Wilfing architettura

Wikio, la classifica e l’architettura

a stesura di un post per il proprio blog alle volte può diventare qualcosa di molto complicato e tortuoso.
La versione originale di questo articolo comportava un lavoro a due mani da parte di Emmanuele Pilia e del sottoscritto e soprattutto avrebbe dovuto essere pubblicata due mesi fa; purtroppo le cose non sempre vanno come vorremmo e prima la defezione di Emma e poi vari impegni di lavoro mi hanno allontanato dal pezzo.
Ma avevo preso un impegno e così ho deciso di riordinare ciò che già era stato scritto e pubblicarlo: non stupitevi quindi se la classifica di Wikio che viene citata è vecchia. Anzi, il fatto che si parli di qualcosa di “passato” (ma nel web nulla passa e tutto rimane) rende ancor più pregnante il ragionamento.

Come la maggior parte di voi saprà, Wikio da qualche tempo pubblica una classifica dei blog di architettura italiani, basata su di un algoritmo che calcola diversi parametri, come i link afferenti ad un sito oppure le citazioni presenti nel circuito dei blog.
La parola algoritmo è una distorsione del nome del matematico persiano Muhammad ibn Mūsa ‘l-Khwārizmī, che si ritiene essere uno dei primi autori ad aver fatto riferimento esplicitamente a questo concetto, nel libro Kitāb al-djabr wa ‘l-muqābala (Libro sulla ricomposizione e sulla riduzione), dal quale tra l’altro deriva la parola “algebra”. In generale per algoritmo si intende un procedimento volto alla soluzione di un determinato problema e che viene espresso tramite un numero finito di passi; per una definizione più rigorosa ci si riferisce generalmente al funzionamento della macchina di Turing (che in pratica è il corrispondente matematico del nostro computer), pensata in grado di eseguire operazioni su una stringa infinita cambiando di volta in volta il proprio stato e, proprio per questo, in grado di eseguire qualsiasi algoritmo (tesi di Church-Turing).
Una macchina di Turing è utile nella dimostrazione di alcuni problemi, come l’Entscheidungsproblem di Hilbert; la questione posta era la seguente: “esiste sempre un metodo meccanico attraverso cui, dato un qualsiasi enunciato matematico, si possa stabilire se esso sia vero o falso?”. La risposta fornita da Turing, proprio grazie alla schematizzazione da lui inventata (anche se forse il metodo lambda di Church e Kleene risulta matematicamente più interessante), è negativa: non è possibile stabilire un algoritmo capace di risolvere tutti i problemi.
In realtà già Gödel, nel suo celebre teorema (da cui Turing prese lo spunto per la sua macchina), dimostrava che la validità di ogni algoritmo dev’essere sempre stabilita con mezzi esterni.

Algoritmo per la riparazione di una lampada

La classifica di architettura che propone da qualche tempo Wikio è il semplice frutto di un algoritmo, basato per la maggior parte sulle “relazioni” che certi siti hanno all’interno del web. Come abbiamo visto ogni algoritmo contiene delle pecche, non solo dal punto di vista soggettivo (per la scelta di criteri piuttosto che altri) ma proprio per la stessa logica formale con cui è composto.
Per fare un esempio più comprensibile, sarebbe come voler definire una classifica di interesse per una donna solo in base a certi caratteri fisici evidenti: ad esempio occhi verdi tot punti, circonferenza vita tot punti, ecc.. (che poi è il criterio su cui si basano i concorsi di bellezza, oltre ovviamente ai bonus dovuti a prestazioni sessuali più o meno esplicite). Non so voi, ma a me sono sempre piaciute quelle donne che avevano “qualcosa in più”; probabilmente tutte le donne hanno particolarità che le rendono interessanti, ma queste non risiedono certo in misure e numeri. Lo charme di una donna richiede mezzi esterni.

L’occasione di pubblicare la classifica (grazie a Salvatore e Claudio) è quindi un’ottima occasione per glissare su convenevoli di rito (ho visto blogger che stappavano champagne per essere entrati nei primi venti: “Oh, sono tutta bagnata perchè sono entrata nella classifica Wikio!”) e parlare in maniera meno superficiale di questo genere di graduatorie e dei siti di architettura italiani.

