legato all’espansione delle linee ferroviarie; eppure, se sostituiamo alla ferrovia il cavallo e pensiamo alle città legate alle principali stazioni di posta, il ragionamento valido anche per il nostro territorio].
Grazie a queste stazioni distanziate, il sobborgo legato alla ferrovia non poteva né estendersi né aumentare eccessivamente il numero di abitanti, sicché tra un sobborgo e l’altro rimaneva una fascia verde naturale, spesso ancora coltivata a orto, che aumentava lo spazio destinato alla ricreazione […].
Fu probabilmente l’esistenza di queste fasce verdi naturali, che isolavano le varie piccole comunità suburbane, autonome ma strettamente legate tra loro, a far avanzare nel 1899 dall’economista Alfred Marshall la proposta di una «tassa nazionale sull’aria pura» al fine di creare fasce verdi permanenti […]. «Abbiamo bisogno,» diceva «di aumentare i campi di gioco all’interno delle nostre città. E abbiamo bisogno di impedire che una città si sviluppi sino ad assorbirne un’altra» […].
Se il consiglio di Marshall fosse stato tempestivamente seguito, provvedendo a una giusta zonizzazione, a leggi precise sullo sfruttamento dei terreni e all’acquisto da parte delle comunità di vaste aree da destinare a uso residenziale in corrispondenza di ogni ampliamento delle grandi strade, sarebbe stato possibile un mutamento radicale dello schema urbano […].
Invece di creare la città-regione, le forze che riversavano automaticamente autostrade e nuove iniziative edilizie nell’aperta campagna hanno prodotto un’informe essudazione urbana […]. Ciò che accadde del sobborgo appartiene ormai alla storia. Con la diffusione dell’automobile, le sue proporzioni pedonali scomparvero e con esse buona parte della sua individualità e del suo fascino. Il sobborgo cessò di essere un’unità rionale e divenne una massa informe e poco popolata, assorbita dalla conurbazione che a sua volta assorbiva […].
Ma l’automobile non si limitò ad abbattere gli antichi limiti e a distruggere le proporzioni pedonali: raddoppiò anche il numero dei veicoli necessari a ogni famiglia o trasformò la massaia urbana in un autista.
Queste condizioni divennero ancor più imperative per il fatto che all’avvento dell’automobile s’accompagnò il voluto smantellamento delle reti tranviarie […].
L’automobile privata dunque, lungi dall’integrare i trasporti pubblici, ne diventò un goffo surrogato. Anziché conservare una complessa rete di trasporti, offrendo la possibilità di scegliere velocità e percorso secondo le occasioni, la nuova espansione suburbana è ora supinamente soggetta a un solo mezzo, l’auto privata, la cui diffusione ha finito per sopprimere la maggior prerogativa di cui il sobborgo poteva legittimamente menar vanto: lo spazio. Anziché edifici in un parco abbiamo ora edifici in un parcheggio […].
Alla base di questo aborto è una convinzione erronea, che sta al centro dell’ideologia che lo sottende: il concetto che energia e velocità siano desiderabili per se stesse e che il tipo più recente e più rapido di veicolo debba sostituire ogni altro mezzo di trasporto. La realtà è che la velocità dovrebbe essere in funzione di un obiettivo umano. Per chi vuole incontrare persone onde chiacchierare con loro su un viale urbano, cinque chilometri all’ora possono essere troppi, mentre per un chirurgo che corre a raggiungere un paziente lontano millecinquecento chilometri, cinquecento all’ora possono essere troppo pochi. Ma ciò che i nostri tecnici dei trasporti, ottenebrati dai loro stessi assiomi, non riescono a capire è che non può esistere una rete di trasporti adeguata, se è in funzione di un solo mezzo di locomozione, per quanto possa essere alta la sua velocità teorica […].
Ciò che una rete efficiente richiede è il massimo numero possibile di mezzi di trasporto, diversi per velocità e volume, per finalità e funzioni. Il mezzo più rapido per spostare centomila persone in una limitata area urbana, in un raggio diciamo di ottocento metri, è farli andare a piedi; il più lento sarebbe caricarli tutti su tante automobili […].
I nostri ingegneri e le nostre autorità municipali, ipnotizzati dalla popolarità dell’automobile privata e convinti di dover assolutamente contribuire alla prosperità dell’industria automobilistica, a costo di produrre il caos, hanno apertamente congiurato per eliminare gli ultimi mezzi di trasporto conservando soltanto l’automobile privata e l’aeroplano. Hanno creato duplicati delle linee ferroviarie e ripetuto tutti gli errori dei primi ingegneri ferroviari, continuando ad ammassare nelle città principali una popolazione che la macchina privata non può trasportare convenientemente, a meno di distruggere le città stesse per facilitare il movimento e il parcheggio delle auto […].
Preferendo per i traffici a lunga distanza il camion o il pullman alla ferrovia abbiamo sostituito un servizio sicuro ed efficiente con uno inefficiente e più pericoloso […].
Una buona urbanistica deve naturalmente far posto all’automobile, ma questo non significa lasciarla penetrare in ogni parte della città e rimanervi anche quando distrugge le attività d’altro tipo. Né significa che debba essere l’auto a imporre un determinato modo di vivere o che i suoi fabbricanti siano autorizzati a infischiarsene delle esigenze della città costruendo veicoli sempre più larghi e più lunghi. Al contrario è venuto il momento di distinguere tra le due funzioni dell’auto: movimento urbano e movimento attraverso la campagna. Per quest’ultimo una grossa macchina con spazio sufficiente ad accogliere una famiglia con i relativi bagagli è una soluzione eccellente, ma in città auto di questo tipo dovrebbe essere vietato circolare nelle zone centrali o permesso di parcheggiarvi solo a carissimo prezzo, mentre si dovrebbe favorire in modo particolare la progettazione e la diffusione di piccole auto mosse da energia elettrica per i normali movimenti all’interno della città, a integrare e non a sostituire i trasporti pubblici. Velocità moderata, silenzio e facilità di parcheggio dovrebbero essere caratteristiche di un’auto da città.
E’ una tecnologia assurdamente povera quella che offre una sola soluzione al problema dei trasporti, ed è una ben misera urbanistica quella che permette a tale soluzione di dominare ogni aspetto dell’esistenza […].
Non essendo i bilanci municipali sufficienti a soddisfare in modo adeguato tutte le città, ci siamo preoccupati di una sola funzione, il trasporto, o meglio di un solo aspetto di una rete di trasporti adeguata, la locomozione a mezzo di automobili private.
Permettendo la decadenza dei trasporti di massa e costruendo autostrade fuori città, nonché parcheggi e garage all’interno per favorire l’uso dell’auto privata, ingegneri e urbanisti hanno contribuito a distruggere un organismo urbano più ampio su scala regionale. I trasporti a brevi distanze, al di sotto del chilometro e mezzo, dovrebbero fondarsi soprattutto sui pedoni.

Vorrei ribadire come Mumford scrivesse questo circa 50 anni fa. Eppure sembra un articolo pubblicato ieri, tanto suona attuale: questo significa che siamo indietro di 50 anni (almeno). Non perdiamo altro tempo.

[1] L. Mumford, Le città nella storia – vol.III, Bompiani : 2002

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Abbiamo ancora bisogno di architetti?

I

l settore dell’edilizia non gode certo di ottima salute.
Lo stesso dicasi dei professionisti di questo settore, che sembrano fare da parafulmine a molti dei problemi italiani: la crisi economica è dovuta alla mancata “liberalizzazione” che non consente a tutti di essere architetti, la pessima qualità delle città è dovuta ai professionisti che non sono abbastanza preparati.

La cartina al tornasole, che evidenzia come “qualcosa non va” è sicuramente data dalla inaugurazione in pompa magna della “commissione piazze” e della “commissione grattacieli” fortissimamente volute da Alemanno: ora non sono solo i giovani architetti a dover lavorare gratis per illudersi di svolgere un lavoro, ma anche le archistar che – in discesa libera di ascolti – cercano disperate scappatoie all’anonimato (non sia mai che un architetto di grido rimanga a corto di riflettori per più di qualche settimana: come può un architetto lavorare nel più completo silenzio, umilmente e senza pubblicità?).

1) A cosa servono gli architetti?

Gli italiani sono forti: basta guardare una partita di calcio per diventare grandi allenatori/preparatori/presidenti, basta leggere i titoli (non gli articoli, troppo difficile) dei quotidiani nazionali per diventare esperti di politica/economia/fisica nucleare e soprattutto basta saper pitturare i muri della propria casa per diventare architetti di chiara fama. E soprattutto: non solo il cinquantenne che per due anni ha fatto il muratore durante i mesi estivi della sua giovinezza si crede Le Corbusier, ma considera tutti gli architetti (o ingegneri o geometri) dei perfetti imbecilli.

Ecco quindi che leggo con piacere sul blog de “Il fatto quotidiano” che Di Frenna (non me ne voglia, ma credo se la sia cercata) consiglia di comprare una casa di legno prefabbricata e allargare il concetto IKEA a tutta l’abitazione: perché limitarsi al mobiletto del bagno quando puoi costruirti una casa intera? Io consiglierei anche di esercitarsi alla composizione con il costruttore virtuale dei SIMS.
Visto che viene citato il testo unico dell’edilizia, vorrei ricordare che una casa prefabbricata può essere costruita senza specifiche indicazioni da parte di tecnici abilitati (in quanto si considera già pre-calcolata), ma rimane comunque un obbligo eseguire i sondaggi necessari prima della costruzione (sondaggi? E’ un quiz?) al fine di valutare la geologia del terreno (ma sì, tanto in Italia non succede mai che il terreno frani…) ma anche una certificazione della corretta esecuzione dell’opera, per non parlare di tutti i documenti necessari per l’agibilità e l’abitabilità, oltre alle conformità dei vari impianti, eccetera eccetera.

