Architettura 2.0 – parte 2

L

La prima parte degli articoli dedicati alla “nuova architettura” si chiudeva con l’auspicio che la tecnologica informatica possa in qualche modo aiutare a rendere più responsabili i progettisti, poiché questo strumento agevola sicuramente i compiti basilari ma richiede anche una maggiore attenzione e conoscenza dei mezzi (ad esempio, non è più possibile disegnare un “muro da 30”, ma occorrerà specificare gli strati che lo compongono).
Responsabilità è una parola importante, soprattutto oggi che la professione si gioca più che altro su pubblicità e sconti nelle parcelle; inoltre il progressivo detrimento dell’insegnamento universitario e non, l’inerzia degli ordini professionali, la cancellazione delle tariffe minime (solo per citare alcune piaghe che colpiscono il mondo dell’architettura) non fanno altro che aggravare la situzione.

1) Fine delle responsabilità

Il Movimento Moderno si pone come ultimo colpo di frusta del pensiero positivista che affida alla ragione la capacità, pressoché illimitata, di poter dominare e controllare la realtà. Questa attitudine, che nasce con l’Illuminismo, pone l’accento sull’uomo e sulla certezza del progresso continuo materiale e spirituale e probabilmente tramonta definitivamente con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki: la stessa tecnologia capace di segnare le magnifiche sorti progressive dell’umanità poteva essere anche utilizzata per distruggere.
Nietzsche afferma che il meccanismo dal quale nascono i valori della civiltà occidentale si fonda sull’accettazione della vita nella forma della sua negazione. A questa forza reattiva (del “deserto del cammello”) si contrappone l’entusiastica accettazione della vita: entrambe sono partecipi della “volontà di potenza”. Tutti i valori dei nostri duemila anni di storia derivano da un diverso equilibrio fra questi due estremi. Socrate rappresenta, nella cultura occidentale, lo spartiacque fra istinto e intelligenza: dalla creatività e giocosità del dionisiaco si passa all’intellettualismo che tende a ridurre la totalità dell’esperienza umana alla sola conoscenza. La stessa morte di Dio attuata dall’Umanesimo in poi non ha liberato l’uomo, in quanto ha lasciato intatto lo spazio prima occupato da Dio, caricando l’uomo di quelle funzioni divine che aveva creduto di cancellare.
Anche Bernard Tschumi ricorda che “l’idea del piacere sembra tuttora un sacrilegio per la moderna teoria architettonica. […] L’avanguardia ha senza posa dibattuto opposizioni che nella maggior parte dei casi sono complementari. […] Al di là di questi opposti vi è la dicotomia fra le ombre mitiche dell’immaginario etico e spirituale di Apollo contrapposto agli impulsi erotici e sensuali di Dioniso. Le definizioni architettoniche, nella loro precisione chirurgica, rinforzano e amplificano le impossibili alternative: da una parte, l’architettura come cosa della mente, una disciplina smaterializzata o concettuale con le sue variazioni tipologiche e morfologiche; e, dall’altra, l’architettura come evento empirico che si concentra sui sensi, sull’esperienza dello spazio.”[1]
In “Architecture and Disjunction” si spinge più avanti: “Il confronto fra spazio e uso, proprio dell’architettura, con l’inevitabile separazione dei due termini, comporta che l’architettura è perennemente instabile, continuamente sull’orlo del cambiamento. E’ paradossale che tremila anni di ideologia architettonica abbiano cercato di sostenere il contrario: cioè, che caratteri propri dell’architettura sono la stabilità, la solidità, il fatto di avere basi salde. Io intendo sostenere, invece, che l’architettura è stata usata “contro natura”, contro e nonostante se stessa, dato che la società ha cercato di utilizzarla come strumento di stabilizzazione, di istituzionalizzazione, come mezzo per creare stabilità.”[2]
La crisi occidentale, preconizzata da Nietzche, si ritrova probabilmente nella volontà di alienare l’arte e la creatività da qualsiasi accezione propositiva e di incidenza sul reale. Non dimentichiamoci infatti che un eccessivo allentamento o avvicinamento di Apollo o Dioniso determina uno squilibrio pericoloso (nel primo caso una mancanza di senso e coerenza, nel secondo il rischio sempre presente del totalitarismo).
Ci ritroviamo così ad assistere impotenti al predominio di una classe di architetti che determina le configurazioni delle nostre città, ma che ora non ha neppure più la pretesa di incidere su di esse; come scrive La Cecla (il grassetto è mio): “E se gli architetti non fossero altro che artisti? Perché imputare loro una responsabilità che non hanno? In fin dei conti, come sostiene Massimiliano Fuksas […], il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose, di abbellimento formale, di decoro, di cose carine insomma. In un modo o nell’altro questo è l’alibi costante degli ultimi vent’anni. Gli architetti producono la “ciliegina”, anche se sempre di più il loro lavoro è essenziale al marketing dei prodotti, dei brands, delle agenzie di moda o di turismo o spettacolo per cui lavorano. Insomma le archistar sono nient’altro che artisti al servizio dei potenti di oggi, utili a stabilire “trends”, a stupire e a richiamare il grande pubblico con “trovate” che non sono nemmeno edifici, ma messe in scena, enormi cartelloni pubblicitari accartocciati a formare musei, sedi di agenzie di comunicazione e qualche spettacolare quartiere dineyzzato. […] l’architetto è un artista, ma, in un senso rinnovato, è più che altro un “trend-setter” […]. L’archistar non lavora per la moda, diventa moda egli stesso e dunque brand, logo, garanzia per poter firmare un pezzo di città, un museo, un negozio, un’isola di Dubai come fosse una T-shirt […]. Salvo poi richiudersi, coma fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, una artigiano che potrà al massimo dire: “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli”. D’altro canto non era questa la risposta che dava Mies van der Rohe, in avanzato nazismo, a chi lo criticava di essere un collaborazionista? “Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?””[3]