La classifica è la seguente:

1 Wilfing Architettura
2 Architettura ed Ecosostenibilità
3 Architettura e Design
4 Channelbeta
5 bigben design zine
6 Energie per domani
7 DE ARCHITECTURA
8 Futurix
9 • Skymino’s House •
10 Architettura Take Away
11 Amate l’Architettura
12 =Architettura = Ingegneria = Arte=
13 Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio
14 eGanz
15 PETRA DURA, Architettura e Contorni
16 Alessandro Gabbianelli Architetto Paesaggista
17 DigitAG&
18 Casabella
19 Io Noi il Blog di Fabio Novembre
20 Archiwatch

Classifica architettata da Wikio

Come già detto, non verranno fatti commenti relativi alla posizione del mio blog (Architettura=Ingegneria=Arte). Inoltre, come affermato sopra, l’algoritmo non può certo valutare quel “qualcosa in più” che potrebbe avere ciascun sito.
In un periodo in cui non sembra esistere una vera “critica” architettonica appare più che doveroso cercare di segnalare ogni tentativo di smuovere il pantano italico. Vorremmo quindi proporre una classifica “parallela” in cui menzionare unicamente i siti/blog con contenuti originali e critici che compaiono nei primi 50 posti della classifica Wikio (intendendo per “originali” articoli che non sono solo citazioni di altre fonti e non costituiti da link ad altri articoli e per “critici” quei contenuti che non si soffermano solo sulla presentazione di qualcosa, ma contengono una discussione sul tema):

  • Wilfing architettura (1° posto): è al primo posto eppure, a detta dello stesso Salvatore d’Agostino, si tratta di un’anomalia; Wilfing è una “piattaforma d’approdo” per naviganti più che un sito di critica. Lo dimostra il fatto che gran parte delle discussioni vengono sviluppate dai commentatori e frequentatori, piuttosto che da Salvatore stesso.
  • De Architectura (7° posto): Pietro Pagliardini rappresenta lo zoccolo duro della critica anti-moderna e tradizionalista dell’architettura; pur non condividendo la maggior parte delle sue idee, ritengo il suo blog sempre molto interessante, perché capace di innescare dibattiti non scontati sui temi di attualità (unica nota: non parlate di costruttivismo russo, altrimenti verrete tacciati di bieco comunismo).
  • Skymino’s house (9° posto): è un blog che presenta diversi contenuti originali ma molto “milanocentrici”; interessante anche dello stesso autore Urbanfile, blog che parla di urbanistica italiana.
  • Amate l’architettura (11° posto): è il sito dell’omonima associazione culturale, che si rifà alle parole pronunciate da Gio Ponti (per ulteriori informazioni, vi rimando al link); è un sito sempre ben curato e con contenuti critici originali orientati alla divulgazione dell’architettura contemporanea.
  • Conferenze e tlaks di Architettura di A. Saggio (13° posto): il prof. Saggio è un noto critico e studioso di architettura (famoso per i tentativi di clonazione) che da sempre rivolge grande attenzione al mondo dell’informatica e del web (tanto che spinge i propri studenti ad aprire un blog/diario relativo al corso di composizione tenuto dal professore stesso); il sito è molto orientato alla comunicazione con i propri studenti, ma si trovano anche diversi spunti critici che vanno al di fuori dell’ambito accademico.
  • PETRA DURA (15° posto): è un blog fatto da un gruppo di studenti di ingegneria edile/architettura dell’università di Catania; nonostante la giovane età degli autori, è forse il blog che è maggiormente incentrato sulla critica architettonica tout-court; meritevole a questo proposito una lunga disamina sui vari padiglioni dell’ultima biennale di Venezia.
  • Trenette e mattoni (+20° posto): è uno spazio con contenuti originali (spesso sprezzanti e satirici) incentratai sull’edilizia ligure; l’autore Marco Preve è molto divertente e quindi, anche se non siete liguri, consiglio vivamente la lettura di questo blog.
  • Rmalfatti (+20° posto): in questo caso si tratta di un blog anomalo, in quanto formato in larga parte dai (bellissimi) acquerelli di Roberto Malfatti, che definiscono una sorta di taccuino di appunti sull’architettura, sui viaggi, sull’attualità.
  • La capanna in paradiso (+20° posto): non è un blog, ma un vero e proprio “libro” informatico incentrato sull’arte e l’architettura tradizionale; Enrico Bardellini è un pozzo senza fondo di cultura e devo ammettere che, pur frequentando assiduamente il blog, raramente commento, vista l’esaustività dei contenuti presentati. Non è fatto per coloro che cercano contenuti di svago nella rete.
  • Architettura di pietra (+20° posto): si tratta di un sito incentrato sull’utilizzo della pietra naturale in architettura. Molto completo e ricco di contenuri.
  • Valentina Giannicchi (+20° posto): Valentina Giannicchi si definisce “architutto”, ed in effetti sul suo blog si trova un pò di tutto (scusate il gioco di parole); ogni post è un piccolo saggio sull’architettura, la moda, l’arte.
  • Sardarch (+20° posto): è il blog dell’omonimo progetto di Nicolò Fenu e Matteo Lecis Cocco-Ortu, che si prodigano nella diffusione della cultura architettonica (con particolare attenzione al territorio sardo), con diverse iniziative e dibattiti.
  • Parliamo di città (+20° posto): Davide Leone, Giuseppe Lo Bocchiaro, Antonino Daniele Panzarella sono architetti dottori in Pianificazione Territoriale presso l’Università di Palermo ed il loro blog è incentrato sull’urbanistica; molto interessante a mio parere il “diario di un ciclista urbano”.
  • Il nido e la tela di ragno (+20° posto): Rosella Ferorelli è stata finalista del concorso Giovani Critici 2010 indetto da PresS/Tfactory e professione architetto con “Le parole e le case”; il sottotitolo del blog è “architettura difficile” ed appuunto su questo assunto si basano gli articoli pubblicati, che tentano “un approccio ai garbugli dell’architettura contemporanea con la precisa intenzione di rintracciare per essa un futuro accettabile in cui l’arte torni ad occuparsi della vita, in cui l’arte sia vita”.
  • Il blog della cosa (+20° posto): Emanuele Papa propone un blog che è una lunga digressione su temi che spaziano dall’architettura all’urbanistica alla cultura in generale. Gli spunti sono sempre interessanti e per nulla scontati.