Devo ammettere però che Di Frenna non ha tutti i torti: lo sappiamo benissimo che il 90% della professione consiste nel compilare pile interminabili di carta (certificazioni, dichiarazioni, ottemperamenti, ecc.) grazie alla snella e solida burocrazia italiana. Probabilmente hanno ragione nel dire che un geometra basta (a che serve appunto un architetto o un ingegnere): queste carte potrebbero benissime venire compilate da una scimmia ammaestrata. Perché perdere 5 anni di università quando è possibile avere manodopera sottopagata da un qualsiasi zoo cittadino?

2) Ma che bella professione!

Ora mi piacerebbe che cancellaste tutto quello che ho detto fino ad ora. Ricominciamo.

Fareste mai guidare un taxi ad un astronauta? Oppure chiedereste ad un matematico premio nobel di compilare la tabellina del nove?
Per quale motivo dunque vengono formati giovani con cinque anni di università (che, nonostante la Gelmini, continua ad essere fra le prime del mondo) per poi metterli a lavorare per sanare finestre abusive, condonare terrazze o, nel migliore dei casi, litigare con la Sovrintendenza per la posizione di uno split?

Per questo, effettivamente, non servono architetti.
Ma fare architettura non è nemmeno l’autocelebrazione di se stessi che fanno le cosiddette “archistar”. E soprattutto, costruire case prefabbricate o palazzine destinate alla speculazione ediliza non è fare architettura.

Probabilmente le persone non credono negli architetti perché la maggior parte degli architetti non fa quello che gli architetti dovrebbero fare.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Eisenman, GTA, Caniggia – Maffei

G

 rand Theft Auto è il nome di una serie di videogiochi fra le più vendute al mondo in cui il protagonista, un criminale, deve destreggiarsi fra furti d’auto e scontri a fuoco con forze dell’ordine e gang rivali. Il terzo capitolo della serie ha segnato una notevole rottura col passato (grazie anche all’apporto del team Rockstar), in quanto dalla visuale a volo d’uccello si passava alla cosiddetta visuale in “terza persona”, grazie alla quale era possibile osservare il mondo in maniera diretta, con un’immersione pressoché totale nei vicoli e nelle strade della città disegnata per questo gioco.

Il gioco si svolge nella fantomatica Liberty City (che risulta essere un “condensato” della New York reale) con quartieri tipici, come Chinatown o Harlem (che ovviamente vengono chiamate in altra maniera), la metropolitana di superficie e l’immancabile grattacielo del centro. Le serie successive invece risultano rispettivamente ambientate a Vice City (Miami) e San Andreas (Los Angeles, San Francisco ed un po’ di Las Vegas).

Screenshot da GTA Vice City

Screenshot da GTA San Andreas

Le ambientazioni, anche se scarne (si tratta essenzialmente di parallelepipedi con texture che simulano le componenti essenziali degli edifici, come porte e finestre), rendono alla perfezione “l’idea della città” (così tiriamo in ballo anche Rykwert) cui strizzano l’occhio: Liberty City è formata da una maglia di strade regolare, con al centro un grande parco e collegata alla terraferma tramite ponti in acciaio; non manca neppure l’isola al largo con la “statua della felicità”.
Quindi se dovessi immaginare come dovrebbe essere “Red City” (Bologna, dove abito) penserei a dei portici, alle due torri al centro e ai tanti bar dove gli umarells possano parlare di politica la domenica mattina.

Ma cosa c’entra tutto questo con l’architettura e l’urbanistica?
In realtà l’idea mi è venuta guardando il video del progetto “fortemente krieriano” per Tor Bella Monaca pubblicato su De Architectura.

Il paragone è stringente. Gli elementi per caratterizzare una “architettura romana” ci sono tutti ed in effetti: gli archi, i voltoni, il pavè. Ovviamente, rispetto a GTA, mancano i furti d’auto e l’abbordaggio delle prostitute.
Il “carattere” di una città viene quindi dato dalle facciate degli edifici, dal loro carattere formale? Viene definito dalla tipologia e/o topologia degli spazi e delle architetture? Basta qualche texture?
Prima di tirare in ballo il “carattere” muratoriano, occorre fare una digressione su uno degli architetti più in auge del momento.

1) Per una teoria della forma

Nel 2006 viene pubblicata in Germania “La base formale dell’architettura moderna”[1], tesi di Ph.D di Peter Eisenman, risalente al 1963. Da buon allievo di Rowe, pone la “forma” alla base della sua disserazione: l’architettura è formata da masse e volumi, lo spazio vuoto, tanto caro a Zevi, viene volontariamente ignorato.
Eisenman distingue fra “forme generiche” e “forme specifiche”: le forme generiche sono forme platoniche ideali, mentre quelle specifiche derviano dalla trasformazione delle prime in risposta all’intenzione e alla funzione cui gli edifici vengono destinati. Quindi è possibile risalire agli “antecedenti generici” delle forme specifiche e, grazie a questi, analizzare i diagrammi di base che possono sottendere a tutte le composizioni architettoniche. Questo concetto è trasversale a tutto l’ambito strutturalista e quindi Eisenman non propone nulla di profondamente innovativo; la vera rottura è forse quella di non nascondere più questo atteggiamento dietro facciate di comodo, ma di proporre un metodo nudo e crudo assolutizzato e coerente (che rimarrà alla base della produzione dei New York Five).

La tesi si fonda sulla ricerca di un “linguaggio delle forme” che sia universalmente valido, indipendentemente dallo stile adottato, e soprattutto che possa descrivere in maniera adeguata l’ essenza formale di ogni architettura. Non a caso è lo stesso Eisenman ad affermare che l’architettura è scrittura, intendendo in tal senso l’organizzazione sintattica: il nodo fondamentale della composizione architettonica è il modo un cui le immagini o le forme vengono incorporate in un linguaggio e contemporaneamente come la sintassi di questo linguaggio influenzi la percezione delle immagini e delle forme stesse.
Il problema del linguaggio (e quindi dell’architettura) è quello di rendere la comunicazione intelligibile ed efficiente ed Eisenman vede nell’incapacità comunicativa la crisi dell’architettura contemporanea: la soluzione si può quindi trovare in un’architettura “razionale” basata sulle proprietà delle forme generiche (volume, massa, superficie e movimento), epurate dai caratteri estetici e fenomenologici.

Letta al contrario la tesi diventa ancora più interessante: una volta stabilita una “struttura” di fondo capace di intessere un rapporto comunicativo (sia di carattere estetico che psicologico) con il fruitore, la “sovrastruttura” può denotare la qualità peculiare dell’architettura.
Se in Grand Theft Auto la volumetria e le superfici degli edifici di volta in volta definiscono l’intelligibilità dell’edificato (una strada di quartiere avrà affacci continui e più alti di una strada residenziale ad esempio), le modanature e le differenti texture possono dirci che ci troviamo a Chinatown piuttosto che nel quartiere delle stars. E l’ambientazione ci sembra familiare perché sotto i nostri occhi c’è l’immagine “idealizzata” della città, le cui componenti vengono mondate dai caratteri peculiari e rese seriali ed intercambiabili.

Disegni progettuali e foto dal vivo dell'Outlet City di Serravalle

A pensarci bene è la stessa strategia adottata dalle varie Outlet Cities presenti in Italia: il favore del pubblico viene catturato tramite stilemi tradizionali (portici, piazze, torri) epurati e manieristicamente tradotti a scale ridotte, confacenti ai negozi presenti. La scenografia allude alla tradizione storica locale, ricalcando la fisionomia dei borghi antichi, secondo la stessa metodologia utilizzata da Rockstar per GTA.
Ecco quindi che gli avventori si trovano immersi in una realtà virtuale “concreta” e, così come per Liberty City, tutto appare “vero”.

2) Questione di carattere

In un certo senso anche Caniggia si è occupato di “leggibilità” formale degli edifici e quindi del tessuto urbano (non a caso il primo volume di composizione architettonica curato da Maffei ha come titolo “Lettura dell’edilizia di base”[2]). Traendo spunto dalla linguistica di Ferdinand de Saussure, in cui “langue” è la componente sociale-convenzionale del linguaggio, mentre la “parole” è l’aspetto individuale nell’uso di un codice, allo stesso modo Caniggia individua in architettura nella “langue” il tipo e nella “parole” l’oggetto edizio. Il tipo a sua volta è prodotto di una “coscienza spontanea” mentre l’oggetto edilizio progettato è la conseguenza della “coscienza critica”, che è sempre parziale, perché rappresenta una scelta fra le molteplici possibilità offerte.