Eppure anche l’arte è τέχνη, ossia una conoscenza pratica e teorica allo stesso tempo, partecipazione consapevole al proprio operato. Nell’antica Grecia alla τέχνη partecipavano sia l’architetto, sia l’ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere.
Per Platone “la tecnica […] si conforma come espressione e struttura della razionalità. Il motivo ritorna anche in Aristotele là dove giudica più degni di considerazione gli architetti (architéctona) rispetto ai manovali (cheirotechnikoi) non perchè, come da più parti si ritiene, nell’antica Grecia il lavoro manuale era disprezzato, ma perchè gli architetti, a differenza dei manovali che procedevano sulla base di una pratica empirica (empeirìa), disponendo di un sapere (epistéme) e di una conoscenza della causa (aitìa), rispondono ai requisiti del sapere tecnico che per questo si differenza dal sapere fideistico, dossico ed empirico.[4]

2) Architettura, edilizia, téchne

E’ inutile girare attorno alla questione: credo sia palese che esista una netta distinzione fra gli oggetti eccezionali dell’architettura “globale” e gli oggetti comuni dell’edilizia. Ripercorro “al contrario” il dibattito del 1976 fra Gaudelsons ed Eisenman su “Oppositions”[5], ma che pare quanto mai attuale.
All’editoriale del primo, Eisenman parla di funzionalismo come attitudine umanistica fondata sulla centralità del soggetto; questa centralità non è solo ascrivibile al Movimento Moderno e si riscontra in tutte le architetture nelle quali l’aspetto programmatico determina la configurazione dell’edificio, in cui lo spazio è misurato dalle esigenze dell’uomo che lo abita.
Perché quindi – si chiede – continuare a perseguire un’attitudine umanistica nel momento in cui da tempo le altre arti ne hanno fatto a meno? Poiché l’architettura non può più rappresentare nulla, e meno che mai l’uomo che la abita, dovrà cercare di essere altro.
Gaudelsonas, dal canto suo, proponeva un neo-funzionalsimo non ingenuo come quello del Movimento Moderno, ma conscio dei problemi dell’oggi e capace di rielaborarli dialetticamente. Lavorare sul rapporto tra forma e funzione vuol dire, infatti, porsi il problema del significato della forma, della sua giustificazione, per sfuggire al baratro dell’arbitrarietà.
Letto dal punto di vista architettonico, la posizione di Eisenman – per quanto estremamente legata alla difesa delle sue case inabitabili – appare giustificata e connessa alla vicenda di “ribellione” al Movimeno Moderno che si sono trascinate fino ad oggi. Il tutto letto con l’attenuante che i grandi monumenti architettonici, anche se mostruosi, essendo anche “arte” possono essere anche “altro”: allo stesso modo è arte la “merda di artista”.
Letto dal punto di vista dell’edilizia anche la posizione di Gaudelsonas è estremamente ragionevole.
Perché se da un lato il funzionalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, è facile rendersi conto di come le regole funzionaliste tradotte in standards hanno spesso e volentieri salvato il costruito dalla catastrofe di professionisti ignoranti e supponenti (perché se il progettista ignorante è terribile, in quanto pericoloso, quello supponente lo è anche di più, perché si crede Le Corbusier quando invece non riuscirebbe neppure ad essere un bravo manovale).