A margine di questi blog, vorremmo segnalarne almeno un paio che non compaiono in nessun posto della classifica Wikio, ma che risultano fondamentali nell’ambito della cultura architettonica in rete:

  • Antithesi: è probabilmente uno dei giornali di architettura online più curati e seri (meglio anche di tanti corrispettivi patinati); gli articoli sono interessanti, così come i commenti. Sarebbe molto interessante proporre la stessa modalità di scrittura/commento alle riviste cartacee che da poco sono approdate nel web: se venissero pubblicati sul sito di Casabella o Abitare (per citare i più noti) gli articoli apparsi nella rivista cartacea (per carità, anche con qualche mese di ritardo, non chiedo anteprime), finalmente si potrebbe evidenziare la scarsa attinenza di questi alla realtà architettonica; perché risulta molto facile la comunicazione unilaterale, più difficile il “dialogo”.
  • Arch’IT: anche in questo caso contenuti di qualità e pubblicazioni continuamente aggiornate; da segnalare Coffee Break, che contiene una raccolta di scritti di architettura di Antonino Saggio.
  • presS/Tletter: è la raccolta di newsletter di un altro critico italiano di spessore, Luigi Prestinenza Puglisi.
  • Artonweb: è un sito che parla di arte, architettura, fotografia, con saggi inediti e segnalazione di mostre ed eventi; da segnalare gli articoli sull’architettura di Vilma Torselli.