L’enorme potenzialità offerta dalla categoria di “tipo edilizio” come idea “a priori” sta nella flessibilità offerta dall’analisi tipologica: nella lettura dell’edilizia storica è facile ricostruire il processo tipologico che ha trasformato il cosiddetto “tipo base” nelle innumerevoli varianti presenti sul territorio; allo stesso modo, a scala urbana, è possibile rinvenire i percorsi matrice o di impianto che uniscono i “poli” della città e quindi le ramificazioni secondarie.
Ogni città diventa pertanto unica grazie al riconoscimento e alla lettura delle stratificazioni tipologiche sincroniche e diacroniche avvenute alle diverse scale.
Un discorso a parte interessa invece la parte progettuale che segue alla lettura: come per lo scrivere infatti una cosa è conoscere la grammatica e tutt’altra è la stesura di un racconto o di un romanzo.
Non è certo il caso di soffermarsi sulla proposta di utilizzare leggi “tipologiche” propugnata dalla scuola caniggiana, ma di certo è singolare osservare come si tratti di un metodo controcorrente rispetto alla cultura dominante; Caniggia propone un’architettura in cui l’architetto si “mette in disparte” e non fa trasparire impronte personalistiche. Quella che chiama “cifra” oggi è il marchio di fabbrica di molti architetti famosi nel mondo (tanto per non cadere nel vago, Botta costruisce edifici tondi con mattoni, Meier riveste tutti gli edifici di piastrelle quadrate bianche, Calatrava progetta scheletri strutturali anch’essi bianchi). In un certo senso al “carattere” muratoriano viene sostituito il “brand” tanto caro a Koolhaas.
Ancora più interessante è il fatto che il costrutto tipologico a scala urbana ribalta completamente il punto di vista della pratica pianificatoria classica, in cui un approccio “top down” mira a governare dall’alto i sistemi urbani complessi attraverso schemi precostituiti: in questo caso infatti gli elementi urbani “crescono” secondo relazioni locali, per moltiplicazione e stratificazione, secondo un approccio “bottom up”.
Ritornando al discorso iniziale, la città diviene “coerente” perché mantiene un “carattere” unitario dato proprio dalla costruzione locale, ottenuta mediante le operazioni elementari di ripetizione e sovrapposizione. Non a caso anche i modelli di analisi ed intervento si stanno spostando dalle analisi globali del passato verso analisi locali e non lineari (ma di questo parlerò in un altro articolo). Allo stesso modo Liberty City sembra tanto coerente perché originata da infinte operazioni di moltiplicazione e sovrapposizione.

Da qui il fenomeno contradditorio che vede le città storiche stratificate riempirsi di “accidenti architettonici” (in virtù della spinta consumistica che chiede l’eccezionale, il mostruoso – inteso nel suo etimo, ovviamente – al fine di adempiere alla richiesta ultima dei centri storici, cioè lo shopping e il turismo) mentre i nuovi “villaggi” outlet (dedicati unicamente allo shopping) riprendono gli stilemi tradizionali attraverso le operazioni elementari dell’analisi tipologica.
Questa riflessione andrebbe però pronunciata con l’erre arrotolata e l’accento mitteleuropeo di Daverio; io non posso far altro che prenderne atto e passare ad altro.

3) Più vero del vero

Un altro autore che si è concentrato sulla “leggibilità” del contesto urbano è sicuramente Kevin Lynch: con “L’immagine della città”[3] si proponeva di analizzare la formazione dell’immagine urbana attraverso la percezione (non solo visiva, ma anche culturale, sociale e “sensoriale”) che di essa hanno i suoi abitanti. Credo che tutti conoscano questo libro e pertanto mi limito a far notare come in larga parte ricalca gli spunti da me riportati poco sopra; il pregio maggiore di Lynch sta forse nell’essere riuscito – al contrario degli altri due – a staccarsi da quello che è l’ambito proprio dell’architettura (la ricerca della forma), finendo per “invadere” campi spesso estranei, come la sociologia o la psicologia.
A ulteriore prova dell’eccezionalità de “L’immagine della città” è la stesura del successivo “A good city form”[4] nel quale Lynch ritorna al giudizio sulla “forma urbana”, sviluppando una teoria dell’estetica della città in grado di superare i formalismi geometrici ed il puro soggettivismo.

Ritornando al discorso della “forma urbanistica” e della “leggibilità” è indubbio che le periferie siano le zone in cui si riscontra la maggiore sofferenza: lasciate ai vezzi artistici di qualche architetto (o peggio ancora geometra), alla speculazione dettata dalla zonizzazione, alla cementificazione senza remore, le periferie perdono ogni barlume di “carattere” e si distendono in ammassi informi senza inizio nè fine.
Ecco ancora una volta che la realtà virtuale può essere d’aiuto nella comprensione dei problemi:mentre posso ammettere di “aver visitato” e “conoscere” luoghi come Liberty City o Cyrodiil, difficilmente posso dire di “essere stato” in qualche specifico paese dell’ interland di Milano. Proprio perché fortemente “caratterizzati”, questi luoghi, anche se virtuali, possono a tutti gli effetti essere considerati “più veri del vero”: l’immagine è chiara perché stilizzata ed idealizzata, solo per il fatto di fare riferimenti precisi a culture anche fittizie (ricordo che nella realtà non esistono popolazioni elfiche – a meno di non ricercare tribù boschive dedite alla coltivazione di erbe particolari -, eppure nell’immaginario virtuale essi sono dotati di una specifica cultura ed architettura).

Ora non voglio di certo proporre la caratterizzazione “a tema” dei vari quartieri periferici (una città non può essere un parco divertimenti, anche se luoghi come Venezia ci vanno molto vicini), ma credo sarebbe auspicabile una nuova sensibilità nella pianificazione urbana legata alle esigenze primarie degli individui, che vanno ben al di là dell’avere un tetto sotto la testa.
Lancio pertanto una provocazione: anziché considerare l’ambiente “virtuale” una forma di intrattenimento ludico, perché non cominciare ad analizzare in che modo questi ambienti riescono ad essere più coinvolgenti e familiari?
Il messaggio lanciato da Lynch si è perso sotto la coltre della burocrazia e del soldo facile: non possiamo continuare in questo modo e servono necessariamente nuovi paradigmi. Ma i nuovi paradigmi non possono essere ricercati nei vecchi testi: occorre cominciare a pensare in maniera trasversale.


[1] P. Eisenman, “La base formale dell’architettura moderna”, Pendragon : Bologna
[2] G. Caniggia L. Maffei, “Lettura dell’edilizia di base”, Alinea : Firenze
[3] K. Lynch, “L’immagine della città”, Marsilio : Padova
[4] K. Lynch, “Progettare la città: la qualità della forma urbana”, ETAS : Milano

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Architettura 2.0 – parte 2

L

La prima parte degli articoli dedicati alla “nuova architettura” si chiudeva con l’auspicio che la tecnologica informatica possa in qualche modo aiutare a rendere più responsabili i progettisti, poiché questo strumento agevola sicuramente i compiti basilari ma richiede anche una maggiore attenzione e conoscenza dei mezzi (ad esempio, non è più possibile disegnare un “muro da 30”, ma occorrerà specificare gli strati che lo compongono).
Responsabilità è una parola importante, soprattutto oggi che la professione si gioca più che altro su pubblicità e sconti nelle parcelle; inoltre il progressivo detrimento dell’insegnamento universitario e non, l’inerzia degli ordini professionali, la cancellazione delle tariffe minime (solo per citare alcune piaghe che colpiscono il mondo dell’architettura) non fanno altro che aggravare la situzione.