Come afferma La Cecla: “Gli architetti hanno capito che il solo modo di sfuggire all’anonimato e alla impari competizione era sfruttare la capacità pervasiva della moda e al tempo stesso il suo carattere di costante under statement: come chiedere alla moda di essere etica, di sentirsi responsabile per la società? […] Gli architetti sono completamente presi dai propri alibi e, mentre la nave affonda, loro che una volta avevano competenze di carpenteria oggi si occupano di tappezzeria […]. Nessuno ce l’ha tanto a morte con Gehry come il rettore della Boston University John Silber, che ha scritto un libro efficace, da profano competente ma anche da cliente, il cui titolo suona: Architettura dell’assurdo. Come il “genio” ha sfigurato la pratica di un’arte. […] Ma il massimo è stato raggiunto da Frank Gehry, che nell’ultimo lavoro per i laboratori dell’MIT, lo Stata Center, il cuore della ricerca scientifica, ha completamente ignorato le indicazioni dei ricercatori, inscatolandoli nei suoi sogni di cipolle e spazi comuni, di allegre lavagne (lasagne?) curve, di trasparenze, mentre esperimenti e ricerca, laboratori e procedimento per prova ed errore richiedono una certa intimità, la capacità di chiudersi dietro una porta, la possibilità di molteplici studi paralleli. Certo Gehry si è poi risentito, quando il suo Genio non è stato apprezzato.”[3]
Ovviamente occorre anche rendersi conto che le posizioni di contrasto al Movimento Moderno sono più che ragionevoli: è finita l’era di un’architettura perentoria, che parla unicamente per regole. L’onda lunga del positivismo ha portato a teorizzare una costruzione urbana ed architettonica prettamente idealistica e razionale.
La “maglia razionale” di scelte imposte dall’alto, della divisione in settori stagni, delle logiche da PRG, è giunta ormai ad un termine irrevocabile: il lavoro deduttivo di regole a tavolino non ha più senso, perché le regole non possono più essere immutabili (ed in questo penso al modello di un città “viva” in cui i continui adeguamenti alle forze provenienti dal suo interno hanno portato a trasformazioni continue che la regola delle zonizzazioni non potrà mai esprimere).
Il procedimento deduttivo presuppone condizioni al contorno costanti, estremamente diverso dalle mutevoli esigenze della società contemporanea (pensiamo ad esempio a come sono cambiati gli standard abitativi in questi anni; eppure ci ritroviamo sempre con la stessa normativa, tanto che ormai “standard” non è più il parametro minimo di riferimento, ma è diventato il fine ultimo dei costruttori; hanno perso il loro carattere di innovazione e miglioramento della vita e si sono trasformati nell’opposto).
La tecnologia che si sta sviluppando oggi può fornire un grande passo avanti nella qualità del progetto edilizio, grazie ad una verifica continua ed in tempo reale della qualità del progetto e quindi un superamento dei limiti visti sopra non solo dal punto di vista teoretico ma anche dal punto di vista pratico.