Come potrete facilmente osservare, molto è cambiato all’interno di questa classifica.
La più evidente è quella che, pur avendo aumentato di circa il 7% gli accessi in questo mese, il mio sito è praticamente scomparso, visto e considerato che la non pubblicazione è vista da Wikio come altamente negativa, in barba a chi cerca di pubblicare contenuti di qualità e soprattutto lo fa in maniera del tutto gratuita (vorrei far notare che non appare nessun banner sul mio sito), in contrapposizione a chi lucra sul proprio blog e qundi riceve denaro per gli articoli pubblicati (quindi non sono di certo stupito che in classifica appaiono i blog delle riviste specializzate, che fanno proprio questo di lavoro) o a chi, non avendo di meglio da fare, pubblica post a profusione. A conferma di quanto detto, in cima alla classifica ora si trova il sito della rivista Abitare, blog (ma è veramente un blog?!?) scarso e privo di appetibilità: di sicuro non sentivamo la mancanza di un blog che cita per l’ennesima volta nuove costruzioni o premi vinti, con tante belle foto e poche righe di analisi. Perché le riviste del settore non si mettono veramente in gioco e consentono di commentare gli articoli veri apparsi sulla versione patinata? Hanno paura del confronto?

Da appassionato di informatica, non posso altri che consigliare a chi vuole veramente parlare di architettura, di fare una sana ricerca “manuale” riguardante i propri interessi; perché è veramente facile alterare le classifiche automatiche, così come hanno dimostrato in maniera estremamente ironica un gruppo di informatici francesi, che è riuscito a far diventare Ike Antare (un nome di fantasia) uno degli scienziati più famosi nel mondo (almeno, secondo il web).
Grazie ad un software hanno creato dei falsi articoli scientifici, scritti usando l’appropriato linguaggio tecnico ma usando frasi a caso, e li hanno messi in rete. Affinché un articolo sia identificato dal motore di ricerca di Google, è sufficiente che questo abbia almeno una referenza ad un articolo già esistente nella lista di questo motore di ricerca. Dunque sono stati generati 101 articoli: in uno si sono messe referenze solo ad articoli reali ed in ognuno degli altri 100, 99 citazioni ai restanti 99 articoli di Ike Antkare. Per velocizzare l’identificazione da parte di Google si è usato un altro trucco ed in pochi mesi Ike Antkare è diventato una stella nel firmamento degli scienziati di tutti i tempi. In base a questi strumenti (usati spesso nel computo delle pubblicazioni e delle citazioni degli scienziati che partecipano a concorsi veri!) dall’8 aprile del 2010 Ike Antkare è diventato uno degli scienziati più citati nel mondo moderno, in una posizione migliore, ad esempio, di Albert Einstein.

Quindi se vi divertite con le classifiche ed il fantacalcio, Wikio è il sito che fa per voi.
Se invece cercate un’analisi approfondita dell’impatto dei blog di architettura, vi consiglio di leggere il sito di Salvatore d’Agostino.
Se ancora siete alla ricerca dei blog “giusti”, partite da quelli che vi ho indicato e fatevi le vostre ricerche: niente è meglio del cervello umano (almeno per ora).

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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Wilfing architettura: oltre il senso del luogo

Come già altri prima di me, anch’io ho partecipato volentieri all’iniziativa di Salvatore d’Agostino, consistente in un’analisi ad ampio spettro delle preferenze architettoniche di numerosi blogger italiani che si occupano della materia.
Le domande poste erano due:

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Non mi voglio soffermare sulla pregnanza e sull’ appropriatezza di queste domande (di cui è già stato discusso a lungo su Wilfing Architettura); quello che vorrei invece sottolineare è il fatto che d’Agostino sia riuscito a dimostrare che il panorama del blog architettonico in Italia non è poi così morto ed inutile come spesso si crede.

WA HEADER 2Forse non si è riuscito ad innescare quello sperato corto circuito di idee da cui potessero emergere nuove discussioni sullo stato dell’architettura in Italia, ma il tentativo è meritevole e di certo migliore delle controparti patinate che a suon di euro continuano a riproporre articoli inutili e stucchevoli.
Per chi fosse interessato all’intero excursus di questo dibattito, consiglio di leggersi quindi OLTRE IL SENSO DEL LUOGO.

Quanto alle mie risposte ci terrei a precisare che il mio animo da provocatore mi porta spesso ad abusare dei termini di riferimento e quindi mi scuso fin da subito per il tono polemico delle mie risposte (visto che ho citato architetti che odio) e per l’apparente scostamento sulla scelta della seconda risposta (che comunque rimane aderente alla domanda).
Ci tengo a riportare le risposte date anche sul mio blog nella speranza di poter discutere anche qui di ciò che a mio parere è di importanza fondamentale nell’architettura.