1) Fine delle responsabilità

Il Movimento Moderno si pone come ultimo colpo di frusta del pensiero positivista che affida alla ragione la capacità, pressoché illimitata, di poter dominare e controllare la realtà. Questa attitudine, che nasce con l’Illuminismo, pone l’accento sull’uomo e sulla certezza del progresso continuo materiale e spirituale e probabilmente tramonta definitivamente con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki: la stessa tecnologia capace di segnare le magnifiche sorti progressive dell’umanità poteva essere anche utilizzata per distruggere.
Nietzsche afferma che il meccanismo dal quale nascono i valori della civiltà occidentale si fonda sull’accettazione della vita nella forma della sua negazione. A questa forza reattiva (del “deserto del cammello”) si contrappone l’entusiastica accettazione della vita: entrambe sono partecipi della “volontà di potenza”. Tutti i valori dei nostri duemila anni di storia derivano da un diverso equilibrio fra questi due estremi. Socrate rappresenta, nella cultura occidentale, lo spartiacque fra istinto e intelligenza: dalla creatività e giocosità del dionisiaco si passa all’intellettualismo che tende a ridurre la totalità dell’esperienza umana alla sola conoscenza. La stessa morte di Dio attuata dall’Umanesimo in poi non ha liberato l’uomo, in quanto ha lasciato intatto lo spazio prima occupato da Dio, caricando l’uomo di quelle funzioni divine che aveva creduto di cancellare.
Anche Bernard Tschumi ricorda che “l’idea del piacere sembra tuttora un sacrilegio per la moderna teoria architettonica. […] L’avanguardia ha senza posa dibattuto opposizioni che nella maggior parte dei casi sono complementari. […] Al di là di questi opposti vi è la dicotomia fra le ombre mitiche dell’immaginario etico e spirituale di Apollo contrapposto agli impulsi erotici e sensuali di Dioniso. Le definizioni architettoniche, nella loro precisione chirurgica, rinforzano e amplificano le impossibili alternative: da una parte, l’architettura come cosa della mente, una disciplina smaterializzata o concettuale con le sue variazioni tipologiche e morfologiche; e, dall’altra, l’architettura come evento empirico che si concentra sui sensi, sull’esperienza dello spazio.”[1]
In “Architecture and Disjunction” si spinge più avanti: “Il confronto fra spazio e uso, proprio dell’architettura, con l’inevitabile separazione dei due termini, comporta che l’architettura è perennemente instabile, continuamente sull’orlo del cambiamento. E’ paradossale che tremila anni di ideologia architettonica abbiano cercato di sostenere il contrario: cioè, che caratteri propri dell’architettura sono la stabilità, la solidità, il fatto di avere basi salde. Io intendo sostenere, invece, che l’architettura è stata usata “contro natura”, contro e nonostante se stessa, dato che la società ha cercato di utilizzarla come strumento di stabilizzazione, di istituzionalizzazione, come mezzo per creare stabilità.”[2]
La crisi occidentale, preconizzata da Nietzche, si ritrova probabilmente nella volontà di alienare l’arte e la creatività da qualsiasi accezione propositiva e di incidenza sul reale. Non dimentichiamoci infatti che un eccessivo allentamento o avvicinamento di Apollo o Dioniso determina uno squilibrio pericoloso (nel primo caso una mancanza di senso e coerenza, nel secondo il rischio sempre presente del totalitarismo).
Ci ritroviamo così ad assistere impotenti al predominio di una classe di architetti che determina le configurazioni delle nostre città, ma che ora non ha neppure più la pretesa di incidere su di esse; come scrive La Cecla (il grassetto è mio): “E se gli architetti non fossero altro che artisti? Perché imputare loro una responsabilità che non hanno? In fin dei conti, come sostiene Massimiliano Fuksas […], il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose, di abbellimento formale, di decoro, di cose carine insomma. In un modo o nell’altro questo è l’alibi costante degli ultimi vent’anni. Gli architetti producono la “ciliegina”, anche se sempre di più il loro lavoro è essenziale al marketing dei prodotti, dei brands, delle agenzie di moda o di turismo o spettacolo per cui lavorano. Insomma le archistar sono nient’altro che artisti al servizio dei potenti di oggi, utili a stabilire “trends”, a stupire e a richiamare il grande pubblico con “trovate” che non sono nemmeno edifici, ma messe in scena, enormi cartelloni pubblicitari accartocciati a formare musei, sedi di agenzie di comunicazione e qualche spettacolare quartiere dineyzzato. […] l’architetto è un artista, ma, in un senso rinnovato, è più che altro un “trend-setter” […]. L’archistar non lavora per la moda, diventa moda egli stesso e dunque brand, logo, garanzia per poter firmare un pezzo di città, un museo, un negozio, un’isola di Dubai come fosse una T-shirt […]. Salvo poi richiudersi, coma fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, una artigiano che potrà al massimo dire: “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli”. D’altro canto non era questa la risposta che dava Mies van der Rohe, in avanzato nazismo, a chi lo criticava di essere un collaborazionista? “Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?””[3]

Eppure anche l’arte è τέχνη, ossia una conoscenza pratica e teorica allo stesso tempo, partecipazione consapevole al proprio operato. Nell’antica Grecia alla τέχνη partecipavano sia l’architetto, sia l’ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere.
Per Platone “la tecnica […] si conforma come espressione e struttura della razionalità. Il motivo ritorna anche in Aristotele là dove giudica più degni di considerazione gli architetti (architéctona) rispetto ai manovali (cheirotechnikoi) non perchè, come da più parti si ritiene, nell’antica Grecia il lavoro manuale era disprezzato, ma perchè gli architetti, a differenza dei manovali che procedevano sulla base di una pratica empirica (empeirìa), disponendo di un sapere (epistéme) e di una conoscenza della causa (aitìa), rispondono ai requisiti del sapere tecnico che per questo si differenza dal sapere fideistico, dossico ed empirico.[4]

2) Architettura, edilizia, téchne

E’ inutile girare attorno alla questione: credo sia palese che esista una netta distinzione fra gli oggetti eccezionali dell’architettura “globale” e gli oggetti comuni dell’edilizia. Ripercorro “al contrario” il dibattito del 1976 fra Gaudelsons ed Eisenman su “Oppositions”[5], ma che pare quanto mai attuale.
All’editoriale del primo, Eisenman parla di funzionalismo come attitudine umanistica fondata sulla centralità del soggetto; questa centralità non è solo ascrivibile al Movimento Moderno e si riscontra in tutte le architetture nelle quali l’aspetto programmatico determina la configurazione dell’edificio, in cui lo spazio è misurato dalle esigenze dell’uomo che lo abita.
Perché quindi – si chiede – continuare a perseguire un’attitudine umanistica nel momento in cui da tempo le altre arti ne hanno fatto a meno? Poiché l’architettura non può più rappresentare nulla, e meno che mai l’uomo che la abita, dovrà cercare di essere altro.
Gaudelsonas, dal canto suo, proponeva un neo-funzionalsimo non ingenuo come quello del Movimento Moderno, ma conscio dei problemi dell’oggi e capace di rielaborarli dialetticamente. Lavorare sul rapporto tra forma e funzione vuol dire, infatti, porsi il problema del significato della forma, della sua giustificazione, per sfuggire al baratro dell’arbitrarietà.
Letto dal punto di vista architettonico, la posizione di Eisenman – per quanto estremamente legata alla difesa delle sue case inabitabili – appare giustificata e connessa alla vicenda di “ribellione” al Movimeno Moderno che si sono trascinate fino ad oggi. Il tutto letto con l’attenuante che i grandi monumenti architettonici, anche se mostruosi, essendo anche “arte” possono essere anche “altro”: allo stesso modo è arte la “merda di artista”.
Letto dal punto di vista dell’edilizia anche la posizione di Gaudelsonas è estremamente ragionevole.
Perché se da un lato il funzionalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, è facile rendersi conto di come le regole funzionaliste tradotte in standards hanno spesso e volentieri salvato il costruito dalla catastrofe di professionisti ignoranti e supponenti (perché se il progettista ignorante è terribile, in quanto pericoloso, quello supponente lo è anche di più, perché si crede Le Corbusier quando invece non riuscirebbe neppure ad essere un bravo manovale).
Come afferma La Cecla: “Gli architetti hanno capito che il solo modo di sfuggire all’anonimato e alla impari competizione era sfruttare la capacità pervasiva della moda e al tempo stesso il suo carattere di costante under statement: come chiedere alla moda di essere etica, di sentirsi responsabile per la società? […] Gli architetti sono completamente presi dai propri alibi e, mentre la nave affonda, loro che una volta avevano competenze di carpenteria oggi si occupano di tappezzeria […]. Nessuno ce l’ha tanto a morte con Gehry come il rettore della Boston University John Silber, che ha scritto un libro efficace, da profano competente ma anche da cliente, il cui titolo suona: Architettura dell’assurdo. Come il “genio” ha sfigurato la pratica di un’arte. […] Ma il massimo è stato raggiunto da Frank Gehry, che nell’ultimo lavoro per i laboratori dell’MIT, lo Stata Center, il cuore della ricerca scientifica, ha completamente ignorato le indicazioni dei ricercatori, inscatolandoli nei suoi sogni di cipolle e spazi comuni, di allegre lavagne (lasagne?) curve, di trasparenze, mentre esperimenti e ricerca, laboratori e procedimento per prova ed errore richiedono una certa intimità, la capacità di chiudersi dietro una porta, la possibilità di molteplici studi paralleli. Certo Gehry si è poi risentito, quando il suo Genio non è stato apprezzato.”[3]
Ovviamente occorre anche rendersi conto che le posizioni di contrasto al Movimento Moderno sono più che ragionevoli: è finita l’era di un’architettura perentoria, che parla unicamente per regole. L’onda lunga del positivismo ha portato a teorizzare una costruzione urbana ed architettonica prettamente idealistica e razionale.
La “maglia razionale” di scelte imposte dall’alto, della divisione in settori stagni, delle logiche da PRG, è giunta ormai ad un termine irrevocabile: il lavoro deduttivo di regole a tavolino non ha più senso, perché le regole non possono più essere immutabili (ed in questo penso al modello di un città “viva” in cui i continui adeguamenti alle forze provenienti dal suo interno hanno portato a trasformazioni continue che la regola delle zonizzazioni non potrà mai esprimere).
Il procedimento deduttivo presuppone condizioni al contorno costanti, estremamente diverso dalle mutevoli esigenze della società contemporanea (pensiamo ad esempio a come sono cambiati gli standard abitativi in questi anni; eppure ci ritroviamo sempre con la stessa normativa, tanto che ormai “standard” non è più il parametro minimo di riferimento, ma è diventato il fine ultimo dei costruttori; hanno perso il loro carattere di innovazione e miglioramento della vita e si sono trasformati nell’opposto).
La tecnologia che si sta sviluppando oggi può fornire un grande passo avanti nella qualità del progetto edilizio, grazie ad una verifica continua ed in tempo reale della qualità del progetto e quindi un superamento dei limiti visti sopra non solo dal punto di vista teoretico ma anche dal punto di vista pratico.