3) Metodi da architetto

Paolo Portoghesi è un uomo fantastico.
Sulla rivista web HOUSE LIVING del gennaio 2010 appariva una sua intervista in cui si esprimeva contro ogni utilizzo forzato dell’architettura (il grassetto è mio):
“D: Qual è il confine tra estetica e funzionalità nell’architettura?
R: Le opere architettoniche devono migliorare la vita dell’uomo attraverso la bellezza e la funzionalità. Non bisogna mettere gli edifici in primo piano. L’architettura dovrebbe essere funzionale. Ora invece sembra che non esista e non serva più. A Roma è stato inaugurata la sede del MAXXI, il Museo d’Arte Contemporanea realizzato dall’archistar Zaha Hadid, la quale ha detto “vorrei dare ai visitatori l’impressione di andare alla deriva”. Ma questo non ha alcun senso quando si realizza una galleria d’arte: infatti ora bisogna trovare delle soluzioni per riuscire ad esporre i quadri.
D: Mi faccia un esempio…
R: Un buon esempio di architettura sono le residenze realizzate dall’architetto Cino Zucchi a Milano: sono in un quartiere con poco valore storico – il Nuovo Portello, hanno poco in linea con l’ambiente, ma ricordano le case di ringhiera milanesi. È riuscito a rispettare l’anima della città. Ogni città ha il suo carattere e l’architettura che non rispetta il luogo, priva la città del suo valore e demoralizza i cittadini.
D: Lei ha criticato le archistar e ha parlato di smania di protagonismo. Qual è il confine tra un’opera per l’artista e un’opera per i cittadini?
R: Celebrare il sé può anche essere corretto, ma fino a un certo punto. Bisogna tener conto delle responsabilità. Il quadro è un ornamento, se non piace si può staccare; l’architettura non possiamo rifiutarla. Gli artisti quindi devono essere prudenti.”
Eppure sempre Paolo Portoghesi ha progettato le “vele” a bassano del grappa, grattacieli di 45m di cemento che impatta in maniera notevole con l’ambiente circostante e che di dialogo col contesto hanno sicuramente ben poco.
Peccato.
Perché il libro “Geoarchitettura”, ad esempio, non mi era sembrato malvagio e pieno di ottimi spunti: “L’architettura in questi ultimi tempi è stata attraversata da un’ondata di caotica vitalità che genera allo stesso tempo ammirazione e disagio. Le grandi opere sono diventate popolari anche se ciò che esse comunicano non è di solito altro che la loro inedita struttura, la loro novità, la loro diversità, rispetto a tutto ciò che già esiste, una diversità ottenuta seguendo le leggi del messaggio pubblicitario, attraverso la sorpresa, il clamore, lo spaesamento.

Occorre, scrive Portoghesi, che l’architettura riconquisti la sua identità storica di disciplina al servizio della società e capace di aiutare l’umanità a prendere coscienza della responsabilità verso il futuro, rintracciando nel panorama mondiale quei frammenti ancora lontani da ogni possibile coagulazione. Questi frammenti, queste tracce sovente sono ben poco visibili e sono sempre il retaggio di un’indicazione appena presentita e il possibile collante è l’insegnamento della natura intesa come una totalità di cui l’uomo è parte integrante. Ma parlare della nascita di una nuova sensibilità, attenta alle ragioni e alle morfologie della natura non significa trattare di “architettura verde”, quella degli architetti sensibili all’ecologia ma priva di alcun “lievito ideologico” che possa essere riferito in modo esplicito al nuovo paradigma scientifico; non si tratta nemmeno di una ricerca di tipo formalistico sulla possibilità di realizzare strutture artificiali plasmate dal computer in base a modelli derivati dallo studio della natura con una sconcertante predilezione per le pieghe, le metamorfosi, gli sconvolgimenti. E, infine, non è certamente l’invocazione di un legame con la natura esteriore e imitativo.”[6]

Anche a livello legale, nei progetti di architettura, l’obbligo è di risultato, in quanto il contenuto del contratto di redigere un progetto si traduce nella concreta realizzabilità del progetto stesso: se parliamo di nuova sensibilità, credo che occorra legare questo concetto alla corretta attuazione dei propositi progettuali. Se da un lato il committente ha diritto di pretendere dal professionista un lavoro eseguito a regola d’arte e conforme ai patti, dall’altro il professionista è tenuto a comunicare al proprio cliente l’eventuale irrealizzabilità dell’opera.
Invece ad oggi si tende a confondere il progetto (o peggio, lo schizzo o l’idea progettuale) con la realizzazione stessa.
Provo un sentimento di grande ilarità quando vedo i famosi “schizzi progettuali”, in cui architetti di diversa estrazione si prodigano nel duro compito di piegare le leggi fisiche alla mercé del proprio cliente; per non fare nomi, ripropongo alcune tipologie di disegno che spesso si vedono in circolazione.

Peccato che spesso le cose non vadano proprio così. Come nel caso di Portoghesi, esiste uno iato sconcertante fra intenzione e realizzazione concreta (e che non viene colto dagli stessi architetti a quanto pare).
Mi sono soffermato a lungo, anche in altri articoli, sul ruolo dei modelli, perché credo che un problema fondamentale sia proprio l’interpretazione “umanistica” della raffigurazione (a partire dal Rinascimento in poi), in contrapposizione al valore empirico/progettuale degli stessi. Per questi motivi credo che le nuove tecnologie e la nuova sensibilità possano portare alla responsabilizzazione dei progettisti e alla realizzazione di modelli validi non solo a livello estetico ma anche a livello fisico.

…Continua


[1] B. Tschumi, intervista su “Architectural Design” n.47 del 1977
[2] B. Tschumi, Architecture and disjunction, The MIT Press – 1996
[3] F. La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri : Torino
[4] U. Galimberti, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli : Milano
[5] M. Gaudelsonas, Neo-Functionalism in “Oppositions” n.5 del 1976
[6] P. Portoghesi, Geoarchitettura, Skira : Milano

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

Leggi anche:
Architettura 2.0 – Parte 1

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2 comments

  1. Matteo,
    condivido l’ultimo verso del tuo articolo meno la visione ‘architetto centrica’ dell’articolo.
    T’invito a osservare la città e il suo confine dall’alto.
    Da questo punto di vista non puoi non accorgerti della complessità del suo territorio costruito da geometri, architetti, ingegneri, geometri-architetti, geometri-ingegneri, contadini, contadini della domenica, imprenditori piccoli-medi-grandi, il cittadino che ci pensa tutto lui, il politico del territorio, l’agriturismo, il bar più veranda, il B&B, il centro commerciale piccolo-medio-grande, gli outlet.
    Un groviglio – di sogni’concreti’- inestricabili, abitazioni, capannoni, casupole, garage, accrocchi vari che disegnano il paesaggio urbano e non.
    Serve una diversa lettura altrimenti rischiamo d’incartarci su macrotemi e lasciamo indisturbati i cementificatori piccoli-medi-grandi che hanno, e stanno, distruggendo il nostro paese.
    Infine non cerchiamo ricette ‘universali’ serve un agire collettivo ‘urbano’ e diffuso.
    Ogni città (più territorio) deve avere un suo piano o se vuoi ‘sogno collettivo’.
    Le città italiane si sviluppano (ancora oggi) in questo modo, ognuno ostenta il suo carattere (bello o brutto).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Ciao.
      Parlo di “architetti” ma in realtà mi riferisco a tutti i progettisti del settore, e quindi architetti, ingegneri, geometri, periti.
      E parlo di “architetti” perché credo sia arrivato il momento di togliere ex abrupto responsabilità operative a tutti coloro che non sono tecnici: un politico può decidere se fare o non fare qualche cosa, ma sicuramente non “come” farla. Basta ingerenze di costruttori e politici.
      Inoltre l’utilizzo di modelli condivisi e reti di progettazione deve progressivamente spostare l’accento dal singolo individuo (“architettocentrico” come dici tu) al lavoro collettivo di tanti operatori.
      Il modello “deus ex machina” è fallito.
      Occorre pensare in termini di professionalità diffusa e capillare, ognuno che componga una tessera del puzzle e tutti responsabili, tagliando fuori tutte le inferenze che non apportano contributi significativi.
      Se un “architetto” deve esistere, dovrà essere un “responsabile di progetto”, in grado cioè di coordinare tutte le fasi, senza imporre idee o soluzioni precostruite.

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