1) Architetto noto che apprezzo: Renzo Piano

Piano è riuscito negli anni a creare attorno a se un gruppo di lavoro impeccabile: ogni realizzazione appare perentoria, senza sbavature, corretta sotto ogni punto di vista, dall’inserimento urbanistico al design degli interni; possiede una padronanza assoluta dei mezzi tecnologici che l’architettura offre e cura ogni progetto fin nel minimo dettaglio (difficilmente pioverà all’interno dei suoi edifici; ogni riferimento è puramente casuale).

Io odio Renzo Piano.

Penso sia lecito apprezzare e contemporaneamente odiare una persona (e proprio per questo ho scelto Renzo Piano).
Ciò che colpisce nel repertorio del suo Building Workshop (studio di architettura risultava troppo plebeo) è l’assoluta eterogeneità dei progetti: sono diversi luoghi, forme, materiali.
L’eclettismo stilistico ha come matrice di fondo una profonda attenzione per il dettaglio tecnico e per l’ambiente circostante: in tutti i casi non è la personalità dell’architetto a prevalere sull’ambiente, ma è questo che sembra inglobare e definire le opere.
E’ lo stesso Piano a definire la sua posizione: “La maggior parte di loro [gli architetti “tradizionali”] vive nel mito della falsa creatività: sono dei sensitivi, ma non hanno nessun potere contrattuale nei confronti della società. Sono chiamati a soddisfare bisogni fasulli o marginali. […] Ma un architetto a cosa serve? Se ne può far benissimo a meno[1] (non vado oltre nella citazione, perché Piano ha la straordinaria capacità di essere altamente soporifero nei suoi discorsi). Egli mette a disposizione un cospicuo patrimonio di cultura tecnologica con cui poter tradurre in tecnologie sempre più adeguate le richieste provenienti dalla società ma, facendo questo, deve mettere da parte il suo bagaglio culturale, la sua riconoscibilità in quanto “creatore di forme”. Per Piano ogni professionista deve essere un coordinatore, un general-manager più che un architetto vero e proprio.
Non è un’affermazione stupida o una provocazione e penso dovrebbe far riflettere chi si occupa di architettura e pensa che possa bastare creatività e spirito di iniziativa per essere bravi professionisti.
L’architetto “demiurgo” ha fallito su tutti i fronti (lo possiamo constatare nell’acceso dibattito contro le archistar e nelle realizzazioni fallimentari di molti volti noti) ed occorre quindi ripensare profondamente alla professione.
Le soluzioni prospettate da Piano hanno sono però opere “a se stanti”, che non inaugurano nuovi filoni di ricerca né portano avanti particolari problematiche architettoniche del passato.
Valga per tutti il Beaubourg: questo incredibile ammasso geigheriano di tubi e lamiere, questa specie di astronave Borg piovuta dal cielo e radicatasi nel centro di Parigi, dialoga egregiamente con la piazza ed il contesto storico, è funzionale ed al tempo stesso rivoluzionaria. E’ una “machine à esposer”, un prodotto tecnologico figlio delle migliori utopie degli Archigram: proprio perché intrinsecamente tecnologico risulta così democratico, slegato da ogni discorso formale di appartenenza a qualsivoglia classe dominante.