3) Metodi da architetto

Paolo Portoghesi è un uomo fantastico.
Sulla rivista web HOUSE LIVING del gennaio 2010 appariva una sua intervista in cui si esprimeva contro ogni utilizzo forzato dell’architettura (il grassetto è mio):
“D: Qual è il confine tra estetica e funzionalità nell’architettura?
R: Le opere architettoniche devono migliorare la vita dell’uomo attraverso la bellezza e la funzionalità. Non bisogna mettere gli edifici in primo piano. L’architettura dovrebbe essere funzionale. Ora invece sembra che non esista e non serva più. A Roma è stato inaugurata la sede del MAXXI, il Museo d’Arte Contemporanea realizzato dall’archistar Zaha Hadid, la quale ha detto “vorrei dare ai visitatori l’impressione di andare alla deriva”. Ma questo non ha alcun senso quando si realizza una galleria d’arte: infatti ora bisogna trovare delle soluzioni per riuscire ad esporre i quadri.
D: Mi faccia un esempio…
R: Un buon esempio di architettura sono le residenze realizzate dall’architetto Cino Zucchi a Milano: sono in un quartiere con poco valore storico – il Nuovo Portello, hanno poco in linea con l’ambiente, ma ricordano le case di ringhiera milanesi. È riuscito a rispettare l’anima della città. Ogni città ha il suo carattere e l’architettura che non rispetta il luogo, priva la città del suo valore e demoralizza i cittadini.
D: Lei ha criticato le archistar e ha parlato di smania di protagonismo. Qual è il confine tra un’opera per l’artista e un’opera per i cittadini?
R: Celebrare il sé può anche essere corretto, ma fino a un certo punto. Bisogna tener conto delle responsabilità. Il quadro è un ornamento, se non piace si può staccare; l’architettura non possiamo rifiutarla. Gli artisti quindi devono essere prudenti.”
Eppure sempre Paolo Portoghesi ha progettato le “vele” a bassano del grappa, grattacieli di 45m di cemento che impatta in maniera notevole con l’ambiente circostante e che di dialogo col contesto hanno sicuramente ben poco.
Peccato.
Perché il libro “Geoarchitettura”, ad esempio, non mi era sembrato malvagio e pieno di ottimi spunti: “L’architettura in questi ultimi tempi è stata attraversata da un’ondata di caotica vitalità che genera allo stesso tempo ammirazione e disagio. Le grandi opere sono diventate popolari anche se ciò che esse comunicano non è di solito altro che la loro inedita struttura, la loro novità, la loro diversità, rispetto a tutto ciò che già esiste, una diversità ottenuta seguendo le leggi del messaggio pubblicitario, attraverso la sorpresa, il clamore, lo spaesamento.

Occorre, scrive Portoghesi, che l’architettura riconquisti la sua identità storica di disciplina al servizio della società e capace di aiutare l’umanità a prendere coscienza della responsabilità verso il futuro, rintracciando nel panorama mondiale quei frammenti ancora lontani da ogni possibile coagulazione. Questi frammenti, queste tracce sovente sono ben poco visibili e sono sempre il retaggio di un’indicazione appena presentita e il possibile collante è l’insegnamento della natura intesa come una totalità di cui l’uomo è parte integrante. Ma parlare della nascita di una nuova sensibilità, attenta alle ragioni e alle morfologie della natura non significa trattare di “architettura verde”, quella degli architetti sensibili all’ecologia ma priva di alcun “lievito ideologico” che possa essere riferito in modo esplicito al nuovo paradigma scientifico; non si tratta nemmeno di una ricerca di tipo formalistico sulla possibilità di realizzare strutture artificiali plasmate dal computer in base a modelli derivati dallo studio della natura con una sconcertante predilezione per le pieghe, le metamorfosi, gli sconvolgimenti. E, infine, non è certamente l’invocazione di un legame con la natura esteriore e imitativo.”[6]

Anche a livello legale, nei progetti di architettura, l’obbligo è di risultato, in quanto il contenuto del contratto di redigere un progetto si traduce nella concreta realizzabilità del progetto stesso: se parliamo di nuova sensibilità, credo che occorra legare questo concetto alla corretta attuazione dei propositi progettuali. Se da un lato il committente ha diritto di pretendere dal professionista un lavoro eseguito a regola d’arte e conforme ai patti, dall’altro il professionista è tenuto a comunicare al proprio cliente l’eventuale irrealizzabilità dell’opera.
Invece ad oggi si tende a confondere il progetto (o peggio, lo schizzo o l’idea progettuale) con la realizzazione stessa.
Provo un sentimento di grande ilarità quando vedo i famosi “schizzi progettuali”, in cui architetti di diversa estrazione si prodigano nel duro compito di piegare le leggi fisiche alla mercé del proprio cliente; per non fare nomi, ripropongo alcune tipologie di disegno che spesso si vedono in circolazione.

Peccato che spesso le cose non vadano proprio così. Come nel caso di Portoghesi, esiste uno iato sconcertante fra intenzione e realizzazione concreta (e che non viene colto dagli stessi architetti a quanto pare).
Mi sono soffermato a lungo, anche in altri articoli, sul ruolo dei modelli, perché credo che un problema fondamentale sia proprio l’interpretazione “umanistica” della raffigurazione (a partire dal Rinascimento in poi), in contrapposizione al valore empirico/progettuale degli stessi. Per questi motivi credo che le nuove tecnologie e la nuova sensibilità possano portare alla responsabilizzazione dei progettisti e alla realizzazione di modelli validi non solo a livello estetico ma anche a livello fisico.

…Continua


[1] B. Tschumi, intervista su “Architectural Design” n.47 del 1977
[2] B. Tschumi, Architecture and disjunction, The MIT Press – 1996
[3] F. La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri : Torino
[4] U. Galimberti, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli : Milano
[5] M. Gaudelsonas, Neo-Functionalism in “Oppositions” n.5 del 1976
[6] P. Portoghesi, Geoarchitettura, Skira : Milano

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

Leggi anche:
Architettura 2.0 – Parte 1

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Wikio, la classifica e l’architettura

a stesura di un post per il proprio blog alle volte può diventare qualcosa di molto complicato e tortuoso.
La versione originale di questo articolo comportava un lavoro a due mani da parte di Emmanuele Pilia e del sottoscritto e soprattutto avrebbe dovuto essere pubblicata due mesi fa; purtroppo le cose non sempre vanno come vorremmo e prima la defezione di Emma e poi vari impegni di lavoro mi hanno allontanato dal pezzo.
Ma avevo preso un impegno e così ho deciso di riordinare ciò che già era stato scritto e pubblicarlo: non stupitevi quindi se la classifica di Wikio che viene citata è vecchia. Anzi, il fatto che si parli di qualcosa di “passato” (ma nel web nulla passa e tutto rimane) rende ancor più pregnante il ragionamento.

Come la maggior parte di voi saprà, Wikio da qualche tempo pubblica una classifica dei blog di architettura italiani, basata su di un algoritmo che calcola diversi parametri, come i link afferenti ad un sito oppure le citazioni presenti nel circuito dei blog.
La parola algoritmo è una distorsione del nome del matematico persiano Muhammad ibn Mūsa ‘l-Khwārizmī, che si ritiene essere uno dei primi autori ad aver fatto riferimento esplicitamente a questo concetto, nel libro Kitāb al-djabr wa ‘l-muqābala (Libro sulla ricomposizione e sulla riduzione), dal quale tra l’altro deriva la parola “algebra”. In generale per algoritmo si intende un procedimento volto alla soluzione di un determinato problema e che viene espresso tramite un numero finito di passi; per una definizione più rigorosa ci si riferisce generalmente al funzionamento della macchina di Turing (che in pratica è il corrispondente matematico del nostro computer), pensata in grado di eseguire operazioni su una stringa infinita cambiando di volta in volta il proprio stato e, proprio per questo, in grado di eseguire qualsiasi algoritmo (tesi di Church-Turing).
Una macchina di Turing è utile nella dimostrazione di alcuni problemi, come l’Entscheidungsproblem di Hilbert; la questione posta era la seguente: “esiste sempre un metodo meccanico attraverso cui, dato un qualsiasi enunciato matematico, si possa stabilire se esso sia vero o falso?”. La risposta fornita da Turing, proprio grazie alla schematizzazione da lui inventata (anche se forse il metodo lambda di Church e Kleene risulta matematicamente più interessante), è negativa: non è possibile stabilire un algoritmo capace di risolvere tutti i problemi.
In realtà già Gödel, nel suo celebre teorema (da cui Turing prese lo spunto per la sua macchina), dimostrava che la validità di ogni algoritmo dev’essere sempre stabilita con mezzi esterni.

Algoritmo per la riparazione di una lampada

La classifica di architettura che propone da qualche tempo Wikio è il semplice frutto di un algoritmo, basato per la maggior parte sulle “relazioni” che certi siti hanno all’interno del web. Come abbiamo visto ogni algoritmo contiene delle pecche, non solo dal punto di vista soggettivo (per la scelta di criteri piuttosto che altri) ma proprio per la stessa logica formale con cui è composto.
Per fare un esempio più comprensibile, sarebbe come voler definire una classifica di interesse per una donna solo in base a certi caratteri fisici evidenti: ad esempio occhi verdi tot punti, circonferenza vita tot punti, ecc.. (che poi è il criterio su cui si basano i concorsi di bellezza, oltre ovviamente ai bonus dovuti a prestazioni sessuali più o meno esplicite). Non so voi, ma a me sono sempre piaciute quelle donne che avevano “qualcosa in più”; probabilmente tutte le donne hanno particolarità che le rendono interessanti, ma queste non risiedono certo in misure e numeri. Lo charme di una donna richiede mezzi esterni.

