Guerra e architettura

La guerra di Woods

N

el 1992 stavo per compiere 12 anni. Erano i primi di marzo. Mio padre arrivò con un giornale e mi disse che da quel giorno avrei dovuto raccogliere tutti gli articoli che parlavano della Jugoslavia.
Sapeva che il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Sapeva che la guerra cambia tutto: “l’orrore … l’orrore” rimane indelebile e stravolge le esistenze.
E poi la guerra passa. Rimangono gli articoli di giornale, le persone dimenticano. Fino a quando altri imbecilli non sono pronti a ricominciare.

Tom Stoddart / Getty Images: le torri di Sarajevo che bruciano viste attraverso le finestre dell’ Holiday Inn

Lebbeus Woods è un visionario.
Il primo incontro con la sua opera avvenne pochi anni dopo, sempre grazie ad un giornale: si trattava della causa intentata da Woods ai produttori di “12 Monkeys”.

La scena incriminata di “12 Monkeys” a paragone del disegno di Woods.

Il filo rosso che unisce la guerra in Bosnia ed Erzegovina e Woods è un libro, “War and architecture”, che Woods scrisse in quegli anni e che portò di persona a Sarajevo nel 1993, quando la città era sotto attacco.

Architecture and war are not incompatible.
Architecture is war.
War is architecture.

I am at war with my time, with history,
with all authority that resides in fixed and frightened forms.

I am one of millions who do not fit in,
who have no home, no family,
no doctrine, nor firm place to call my own,
no known beginning or end,
no ‘sacred and primoridal site’.

I declare war on all icons and finalities,
on all histories that would chain me with my own falseness,
my own pitiful fears.

I know only moments, and lifetimes that are as moments,
and forms that appear with infinite strength, then ‘melt into air’.

I am an architect, a constructor of worlds,
a sensualist who worships the flesh, the melody, a silhouette against the darkening sky.
I cannot know your name. Nor can you know mine.

Tomorrow, we begin together the construction of a city.

La guerra ha trasformato l’acciaio ed il vetro dei palazzi di Sarajevo in macerie, rottami simboli delle ideologie che incarnavano.
“Architettura” non è più la modificazione della superficie terrestre per migliorare la condizione umana, ma è una barriera creata dalla popolazione per sopravvivere. Nel delirio di carcasse e rottami emergono quindi strutture che cercano di riparare i danni umani, una specie di tessuto urbano cicatriziale che copre le ferite della guerra.

Un blocco residenziale “ricostruito” trasformando l’esperienza distruttiva in un impeto di cambiamento della società

La guerra che si credeva relegata alla prima metà del XX secolo riempie ancora oggi le cronache mondiali: la guerra è lo stato di vita del XXI secolo. Finite le ideologie, rimane un mondo desolato e sempre più diviso.

Ecco allora che l’architettura può essere una cura, una catarsi che offre la possibilità di uscire dal vicolo cieco nel quale noi stessi ci siamo cacciati.
“War and architecture” è un libro ostico, che pone più domande di quante risposte dia e che, grazie allo sforzo di un encomiabile gruppo di volenterosi, oggi è tradotto in italiano in una edizione “crowd founding” (ovvero che si finanzia da sola).
Ovviamente non posso che consigliare l’acquisto a tutti coloro che si occupano di architettura: per prenotare il libro in anteprima (a un prezzo scontato) basta seguire il seguente link.
Oggi mancano solo 140 adesioni.
Non lasciamo che questo progetto rimanga solo sulla carta.

La cover del libro

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”