Il Centre Pompidou a Parigi

Il Centre Pompidou a Parigi

Ha inoltre il pregio di essere l’unica opera contemporanea (od almeno una delle poche) dopo la Tour Eiffell ad essere amata dai parigini (ovviamente, così come per la torre, dopo un iniziale periodo di proclami ed ingiurie).
Il Centre Pompidou è certamente legato al filone di ricerca Hi-tech, ma è di così alta fattura che non è riproducibile altrove, è un punto fermo nella ricerca architettonica: come afferma lo stesso Piano, non è un costrutto tecnologico, una fabbrica seriale, ma “un gigantesco oggetto artigianale, fatto a mano, pezzo per pezzo[2] (e la dimostrazione è data appunto del fatto che tante parti che compongono l’edificio sono pezzi fatti su misura).
Tutti i progetti dell’architetto genovese sono altamente tecnologici, ma al tempo stesso “artigianali”: il suo sforzo di semplificazione e razionalizzazione dei problemi si traduce nell’estrema flessibilità ed “apertura” delle opere (secondo la formula del “work in progress”) e al tempo stesso nell’impiego di materiali eterogenei, leggeri e relativamente “poveri” (probabilmente questa sensibilità verso i materiali e l’artigianalità deriva direttamente dall’esperienza familiare).
La qualità di queste architetture non risiede quindi nella ricerca formale/architettonica, ma nella grande capacità “ambientale” e spaziale che riescono a comunicare: il NEMO di Amsterdam non è solo uno spazio espositivo ma anche parte integrante della morfologia urbana, una collina artificiale da cui poter osservare lo skyline della città; il centro culturale Jean-Marie Tjibaou’ a Noumèa si pone come spazio simbolico e archetipico all’interno di un vasto intervento architettonico.

Il NeMo ad Amsterdam

Il NeMo ad Amsterdam

La grandezza ed il limite di Renzo Piano sta nel fatto che ogni opera non appare mai perfettibile e – valga per tutti l’esempio del Beaubourg – non può costituire un modello paradigmatico riproducibile altrove (soprattutto per i professionisti che non possono contare su studi di grandi dimensioni); questa architettura esibisce un controllo assoluto dei mezzi e delle tecniche e purtroppo proprio per questo insegna poco o niente, non fornisce idee o spunti progettuali.
Ogni progetto è un fatto compiuto a se stante che non delinea via d’uscita possibili all’empasse in cui si trova oggi l’architettura.

Credo inoltre che l’ evoluzione di Piano espressa dal Beaubourg al NeMo rappresenti in qualche maniera anche l’evoluzione dello stato dell’architettura contemporanea.
Dall’assenza di qualsiasi elemento connotativi del primo (secondo quella che potremmo chiamare corrente Hi-Tech), si è passati alla perfetta assimilazione di contenuti narrativi da parte del secondo; è quella che viene chiamata “la terza ondata”: il Nemo, con la sua forma di vascello ancorato nel vecchio porto su di un terreno artificiale, narra la pratica olandese di edificare territori sottraendo spazio all’ acqua.
A mio avviso significativo è anche il fatto che entrambe queste opere siano opere “incompiute”, in quando al Beaubourg manca la “pelle” esterna inizialmente prevista ed al NeMo mancano le feritoie poste alla sommità della struttura che avrebbero dovuto fornire luce artificiale al complesso: è difficile oggi come oggi gestire idee progettuali così grandi senza offrire una grande flessibilità di progetto (proprio per questo non mi stupisco che la Hadid disegni tanto e realizzi poco).

2) Architetto non noto che apprezzo: Le Corbusier

Come architetto non noto avrei voluto scegliere me stesso: non mi conosce nessuno ed ho avuto pochissime commissioni; ma a me piace quello che faccio e credo molto nelle mie idee: a volte credo addirittura che i miei progetti siano belli. Poi mi sono ricordato di non essere un architetto…
La domanda chiedeva qual è l’architetto non noto che apprezzo. Bene, l’architetto non noto che apprezzo è l’architetto Le Corbusier.
A questo punto sicuramente penserete che sono completamente uscito di testa (e forse è così: sapete, lo stress matrimoniale può portare ad alterazioni permanenti nell’organizzazione sinaptica del proprio cervello).