L’occasione di pubblicare la classifica (grazie a Salvatore e Claudio) è quindi un’ottima occasione per glissare su convenevoli di rito (ho visto blogger che stappavano champagne per essere entrati nei primi venti: “Oh, sono tutta bagnata perchè sono entrata nella classifica Wikio!”) e parlare in maniera meno superficiale di questo genere di graduatorie e dei siti di architettura italiani.

La classifica è la seguente:

1 Wilfing Architettura
2 Architettura ed Ecosostenibilità
3 Architettura e Design
4 Channelbeta
5 bigben design zine
6 Energie per domani
7 DE ARCHITECTURA
8 Futurix
9 • Skymino’s House •
10 Architettura Take Away
11 Amate l’Architettura
12 =Architettura = Ingegneria = Arte=
13 Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio
14 eGanz
15 PETRA DURA, Architettura e Contorni
16 Alessandro Gabbianelli Architetto Paesaggista
17 DigitAG&
18 Casabella
19 Io Noi il Blog di Fabio Novembre
20 Archiwatch

Classifica architettata da Wikio

Come già detto, non verranno fatti commenti relativi alla posizione del mio blog (Architettura=Ingegneria=Arte). Inoltre, come affermato sopra, l’algoritmo non può certo valutare quel “qualcosa in più” che potrebbe avere ciascun sito.
In un periodo in cui non sembra esistere una vera “critica” architettonica appare più che doveroso cercare di segnalare ogni tentativo di smuovere il pantano italico. Vorremmo quindi proporre una classifica “parallela” in cui menzionare unicamente i siti/blog con contenuti originali e critici che compaiono nei primi 50 posti della classifica Wikio (intendendo per “originali” articoli che non sono solo citazioni di altre fonti e non costituiti da link ad altri articoli e per “critici” quei contenuti che non si soffermano solo sulla presentazione di qualcosa, ma contengono una discussione sul tema):

  • Wilfing architettura (1° posto): è al primo posto eppure, a detta dello stesso Salvatore d’Agostino, si tratta di un’anomalia; Wilfing è una “piattaforma d’approdo” per naviganti più che un sito di critica. Lo dimostra il fatto che gran parte delle discussioni vengono sviluppate dai commentatori e frequentatori, piuttosto che da Salvatore stesso.
  • De Architectura (7° posto): Pietro Pagliardini rappresenta lo zoccolo duro della critica anti-moderna e tradizionalista dell’architettura; pur non condividendo la maggior parte delle sue idee, ritengo il suo blog sempre molto interessante, perché capace di innescare dibattiti non scontati sui temi di attualità (unica nota: non parlate di costruttivismo russo, altrimenti verrete tacciati di bieco comunismo).
  • Skymino’s house (9° posto): è un blog che presenta diversi contenuti originali ma molto “milanocentrici”; interessante anche dello stesso autore Urbanfile, blog che parla di urbanistica italiana.
  • Amate l’architettura (11° posto): è il sito dell’omonima associazione culturale, che si rifà alle parole pronunciate da Gio Ponti (per ulteriori informazioni, vi rimando al link); è un sito sempre ben curato e con contenuti critici originali orientati alla divulgazione dell’architettura contemporanea.
  • Conferenze e tlaks di Architettura di A. Saggio (13° posto): il prof. Saggio è un noto critico e studioso di architettura (famoso per i tentativi di clonazione) che da sempre rivolge grande attenzione al mondo dell’informatica e del web (tanto che spinge i propri studenti ad aprire un blog/diario relativo al corso di composizione tenuto dal professore stesso); il sito è molto orientato alla comunicazione con i propri studenti, ma si trovano anche diversi spunti critici che vanno al di fuori dell’ambito accademico.
  • PETRA DURA (15° posto): è un blog fatto da un gruppo di studenti di ingegneria edile/architettura dell’università di Catania; nonostante la giovane età degli autori, è forse il blog che è maggiormente incentrato sulla critica architettonica tout-court; meritevole a questo proposito una lunga disamina sui vari padiglioni dell’ultima biennale di Venezia.
  • Trenette e mattoni (+20° posto): è uno spazio con contenuti originali (spesso sprezzanti e satirici) incentratai sull’edilizia ligure; l’autore Marco Preve è molto divertente e quindi, anche se non siete liguri, consiglio vivamente la lettura di questo blog.
  • Rmalfatti (+20° posto): in questo caso si tratta di un blog anomalo, in quanto formato in larga parte dai (bellissimi) acquerelli di Roberto Malfatti, che definiscono una sorta di taccuino di appunti sull’architettura, sui viaggi, sull’attualità.
  • La capanna in paradiso (+20° posto): non è un blog, ma un vero e proprio “libro” informatico incentrato sull’arte e l’architettura tradizionale; Enrico Bardellini è un pozzo senza fondo di cultura e devo ammettere che, pur frequentando assiduamente il blog, raramente commento, vista l’esaustività dei contenuti presentati. Non è fatto per coloro che cercano contenuti di svago nella rete.
  • Architettura di pietra (+20° posto): si tratta di un sito incentrato sull’utilizzo della pietra naturale in architettura. Molto completo e ricco di contenuri.
  • Valentina Giannicchi (+20° posto): Valentina Giannicchi si definisce “architutto”, ed in effetti sul suo blog si trova un pò di tutto (scusate il gioco di parole); ogni post è un piccolo saggio sull’architettura, la moda, l’arte.
  • Sardarch (+20° posto): è il blog dell’omonimo progetto di Nicolò Fenu e Matteo Lecis Cocco-Ortu, che si prodigano nella diffusione della cultura architettonica (con particolare attenzione al territorio sardo), con diverse iniziative e dibattiti.
  • Parliamo di città (+20° posto): Davide Leone, Giuseppe Lo Bocchiaro, Antonino Daniele Panzarella sono architetti dottori in Pianificazione Territoriale presso l’Università di Palermo ed il loro blog è incentrato sull’urbanistica; molto interessante a mio parere il “diario di un ciclista urbano”.
  • Il nido e la tela di ragno (+20° posto): Rosella Ferorelli è stata finalista del concorso Giovani Critici 2010 indetto da PresS/Tfactory e professione architetto con “Le parole e le case”; il sottotitolo del blog è “architettura difficile” ed appuunto su questo assunto si basano gli articoli pubblicati, che tentano “un approccio ai garbugli dell’architettura contemporanea con la precisa intenzione di rintracciare per essa un futuro accettabile in cui l’arte torni ad occuparsi della vita, in cui l’arte sia vita”.
  • Il blog della cosa (+20° posto): Emanuele Papa propone un blog che è una lunga digressione su temi che spaziano dall’architettura all’urbanistica alla cultura in generale. Gli spunti sono sempre interessanti e per nulla scontati.

A margine di questi blog, vorremmo segnalarne almeno un paio che non compaiono in nessun posto della classifica Wikio, ma che risultano fondamentali nell’ambito della cultura architettonica in rete:

  • Antithesi: è probabilmente uno dei giornali di architettura online più curati e seri (meglio anche di tanti corrispettivi patinati); gli articoli sono interessanti, così come i commenti. Sarebbe molto interessante proporre la stessa modalità di scrittura/commento alle riviste cartacee che da poco sono approdate nel web: se venissero pubblicati sul sito di Casabella o Abitare (per citare i più noti) gli articoli apparsi nella rivista cartacea (per carità, anche con qualche mese di ritardo, non chiedo anteprime), finalmente si potrebbe evidenziare la scarsa attinenza di questi alla realtà architettonica; perché risulta molto facile la comunicazione unilaterale, più difficile il “dialogo”.
  • Arch’IT: anche in questo caso contenuti di qualità e pubblicazioni continuamente aggiornate; da segnalare Coffee Break, che contiene una raccolta di scritti di architettura di Antonino Saggio.
  • presS/Tletter: è la raccolta di newsletter di un altro critico italiano di spessore, Luigi Prestinenza Puglisi.
  • Artonweb: è un sito che parla di arte, architettura, fotografia, con saggi inediti e segnalazione di mostre ed eventi; da segnalare gli articoli sull’architettura di Vilma Torselli.

Come potrete facilmente osservare, molto è cambiato all’interno di questa classifica.
La più evidente è quella che, pur avendo aumentato di circa il 7% gli accessi in questo mese, il mio sito è praticamente scomparso, visto e considerato che la non pubblicazione è vista da Wikio come altamente negativa, in barba a chi cerca di pubblicare contenuti di qualità e soprattutto lo fa in maniera del tutto gratuita (vorrei far notare che non appare nessun banner sul mio sito), in contrapposizione a chi lucra sul proprio blog e qundi riceve denaro per gli articoli pubblicati (quindi non sono di certo stupito che in classifica appaiono i blog delle riviste specializzate, che fanno proprio questo di lavoro) o a chi, non avendo di meglio da fare, pubblica post a profusione. A conferma di quanto detto, in cima alla classifica ora si trova il sito della rivista Abitare, blog (ma è veramente un blog?!?) scarso e privo di appetibilità: di sicuro non sentivamo la mancanza di un blog che cita per l’ennesima volta nuove costruzioni o premi vinti, con tante belle foto e poche righe di analisi. Perché le riviste del settore non si mettono veramente in gioco e consentono di commentare gli articoli veri apparsi sulla versione patinata? Hanno paura del confronto?

