Bologna pedonale

S

abato 26 novembre ero in Comune a Bologna assieme ai ragazzi di “Bologna pedonale” per consegnare 8.734 firme raccolte a favore di interventi volti a rendere più sostenibile la città (come appunto la creazione di aree pedonali, piste ciclabili, una rete di servizi più efficiente, ecc.).
Come già ho avuto modo di scrivere altrove, questi interventi non sono (o almeno non dovrebbero essere) finalizzati alla sola riduzione delle “polveri sottili”: si tratta infatti di restituire il giusto spazio a tutti gli utenti della città, di contro all’imperversante monopolio dell’automobile.

Ancora non è stato reso pubblico un piano degli interventi, eppure fin da ora, proprio per bandire ogni facile illazione su questi interventi, mi piacerebbe porre alcuni punti fermi.
Occorre innanzitutto comprendere come “pedonalizzare” non significa trasformare il centro in un’unica area pedonale; una rete di mobilità efficiente infatti deve garantire la perfetta integrazione del maggior numero di mezzi di trasporto, diversi per velocità e funzione: ogni mezzo deve avere il medesimo “peso relativo” e quindi percorsi pedonali, ciclabili e veicolari devono convivere senza contrasti al fine di garantire a tutti gli utenti la possibilità di muoversi liberamente e in tutta sicurezza (sappiamo invece quanto sia difficoltoso lo spostamento all’interno di Bologna, con pedoni che intralciano biciclette, automobili e scooter, biciclette che intralciano pedoni, autobus e automobili, automobili che intralciano autobus e investono pedoni e biciclette e così via).
Inoltre non ha senso un piano che non coinvolga anche la periferia: se vogliamo veramente diminuire il numero di veicoli lungo le strade occorre dare la possibilità a chi viene dalla periferia di raggiungere il centro a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, senza per questo rischiare la vita o salire su autobus che impiegano tempi biblici per fare pochi chilometri.

Ma non voglio essere io a parlarvi di questo, anche perché potrei sembrarvi di parte.
Lascio quindi la parola ad un grande vecchio, Lewis Mumford, che circa 50 anni fa, in “Le città nella storia” [1], diceva questo:

