Arte

Il sonno della ragione genera mostri(?)

in una delle ultime scene di Akira, l’anime tratto dall’omonimo manga di Otomo, Tetsuo perde progressivamente il controllo dei suoi poteri ESP (apparentemente perchè ha smesso di assumere i farmaci che tenevano sotto controllo la sua enorme forza): questo comporta un aumento incontrollato della massa organica del suo braccio meccanico e sucessivamente dell’intero suo corpo.
E’ facile ritrovare in queste sequenze uno dei temi principali del movimento cyberpunk: il dolore della mutazione del corpo e la sua fusione con il metallo; a livello simbolico la perdita di controllo rappresenta una vera e propria “esplosione” dei propri impulsi irrazionali e reconditi, capaci di distruggere un’intera città ma anche di preparare il terreno ad una nuova rinascita.

Tetsuo perde il controllo del suo braccio L'Hotel Marqués De Riscal di F. O'Gehry

Tetsuo perde il controllo e l’Hotel Marqués De Riscal di F. O’Gehry

La composizione spazio-volumetrica informale dell’Hotel Marqués De Riscal di Gehry rappresenta anch’essa l’anarchico esplodere della soggettività individuale, l’estroflessione di sentimenti ingabbiati (dalla società? dal potere?) che si dimenano per uscire fuori dalla scatola materiale dell’architettura; i primi esperimenti di architettura “fluida”, condivisi anche da altri architetti, come Hadid o Fuksas, si sono trasformati in un’estetica del deforme e del frammento, organica e dis-organica allo stesso tempo.
Non credo si possa più parlare unicamente di liberazione da ogni ordine schematico; piuttosto di complessità ormai ingovernabile, fuori da ogni capacità di controllo da parte del progettista. Questa complessità va al di là della ricerca delle continuità interno-esterno (fil rouge di tutta l’architettura del XX secolo) ed esprime piuttosto uno stato d’animo condiviso della società.
Non penso neppure si possa parlare di trionfo del relativismo e della soggettività in quest’opera, pochè rimangono in essa residui oggettivi e particolari accuratamente scelti, a monte del solito coacervo di difetti, grandi o piccoli che siano.
In questo articolo vorrei quindi analizzare da punti di vista inediti (o quasi) l’ennesima crisi, ben rappresentata da quest’opera.

(Psico)analisi dell’architettura contemporanea

Ovviamente non voglio riferirmi al ricorso di Gehry alla psicoanalisi per curare i propri problemi, piuttosto vorrei proporre un taglio diverso per comprendere quello che sta succedendo.
Freud parlava della società come sostituto “pubblico” della funzione supereogica del padre: la società civile è basata sulla repressione della libido e la sublimazione delle pulsioni attraverso sistemi normativi stringenti.
Ovviamente in tempi di crisi come questi aumentano le svolte conservatrici e le costrizioni; il Barocco, l’Estetismo, l’ Art Nouveau ci hanno insegnato che l’uomo, sradicato dalla società in cui vive e dai valori che la reggono, può cerca di superare l’ empasse attraverso la fuga verso un mondo altamente estetizzante. I lavori come quelli di Gehry incontrano l’interesse del pubblico perchè l’ambiente antropico è oppressivo e non funzionante e, proprio per questo, necessita di sconvolgimenti più o meno drastici;  l’estetica assume un valore ontologico, ultimo baluardo del riscatto personale.

Secondo Jung, insistere sulla pura ragione che tende ad escludere quanto di irrazionalmente la vita contiene equivale a soffocare lo spirito e non permette all’anima di appalesarsi: saremo certamente in contatto con il mondo reale ma non riusciremo a sintonizzarci con l’immaginazione; rompere con la dimensione immaginale della nostra psiche equivale ad irrigidire il nostro spirito nell’angusta prigione del dottrinarismo.
Sempre secondo Jung reprimere il bello equivale a confinare l’uomo in una condizione mortifera, uccidere l’anima.

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Le vele di Scampia

La costruzione di Gehry è brutta tanto quanto le periferie di molte città, ispiratesi ad ideali del tutto differenti (ed è facile vedere che si tratta di una bruttezza diversa: la prima “voluta”, la seconda no).
La complessità formale e spaziale delle opere contemporanee trova così riscontro nella volontà di fuggire all’omologazione globale, alla “maschera” che costituisce l’esperienza dell’Io limitato, al contenimento fatale di tutte le pulsioni sotterranee; la complessità porta alla non-riproducibilità del proprio lavoro, all’unicità storica dell’opera.

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Il Futurismo a Palazzo Reale

n1el 1909 Marinetti pubblica il suo manifesto futurista e, dopo anni di apparente isolamento e sonnambulismo, l’Italia entra di prepotenza sulla scena mondiale come fulcro della prima avanguardia artistica del Novecento: il Futurismo è la forza motrice di una vicenda che ha segnato profondamente la cultura dell’intero secolo, trasformando la letteratura europea e l’arte in genere.

“Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie e combattere il moralismo”.

Con queste parole Marinetti ribalta la visione allora predominante della modernità come “mostro” che va mitigato e addolcito attraverso forme estetiche classiche; la velocità, il dinamismo e lo sfrenato attivismo, principi ispiratori e distintivi della moderna società industriale, sono alla base della nuova arte. L’uomo stesso diviene un essere meccanico e dinamico profondamente terreno e concreto.

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