Da appassionato di informatica, non posso altri che consigliare a chi vuole veramente parlare di architettura, di fare una sana ricerca “manuale” riguardante i propri interessi; perché è veramente facile alterare le classifiche automatiche, così come hanno dimostrato in maniera estremamente ironica un gruppo di informatici francesi, che è riuscito a far diventare Ike Antare (un nome di fantasia) uno degli scienziati più famosi nel mondo (almeno, secondo il web).
Grazie ad un software hanno creato dei falsi articoli scientifici, scritti usando l’appropriato linguaggio tecnico ma usando frasi a caso, e li hanno messi in rete. Affinché un articolo sia identificato dal motore di ricerca di Google, è sufficiente che questo abbia almeno una referenza ad un articolo già esistente nella lista di questo motore di ricerca. Dunque sono stati generati 101 articoli: in uno si sono messe referenze solo ad articoli reali ed in ognuno degli altri 100, 99 citazioni ai restanti 99 articoli di Ike Antkare. Per velocizzare l’identificazione da parte di Google si è usato un altro trucco ed in pochi mesi Ike Antkare è diventato una stella nel firmamento degli scienziati di tutti i tempi. In base a questi strumenti (usati spesso nel computo delle pubblicazioni e delle citazioni degli scienziati che partecipano a concorsi veri!) dall’8 aprile del 2010 Ike Antkare è diventato uno degli scienziati più citati nel mondo moderno, in una posizione migliore, ad esempio, di Albert Einstein.

Quindi se vi divertite con le classifiche ed il fantacalcio, Wikio è il sito che fa per voi.
Se invece cercate un’analisi approfondita dell’impatto dei blog di architettura, vi consiglio di leggere il sito di Salvatore d’Agostino.
Se ancora siete alla ricerca dei blog “giusti”, partite da quelli che vi ho indicato e fatevi le vostre ricerche: niente è meglio del cervello umano (almeno per ora).

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Architettura 2.0 – parte 1

Architettura 2.0 _____________________________________________________________________________ Architettura 2.0

Lo spunto per questa riflessione parte da lontano.
Mi ricordo che il primo anno di università passai gran parte del mio tempo a studiare le rappresentazioni di Monge e l’omologia per riuscire a superare l’esame di Disegno I; non parlo poi dell’esasperazione di tutti noi, costretti a disegnare in aule estremamente sporche e con tavoli da disegno pieni di simpatiche incisioni, tipo “Maria ti amo”, che inevitabilmente (soprattutto quando si passava alla retinatura delle zone in ombra) si trasferivano in rilievo sul disegno. Per Disegno II invece arrivò la rivoluzione CAD e quindi addio gomma pane e benvenute file interminabili all’unico plotter di ingegneria.
Era l’inizio del nuovo millennio, sembrava che l’introduzione di queste nuove tecnologie potesse imprimere una svolta fondamentale nel campo dell’edilizia e quindi aprire nuove strade, soprattutto a noi che per primi potevamo dire di “essere nati” con questi strumenti. Ci sbagliavamo: ancora una volta mi sento di dire che “bisogna cambiare tutto per cambiare nulla”.

La nuova tecnologia ha portato poche rivoluzioni (almeno in Italia); anzi, la miopia delle istituzioni e di quei pochi professionisti che potrebbero avere potere decisionale ci hanno portato, come al solito, a pochi passi dal baratro. Come qualche tempo fa scrivevo su wilfing architettura, mi pare ovvio che il sistema sia malato, a più livelli: il primo problema è di ordine sociale (o burocratico, dipende dal punto di vista) ed economico; il secondo è inerente a ciò che l’architettura rappresenta oggi per i professionisti e per la gente comune.
Per quanto riguarda il primo problema le speculazioni, le collusioni con la mafia, l’incapacità della classe politica sono problemi reali che (purtroppo) vengono ignorati quotidianamente; oltre a questo si registra l’incapacità congenita del sistema di gestire un’architettura aperta a tutti (ad ogni livello, dal concorso ristretto ai grandi studi alle gare per affidamenti di poche migliaia di euro).
Per quanto riguarda il secondo problema è chiaro che da tempo (a parte pochi casi isolati), si è smesso di costruire “per le persone” (lo so, è un concetto molto vago, ma credo possa rendere bene l’idea): c’è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l’edilizia e l’urbanistica come viene intesa oggi.
Da un lato i grandi studi trasformano spesso e volentieri il codice architettonico in “brand”, l’edificio in “pubblicità” e le prestazioni professionali in “merce di scambio”; è impossibile pensare ad un nuovo progetto senza prima valutarne i risvolti economici immediati. In questo clima assistiamo ad un incredibile spezzettamento dei codici architettonici (quello che De Fusco, chiama “codice delle micrologie”). Per questi professionisti l’utilizzo delle nuove tecnologie è fondamentale ed imprescindibile (ma comunque sempre legato più a sperimentazioni formalistiche che a vere e proprie ricerche delle migliori prestazioni di un edificio).
Dall’altro lato abbiamo una miriade di progettisti e costruttori che vivono in un limbo senza tempo, in cui un’edilizia eterogenea e ambigua riempie con disarmante facilità le nostre periferie. Per costoro gli strumenti CAD servono unicamente a tradurre su supporto informatico quello che avrebbero fatto, nella stessa maniera, su supporto cartaceo.

Cosa intendiamo dunque per “architettura” all’inizio di questo millennio?

È possibile discernere fra “architettura” e “edilizia” (o “architettura” e “scultura”)?

C’è un paradosso interessante: i grandi nomi sono interessati a portare avanti le proprie “idee” spesso a discapito della vivibilità stessa dell’opera, ma producono (forse) lo 0,001% dell’architettura mondiale (in pratica un numero irrisorio, che non ha paragone ad esempio nella musica o nella pittura o nella letteratura, dove ci sono correnti condivise dalla maggior parte degli artisti); dall’altra parte più del 90% del costruito potrebbe venire annoverato in una sorta di architettura “eclettica” (a dir poco), del tutto diversa da quella dei grandi nomi, in cui gli interessi speculativi però portano a luoghi altrettanto invivibili.
Purtroppo il discorso sembra costantemente incentrato su valori formali. Il Razionalismo ha fatto numerosi sbagli puntando su un’ottica illuministica di controllo del reale attraverso mezzi razionali; ma quello che vedo oggi è la stessa impostazione, attuata solo con mezzi diversi. La geometria ha perso il carattere rigido e formale iniziale e ha assunto forme mutuate dalle recenti conquiste matematiche (e da strumenti computerizzati), ma lo spirito è lo stesso: utilizzare schemi compositivi più o meno arbitrari per definire la forma architettonica.
Inoltre, come il postmoderno non è riuscito a plasmare strumenti facilmente diffondibili e chiari, allo stesso modo l’architettura odierna non offre mezzi certi per intervenire sul reale; da un parte c’è l’eccezionalità delle singole opere e gli strumenti con cui vengono realizzate, dall’altra la non bene definita finalità della stessa, il suo significato profondo.
In questo clima la tecnologia informatica ha portato ad una frattura nel modo di concepire la composizione, tanto che ormai parlare di disegno “tradizionale” rischia di scadere in concezioni “passatistiche” e nostalgiche.
Oggi appare chiara la possibilità di lavorare direttamente con un “modello” tridimensionale anziché con le forme bidimensionali della progettazione “classica”. Quello che la matita “costringeva” ad ideare all’interno della propria testa ora viene riversato sullo schermo del computer: quindi si “sente” meno il mezzo e non ci si deve preoccupare neanche troppo di tenere a mente tutti i particolari di un progetto, visto che c’è il computer che li correggerà (come Gehry ci ha dimostrato in più occasioni). Prima si disegnava e poi si verificava col modello, ora si fa il contrario.
Quindi da una parte si perde “controllo” sul progetto, ma dall’altra un passaggio dal 2D al 3D obbliga a definire il modello fin da subito con una certa rigorosità. Nel disegno bidimensionale alcuni dettagli potevano rimanere inespressi addirittura fino alla fase esecutiva, o differiti secondo tempo diversi; questo oggi non è più possibile.
A mio parere queste nuove possibilità dovrebbero dare lo stimolo per affiancare all’incessante ricerca della “forma” perfetta anche strumenti utili per il controllo ambientale ed urbanistico dell’edificio costruito (mentre purtroppo le case si dimostrano sempre più scadenti ed invivibili).
Quello che manca oggi è un solido movimento che cerchi di “tirare le somme” da questo coacervo di proposizioni ed esperienze più o meno significative: appare urgente oggi porre dei punti fermi da cui avviare nuovi sviluppi, anziché continuare a spezzare il grande fiume dell’architettura in una miriade di rivoli secondari.
Serve una sintesi.
La penuria di trattatisti seri dimostra questo impasse. Credo sia quanto mai d’obbligo un rinnovamento globale all’interno della progettazione e della teoria architettonica sia per quello 0,001% di grandi nomi, sia per i molti professionisti che oggi risultano inadeguati alle nuove sfide che l’architettura propone.

Quale deve essere dunque lo spirito di questo rinnovamento?

Devo ammettere che in questi mesi ho riflettuto a lungo su questo interrogativo; come al solito le risposte sono arrivate in maniera inaspettata e attraverso letture e riflessioni trasversali.
Mi è venuto in aiuto Salvatore D’Agostino che, in una telefonata, mi parlava di come la pratica edilizia corrente fosse in genere riluttante ad adottare nuovi materiali e nuove tecniche (o perlomeno, l’utilizzo dei nuovi mezzi avviene seguendo schemi propri dei mezzi antichi, come la costruzione delle case in cemento armato basata su schemi tipici delle case in muratura portante).
In secondo luogo l’interessante “Architettura e modernità”[1] del (clonabile) Antonino Saggio, che nell’ultima parte del libro si interroga appunto sull’uso delle nuove tecnologie: “In questo contesto [ndr. interrogarsi sulle profonde mutazioni che il paradigma informatico sta comportando] una domanda pertinente è se l’informatica serva a creare soltanto le case interattive dei ricchissimi o delle effimere perfomance psichedeliche o ancora delle complesse manipolazioni formali oppure debba servire “anche” ad affrontare le grandi crisi del mondo contemporaneo. Il tema della polluzione e dell’uso consapevole delle risorse, lo squilibrio tra Nord e Sud, tra povertà e ricchezza, la trasparenza e democraticità delle informazioni, lo sviluppo di ambienti e soluzioni che lascino spazio alla presa di coscienza critica”. Leggendo il libro però si ha l’impressione che l’informatica sia servita a tutto tranne che ad affrontare le crisi del mondo contemporaneo: abbiamo nuovi e straordinari spazi, nuove interconnessioni, nuovi importanti progetti, nuovi luoghi di culto architettonico. Eppure siamo ancora qui (o almeno noi che viviamo l’architettura “dal basso”), a barcamenarci con la solita “edilizia” scadente e fallimentare prodotta da costruttori senza peli sullo stomaco e progettisti ignoranti; ignoranti di tutto: ignoranti di architettura contemporanea, ignoranti delle nuove normative strutturali e bioclimatiche, ignoranti soprattutto dei nuovi strumenti informatici.

1) Architettura 0.1

Vorrei introdurre l’argomento citando parte dell’intervista rilasciata da Marco Calvani su wilfing architettura. Marco ora lavora in Svizzera, dove “c’è molta flessibilità per quanto riguarda le mansioni: architetto, fotografo, designer … poco importa. L’importante è lavorare”. A suo parere “l’Italia non può nemmeno farsi esportatrice di architetti verso l’estero, essendo nemmeno tanto ben formati e competitivi. In Svizzera ho notato numerose richieste riguardo conoscenze di progettazione BIM […] mentre noi siamo ancora, per la maggior parte degli studenti, con il CAD bidimensionale e, se va bene, Primus per i computi metrici”.
Non va meglio quella che dovrebbe essere la formazione all’interno degli studi una volta finita l’università: purtroppo ho conosciuto personalmente tanti professionisti che di professionale avevano poco o nulla. Anziché inserire i giovani nel mondo del lavoro spesso o volentieri questi signori sfruttano per poche centinaia di euro al mese (magari pure in nero) giovani laureati che generalmente conoscono tecniche e strumenti molto meglio dei propri datori di lavoro ma sfortunatamente non hanno quelle tante e utili “conoscenze” fondamentali per poter svolgere la professione in Italia. In cambio ricevono istruzioni su come “non si dovrebbe fare” il proprio lavoro: barare sui calcoli o sulle dichiarazioni, presentare lo stretto necessario per tagliare i tempi e farsi approvare un progetto, ingraziarsi le persone giuste perché una giusta conoscenza vale più di mille certificazioni.

Ritornando all’uso delle tecnologie informatiche, mi sono reso conto di come tantissimi studi (soprattutto di medie/piccole dimensioni) utilizzino solo in minima parte le risorse a loro disposizione: ho visto ad esempio pochissimi disegni CAD in cui fosse chiaro l’utilizzo consapevole dei layer oppure in cui venissero utilizzate appieno le capacità di questi software (per non parlare ad esempio di alcuni disegni che riportavano posizioni dei muri leggermente sfalsate da un piano all’altro: probabilmente ogni piano era stato disegnato senza preoccuparsi di sovrapporlo agli altri per confrontare la coerenza delle strutture); non ho praticamente mai visto progetti realizzati tramite software BIM.
Pertanto in questo articolo andrò in direzione contraria a quella intrapresa da Saggio nel suo libro e dimostrerò come la diffusione degli strumenti informatici possa essere non solo foriera di nuovi sviluppi formali, ma anche di importanti conquiste per la progettazione edilizia.
Ovviamente so già che il mio sarà un puro esercizio retorico: già in Italia si fa fatica con l’inglese, figuriamoci usare il computer!

2) Dal modello al BIM

Ci sono diverse testimonianze scritte secondo cui già nell’antichità i modelli delle costruzioni da realizzare venivano sottoposti all’approvazione dei committenti; questi servivano inoltre a verificare il progetto e a comunicare con le maestranze. Purtroppo nessuno dei modelli antichi ci è rimasto, e le notizie che ci sono state tramandate al riguardo sono piuttosto scarne.
L’epoca d’oro dei modelli rimane il Rinascimento, quando diventano strumenti di affinamento della progettazione: in quest’epoca, pur mantenendo la funzione operativa che avevano il secolo scorso, diventano strumenti di creatività e costituiscono una testimonianza importante del processo di ideazione artistica, poiché l’architetto è sempre meno capocantiere e sempre più progettista.
A partire dal XVII secolo la rivoluzione copernicana sposta l’attenzione dal modello inteso come rappresentazione del costruito al modello matematico, inteso come strumento operativo di conoscenza. Da questo momento in poi, fino ai giorni nostri, si è osservata una sempre maggiore distanza fra il modello “teorico” della matematica e della fisica ed il modello “concreto” dell’architettura, inteso come “plastico” e quindi realizzazione in scala del progetto futuro.
La rivoluzione informatica – intesa come “democratizzazione” degli strumenti informatici, che ora sono veramente alla portata di tutti – ha portato ad una revisione sostanziale di questi concetti. Il primo passo è stato quello di associare alla progettazione CAD (intesa come “Computer Aided Design” e quindi una progettazione “geometrica” del manufatto elaborata attraverso il computer) la creazione di un vero e proprio modello corredato di un database che individuasse le caratteristiche delle singole componenti del modello. In questa accezione generale si parla di BIM (“Building Information Modeling”): cioè un modello informatico elaborato tramite diverse componenti (che possono riflettere in toto le parti di un edificio, come “muri”, “solai” o “coperture” oppure avere caratteristiche definite di volta in volta) che recano al loro interno informazioni riguardanti geometria, composizione, posizione spaziale, ecc… In architettura questi software non si limitano quindi al disegno di elementi grafici semplici (linee, polilinee, cerchi, archi, ecc.), ma consento di progettare disegnando i componenti tecnici dell’edificio (strutture portanti, pareti, porte, finestre, ecc.). Non è certo questa la sede per parlare di cosa siano i programmi BIM e, nel caso non li conosciate, credo sia possibile trovare una notevole biografia su internet.
E’ possibile invece elencare alcuni vantaggi apportati da questa tecnologia: il primo deriva dal fatto che, una volta definito l’edificio, tante operazioni (come appunto quelle di computo o cronoprogramma) risultano automatiche, grazie alle funzioni di database intrinseche; il secondo vantaggio risulta dalla struttura stessa della modellazione per oggetti, grazie alla quale le componenti possono essere legate in vario modo fra loro: ad esempio il riposizionamento di una finestra influisce su tutte le componenti e quindi piante, prospetti, rapporti e liste di materiali sono aggiornate in tempo reale; infine la definizione di oggetti parametrici consente l’utilizzo di una notevole quantità di apparati partendo da semplici geometrie di base.
In pratica si riassume in un unico software ed in un unico istante temporale il lavoro che, in precedenza, veniva demandato a diverse attività consecutive (tipicamente pianta -> prospetti/sezione -> modello -> revisioni impiantistiche e strutturali e quindi revisione in un lavoro ciclico di queste attività).
Come dicevo nell’introduzione, questo modo di procedere ha i suoi pregi e i suoi difetti e pertanto non è necessariamente “migliore” del tradizionale, ma semplicemente “diverso”.
Questa diversità non può essere accantonata, né è possibile pensare di utilizzare questi strumenti per “digitalizzare” il medesimo processo svolto con i metodi tradizionali; inoltre credo – ed è su questo punto che si basa l’intera trattazione – che tali strumenti non offrano solo le funzionalità di modellazione integrata, ma possano contribuire ad un notevole miglioramento della pratica edilizia.
Il modello informatico non è solo uno strumento atto a raffigurare, decidere e descrivere, ma si pone come struttura aperta capace di simulare il comportamento del sistema-edificio al variare delle ipotesi e degli obiettivi. In questo riunisce in sé le due concezioni – matematica e plastica – che apparivano come una dicotomia inconciliabile prima della rivoluzione informatica.
Come fa notare il professor Saggio, “per il lavoro di progettazione degli architetti si tratta della più importante conquista scientifica dopo l’invenzione della prospettiva”.
Su questa base va impostato il rinnovamento tanto auspicato.

…Continua

[1] A. Saggio, Architettura e Modernità, Carocci : Roma

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