Non è una provocazione: ho voluto sottolineare la dizione “architetto” perché, parlando con colleghi ed amici, mi sono accorto che tanti scherniscono la sua opera senza essere mai andati di persona a visitarne una. Quello che permane nella coscienza comune è la macchietta descritta da Tom Wolfe in “Maledetti architetti”: l’intellettuale egocentrico con gli occhialini tondi, pontificatore, assolutista ed insopportabile. La recente vicenda dei Five Architects e del dibattito fra “bianchi” e “grigi” non ha fatto altro che acuire questa immagine.
Morto l’uomo rimangono però le opere e penso che a queste unicamente dovremmo guardare, senza interporre nei nostri giudizi lo schermo deformante della biografia e dei proclami di chi le ha costruite (anche se è stato lo stesso Le Corbusier ad inaugurare la figura dell’ ”architetto demiurgo”, dello scrittore propagandista): il contributo più significativo da lui apportato all’architettura non è negli scritti, nei proclami, nei disegni, ma nella straordinaria inventiva delle sue opere.
Anch’io devo ammettere di aver fatto parte per diverso tempo dei suoi detrattori, poi la visita al padiglione dell’Esprit-Nouveau ricostruito a Bologna ha rimesso in discussione le mie convinzioni, fra cui quella di considerare insana la passione per Le Corbusier del mio professore di storia dell’architettura e fautore di questa installazione (Giuliano Gresleri). Non so se avete presente il padiglione: è un quadrato con due ali semicircolari in cui è stato ritagliato un cerchio per lasciarvi crescere un albero in mezzo. Le foto e i disegni delle piante e dei prospetti delineano uno dei tanti prototipi razionalisti di abitazione minima.

Il padiglione dell' Esprit Nouveau a Bologna

Il padiglione dell' Esprit Nouveau a Bologna

Visitandolo di persona invece ci si rende conto di come la qualità spaziale del progetto emerga in maniera preponderante, sia nei confronti della realizzazione formale che di quella eminentemente metaprogettuale.
Lo studio sugli “standard” portato avanti dall’architetto svizzero, che risponde a motivi di efficienza, ordine e bellezza propri della realtà industriale riesce a coniugarsi con realizzazione architettonica che non ha niente di asettico e che si presta alle più svariate declinazioni.
In un’ottica tradizionalista, parrebbe che l’alloggio minimo derivato dallo studio dei tipi edilizi, come quello proposto da Klein, possa declinarsi in maniera più conforme al benessere abitativo; ci si accorge invece che tali cellule non fanno altro che ridurre e sminuire i valori architettonici e proporre composizioni sterili.
Il prototipo della maison Citrohan invece riesce a declinarsi in tanti modi diversi, dal padiglione dell’ Esprit Nouveau all’ Unitè d’habitation, proprio perché al di sotto dello studio intellettuale e degli interessi artistici si cela una grande mano architettonica. Il progetto dell’alloggio, partendo dalla standardizzazione industriale, viene sviluppato da un’unica personalità che avoca a sé l’intero ciclo produttivo e ne controlla la forma con un fine che trascende il dato funzionale e riconduce ogni cosa all’ambito della realizzazione artistica.
Visitando villa Savoye ci si accorge che la promenade architecturale non è semplicemente un espediente architettonico, ma un’esperienza unica ed irripetibile (paragonabile in tutto e per tutto alle realizzazioni di un’altra mano felice e completamente estranee al mondo di Le Corbusier, quella di Gaudì): non a caso la rampa costituisce un elemento plastico costantemente visibile sia per chi guarda all’interno sia per chi guarda dalla terrazza-giardino del primo piano.

La Villa Savoye

La Villa Savoye

Il movimento moderno ha dato primaria importanza alla connotazione dello spazio architettonico, ma il dibattito attuale sembra aver perso di vista questa istanza, soffermandosi unicamente sulle componenti stilistico-formali dell’architettura.