“I sobborghi costruiti tra il 1850 e il 1920 dovevano la loro esistenza soprattutto alla ferrovia […]. La linea ferroviaria […] fissava un limite naturale all’espansione di ogni comunità. [Nota : Mumford parla dello sviluppo regionale americano, legato all’espansione delle linee ferroviarie; eppure, se sostituiamo alla ferrovia il cavallo e pensiamo alle città legate alle principali stazioni di posta, il ragionamento valido anche per il nostro territorio].
Grazie a queste stazioni distanziate, il sobborgo legato alla ferrovia non poteva né estendersi né aumentare eccessivamente il numero di abitanti, sicché tra un sobborgo e l’altro rimaneva una fascia verde naturale, spesso ancora coltivata a orto, che aumentava lo spazio destinato alla ricreazione […].
Fu probabilmente l’esistenza di queste fasce verdi naturali, che isolavano le varie piccole comunità suburbane, autonome ma strettamente legate tra loro, a far avanzare nel 1899 dall’economista Alfred Marshall la proposta di una «tassa nazionale sull’aria pura» al fine di creare fasce verdi permanenti […]. «Abbiamo bisogno,» diceva «di aumentare i campi di gioco all’interno delle nostre città. E abbiamo bisogno di impedire che una città si sviluppi sino ad assorbirne un’altra» […].
Se il consiglio di Marshall fosse stato tempestivamente seguito, provvedendo a una giusta zonizzazione, a leggi precise sullo sfruttamento dei terreni e all’acquisto da parte delle comunità di vaste aree da destinare a uso residenziale in corrispondenza di ogni ampliamento delle grandi strade, sarebbe stato possibile un mutamento radicale dello schema urbano […].
Invece di creare la città-regione, le forze che riversavano automaticamente autostrade e nuove iniziative edilizie nell’aperta campagna hanno prodotto un’informe essudazione urbana […]. Ciò che accadde del sobborgo appartiene ormai alla storia. Con la diffusione dell’automobile, le sue proporzioni pedonali scomparvero e con esse buona parte della sua individualità e del suo fascino. Il sobborgo cessò di essere un’unità rionale e divenne una massa informe e poco popolata, assorbita dalla conurbazione che a sua volta assorbiva […].
Ma l’automobile non si limitò ad abbattere gli antichi limiti e a distruggere le proporzioni pedonali: raddoppiò anche il numero dei veicoli necessari a ogni famiglia o trasformò la massaia urbana in un autista.
Queste condizioni divennero ancor più imperative per il fatto che all’avvento dell’automobile s’accompagnò il voluto smantellamento delle reti tranviarie […].
L’automobile privata dunque, lungi dall’integrare i trasporti pubblici, ne diventò un goffo surrogato. Anziché conservare una complessa rete di trasporti, offrendo la possibilità di scegliere velocità e percorso secondo le occasioni, la nuova espansione suburbana è ora supinamente soggetta a un solo mezzo, l’auto privata, la cui diffusione ha finito per sopprimere la maggior prerogativa di cui il sobborgo poteva legittimamente menar vanto: lo spazio. Anziché edifici in un parco abbiamo ora edifici in un parcheggio […].
Alla base di questo aborto è una convinzione erronea, che sta al centro dell’ideologia che lo sottende: il concetto che energia e velocità siano desiderabili per se stesse e che il tipo più recente e più rapido di veicolo debba sostituire ogni altro mezzo di trasporto. La realtà è che la velocità dovrebbe essere in funzione di un obiettivo umano. Per chi vuole incontrare persone onde chiacchierare con loro su un viale urbano, cinque chilometri all’ora possono essere troppi, mentre per un chirurgo che corre a raggiungere un paziente lontano millecinquecento chilometri, cinquecento all’ora possono essere troppo pochi. Ma ciò che i nostri tecnici dei trasporti, ottenebrati dai loro stessi assiomi, non riescono a capire è che non può esistere una rete di trasporti adeguata, se è in funzione di un solo mezzo di locomozione, per quanto possa essere alta la sua velocità teorica […].
Ciò che una rete efficiente richiede è il massimo numero possibile di mezzi di trasporto, diversi per velocità e volume, per finalità e funzioni. Il mezzo più rapido per spostare centomila persone in una limitata area urbana, in un raggio diciamo di ottocento metri, è farli andare a piedi; il più lento sarebbe caricarli tutti su tante automobili […].
I nostri ingegneri e le nostre autorità municipali, ipnotizzati dalla popolarità dell’automobile privata e convinti di dover assolutamente contribuire alla prosperità dell’industria automobilistica, a costo di produrre il caos, hanno apertamente congiurato per eliminare gli ultimi mezzi di trasporto conservando soltanto l’automobile privata e l’aeroplano. Hanno creato duplicati delle linee ferroviarie e ripetuto tutti gli errori dei primi ingegneri ferroviari, continuando ad ammassare nelle città principali una popolazione che la macchina privata non può trasportare convenientemente, a meno di distruggere le città stesse per facilitare il movimento e il parcheggio delle auto […].
Preferendo per i traffici a lunga distanza il camion o il pullman alla ferrovia abbiamo sostituito un servizio sicuro ed efficiente con uno inefficiente e più pericoloso […].
Una buona urbanistica deve naturalmente far posto all’automobile, ma questo non significa lasciarla penetrare in ogni parte della città e rimanervi anche quando distrugge le attività d’altro tipo. Né significa che debba essere l’auto a imporre un determinato modo di vivere o che i suoi fabbricanti siano autorizzati a infischiarsene delle esigenze della città costruendo veicoli sempre più larghi e più lunghi. Al contrario è venuto il momento di distinguere tra le due funzioni dell’auto: movimento urbano e movimento attraverso la campagna. Per quest’ultimo una grossa macchina con spazio sufficiente ad accogliere una famiglia con i relativi bagagli è una soluzione eccellente, ma in città auto di questo tipo dovrebbe essere vietato circolare nelle zone centrali o permesso di parcheggiarvi solo a carissimo prezzo, mentre si dovrebbe favorire in modo particolare la progettazione e la diffusione di piccole auto mosse da energia elettrica per i normali movimenti all’interno della città, a integrare e non a sostituire i trasporti pubblici. Velocità moderata, silenzio e facilità di parcheggio dovrebbero essere caratteristiche di un’auto da città.
E’ una tecnologia assurdamente povera quella che offre una sola soluzione al problema dei trasporti, ed è una ben misera urbanistica quella che permette a tale soluzione di dominare ogni aspetto dell’esistenza […].
Non essendo i bilanci municipali sufficienti a soddisfare in modo adeguato tutte le città, ci siamo preoccupati di una sola funzione, il trasporto, o meglio di un solo aspetto di una rete di trasporti adeguata, la locomozione a mezzo di automobili private.
Permettendo la decadenza dei trasporti di massa e costruendo autostrade fuori città, nonché parcheggi e garage all’interno per favorire l’uso dell’auto privata, ingegneri e urbanisti hanno contribuito a distruggere un organismo urbano più ampio su scala regionale. I trasporti a brevi distanze, al di sotto del chilometro e mezzo, dovrebbero fondarsi soprattutto sui pedoni.

Vorrei ribadire come Mumford scrivesse questo circa 50 anni fa. Eppure sembra un articolo pubblicato ieri, tanto suona attuale: questo significa che siamo indietro di 50 anni (almeno). Non perdiamo altro tempo.

[1] L. Mumford, Le città nella storia – vol.III, Bompiani : 2002

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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3 comments

  1. Ma sai che la riflessione sulle diverse velocità è un tema che sto affrontando anche io ultimamente? In altro ambito ovviamente, mi interessa molto come i megastrutturalisti cercavano di conciliare le loro immense urbatetture con il livello della vita quotidiana, con la scala umana insomma. Mi interessa perché trovo affascinante la lungimiranza di alcuni personaggi che all’inizio del problema della grande viabilità, pensavano allo smistamento e la razionalizzazione reale (non corbuseriana) dei flussi veicolari. Se pensiamo a Khan, che circonda Philadelphia con enormi sylos parcheggi per evitare che le automobili entrino nel cuore della città, ma al contempo ipotizza un sistema molto dettagliato di circolazione lenta su gomma (i suoi famosi diagrammi con le freccine sono comprensibili anche da un bambino!).
    Comunque complimenti per le 8000 e passa firme! Spero che la vostra iniziativa venga colta dalle amministrazioni!🙂

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