Come detto sopra, le architetture di Le Corbusier andrebbero rivalutate sotto tutti gli aspetti, al fine di coglierne la qualità spaziale e vedere come la sua architettura non si possa ridurre solo a pareti bianche e pilotis: allo stesso modo la poca attenzione dedicata ad esempio dai Five Architects alle opere dell’ultimo periodo del maestro dimostrano come il fraintendimento di fondo sia consolidato.
Il salto compiuto all’epoca del passaggio dalla poetica razionalista del purismo all’informale neo-espressionismo di Ronchamp non può venire spiegato solo su base estetica e senza prendere in considerazione l’evoluzione spaziale delle opere precedenti: fin dai tempi dei sui viaggi in Oriente Le Corbusier si accorge che le città in ogni tempo e luogo sono caratterizzate da una “unità” sorprendente resa manifesta da standards precisi e ripetibili.
La storia non è dunque un grande calderone da cui estrarre a piacimento gli elementi che più sono confacenti alle varie architetture. A questo proposito Zevi afferma che: “Le Corbusier studiò la storia in profondità, non nei falsi manuali e precetti Beaux-Arts, ma viaggiando per anni in Oriente, Grecia e Italia, e scoprendo cosa c’era di nuovo, di moderno nel passato. Il linguaggio dei «volumi puri sotto la luce» deriva dal cubismo quanto dall’eredità ellenica. Quando Corbu rigetta questa poetica, a Ronchamp, la conoscenza dei castelli medievali francesi lo aiuta a trovare nuove espressioni. Chiunque l’abbia conosciuto, e abbia passeggiato con lui lungo le calli di Venezia, non dimenticherà mai la sua straordinaria sensibilità per il tardo-antico, per il carattere narrativo della città lagunare. […] Il disprezzo per il passato è stato un atteggiamento alla moda dell’avanguardia, ma i maestri si sono sempre nutriti di storia.[3]
Solo alla luce di un costante raffronto con la storia dell’architettura è possibile capire le varie declinazioni dell’opera di Le Corbusier e quindi la sua inesauribile capacità creativa.

S’intende, anche se non è stato detto in maniera esplicita, che odio pure Le Corbusier (ed in questo ho perfetta consonanza di idee col prof. Saggio sul fatto che occorra odiare per sapere poi ideare); nondimeno lo apprezzo.
La mia dissertazione sullo svizzero era rivolta ad esaltarne la capacità di costruttore di “spazi interni”, tema fondamentale del Movimento Moderno e che oggi spesso passa in secondo piano. Per questo motivo mi sono sentito di accostare Le Corbusier a Gaudì, poiché entrambi sono riusciti a trasformare lo spazio interno in “spazio vitale” (in alcune opere ovviamente, non in tutte) al di là di ogni “Kunstwollen” contraddistinta da stili diversi.
Apprezzerei una rilettura delle opere di Le Corbusier alla luce di valori spaziali e non solo plastici (anche se lo stesso Corbu ha battuto il martello soprattutto sui secondi): la mia risposta è dunque solo uno spunto per proporre una rinnovata “Raumgestaltung” che aiuti a considerare più attentamente le qualità di vita negli spazi costruiti.
Quello che vorrei rimarcare e che ho tentato di spiegare nel mio intervento è che una bella forma non sempre porta ad un buono spazio; osservare qualcosa da fuori è assolutamente diverso dal viverci dentro (ma con questo non intendo considerato unicamente spazi “vivibili”, nella riduzione proposta da Zevi; lo spazio di cui parlo è quanto di più generale si possa assumere).
A chiosa vi lascerei con una citazione di Wright: “fu Lao-Tze, mezzo millennio avanti Cristo, il primo ch’io sappia ad affermare che la realtà di un edificio non risiede nelle quattro pareti e nel tetto, ma nello spazio racchiuso, nella spazio in cui si vive”.

3) Conclusioni (provvisorie)

Ho scelto volutamente due architetti che si sono rapportati costantemente con la tecnologia propria del loro tempo: Renzo Piano considera il discorso tecnologico da un punto di vista “etico”, come possibilità di soddisfare in maniera adeguata i bisogni della società di volta in volta sempre diversi; per Le Corbusier invece la tecnologia assume una valenza “estetica”, connaturata al concetto stesso di “standard”.
Credo che oggi non sia più possibile prescindere dall’influenza dello sviluppo tecnologico nella pratica architettonica.
Ma, come già ho affermato a proposito dei lavori di Piano, la tecnologia di per sè è sterile, senza una mano che sappia dirigerla in maniera adeguata (soprattutto all’interno di un panorama attuale così disomogeneo).

Per questo motivo sono convinto che la rilettura dello spazio come elemento fondante dell’architettura sia l’unico valore da cui poter ripartire per fondare un dibattito architettonico serio; occorre deviare l’attenzione dal sensazionalismo estetico alla qualità della “vita” all’interno delle stesse architetture.

[1] da un’intervista a “Il sole 24 ore”
[2] da M. Dini “Renzo Piano, progetti e architetture 1964-1983” Electa – Milano
[3] dal discorso “Architecture versus Historic Criticism”, tenuto al RIBA il 6 dlcembre 1983

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni