Architettura 2.0 – parte 1

Architettura 2.0 _____________________________________________________________________________ Architettura 2.0

Lo spunto per questa riflessione parte da lontano.
Mi ricordo che il primo anno di università passai gran parte del mio tempo a studiare le rappresentazioni di Monge e l’omologia per riuscire a superare l’esame di Disegno I; non parlo poi dell’esasperazione di tutti noi, costretti a disegnare in aule estremamente sporche e con tavoli da disegno pieni di simpatiche incisioni, tipo “Maria ti amo”, che inevitabilmente (soprattutto quando si passava alla retinatura delle zone in ombra) si trasferivano in rilievo sul disegno. Per Disegno II invece arrivò la rivoluzione CAD e quindi addio gomma pane e benvenute file interminabili all’unico plotter di ingegneria.
Era l’inizio del nuovo millennio, sembrava che l’introduzione di queste nuove tecnologie potesse imprimere una svolta fondamentale nel campo dell’edilizia e quindi aprire nuove strade, soprattutto a noi che per primi potevamo dire di “essere nati” con questi strumenti. Ci sbagliavamo: ancora una volta mi sento di dire che “bisogna cambiare tutto per cambiare nulla”.

La nuova tecnologia ha portato poche rivoluzioni (almeno in Italia); anzi, la miopia delle istituzioni e di quei pochi professionisti che potrebbero avere potere decisionale ci hanno portato, come al solito, a pochi passi dal baratro. Come qualche tempo fa scrivevo su wilfing architettura, mi pare ovvio che il sistema sia malato, a più livelli: il primo problema è di ordine sociale (o burocratico, dipende dal punto di vista) ed economico; il secondo è inerente a ciò che l’architettura rappresenta oggi per i professionisti e per la gente comune.
Per quanto riguarda il primo problema le speculazioni, le collusioni con la mafia, l’incapacità della classe politica sono problemi reali che (purtroppo) vengono ignorati quotidianamente; oltre a questo si registra l’incapacità congenita del sistema di gestire un’architettura aperta a tutti (ad ogni livello, dal concorso ristretto ai grandi studi alle gare per affidamenti di poche migliaia di euro).
Per quanto riguarda il secondo problema è chiaro che da tempo (a parte pochi casi isolati), si è smesso di costruire “per le persone” (lo so, è un concetto molto vago, ma credo possa rendere bene l’idea): c’è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l’edilizia e l’urbanistica come viene intesa oggi.
Da un lato i grandi studi trasformano spesso e volentieri il codice architettonico in “brand”, l’edificio in “pubblicità” e le prestazioni professionali in “merce di scambio”; è impossibile pensare ad un nuovo progetto senza prima valutarne i risvolti economici immediati. In questo clima assistiamo ad un incredibile spezzettamento dei codici architettonici (quello che De Fusco, chiama “codice delle micrologie”). Per questi professionisti l’utilizzo delle nuove tecnologie è fondamentale ed imprescindibile (ma comunque sempre legato più a sperimentazioni formalistiche che a vere e proprie ricerche delle migliori prestazioni di un edificio).
Dall’altro lato abbiamo una miriade di progettisti e costruttori che vivono in un limbo senza tempo, in cui un’edilizia eterogenea e ambigua riempie con disarmante facilità le nostre periferie. Per costoro gli strumenti CAD servono unicamente a tradurre su supporto informatico quello che avrebbero fatto, nella stessa maniera, su supporto cartaceo.

Cosa intendiamo dunque per “architettura” all’inizio di questo millennio?

È possibile discernere fra “architettura” e “edilizia” (o “architettura” e “scultura”)?

C’è un paradosso interessante: i grandi nomi sono interessati a portare avanti le proprie “idee” spesso a discapito della vivibilità stessa dell’opera, ma producono (forse) lo 0,001% dell’architettura mondiale (in pratica un numero irrisorio, che non ha paragone ad esempio nella musica o nella pittura o nella letteratura, dove ci sono correnti condivise dalla maggior parte degli artisti); dall’altra parte più del 90% del costruito potrebbe venire annoverato in una sorta di architettura “eclettica” (a dir poco), del tutto diversa da quella dei grandi nomi, in cui gli interessi speculativi però portano a luoghi altrettanto invivibili.
Purtroppo il discorso sembra costantemente incentrato su valori formali. Il Razionalismo ha fatto numerosi sbagli puntando su un’ottica illuministica di controllo del reale attraverso mezzi razionali; ma quello che vedo oggi è la stessa impostazione, attuata solo con mezzi diversi. La geometria ha perso il carattere rigido e formale iniziale e ha assunto forme mutuate dalle recenti conquiste matematiche (e da strumenti computerizzati), ma lo spirito è lo stesso: utilizzare schemi compositivi più o meno arbitrari per definire la forma architettonica.
Inoltre, come il postmoderno non è riuscito a plasmare strumenti facilmente diffondibili e chiari, allo stesso modo l’architettura odierna non offre mezzi certi per intervenire sul reale; da un parte c’è l’eccezionalità delle singole opere e gli strumenti con cui vengono realizzate, dall’altra la non bene definita finalità della stessa, il suo significato profondo.
In questo clima la tecnologia informatica ha portato ad una frattura nel modo di concepire la composizione, tanto che ormai parlare di disegno “tradizionale” rischia di scadere in concezioni “passatistiche” e nostalgiche.
Oggi appare chiara la possibilità di lavorare direttamente con un “modello” tridimensionale anziché con le forme bidimensionali della progettazione “classica”. Quello che la matita “costringeva” ad ideare all’interno della propria testa ora viene riversato sullo schermo del computer: quindi si “sente” meno il mezzo e non ci si deve preoccupare neanche troppo di tenere a mente tutti i particolari di un progetto, visto che c’è il computer che li correggerà (come Gehry ci ha dimostrato in più occasioni). Prima si disegnava e poi si verificava col modello, ora si fa il contrario.
Quindi da una parte si perde “controllo” sul progetto, ma dall’altra un passaggio dal 2D al 3D obbliga a definire il modello fin da subito con una certa rigorosità. Nel disegno bidimensionale alcuni dettagli potevano rimanere inespressi addirittura fino alla fase esecutiva, o differiti secondo tempo diversi; questo oggi non è più possibile.
A mio parere queste nuove possibilità dovrebbero dare lo stimolo per affiancare all’incessante ricerca della “forma” perfetta anche strumenti utili per il controllo ambientale ed urbanistico dell’edificio costruito (mentre purtroppo le case si dimostrano sempre più scadenti ed invivibili).
Quello che manca oggi è un solido movimento che cerchi di “tirare le somme” da questo coacervo di proposizioni ed esperienze più o meno significative: appare urgente oggi porre dei punti fermi da cui avviare nuovi sviluppi, anziché continuare a spezzare il grande fiume dell’architettura in una miriade di rivoli secondari.
Serve una sintesi.
La penuria di trattatisti seri dimostra questo impasse. Credo sia quanto mai d’obbligo un rinnovamento globale all’interno della progettazione e della teoria architettonica sia per quello 0,001% di grandi nomi, sia per i molti professionisti che oggi risultano inadeguati alle nuove sfide che l’architettura propone.

Quale deve essere dunque lo spirito di questo rinnovamento?

Devo ammettere che in questi mesi ho riflettuto a lungo su questo interrogativo; come al solito le risposte sono arrivate in maniera inaspettata e attraverso letture e riflessioni trasversali.
Mi è venuto in aiuto Salvatore D’Agostino che, in una telefonata, mi parlava di come la pratica edilizia corrente fosse in genere riluttante ad adottare nuovi materiali e nuove tecniche (o perlomeno, l’utilizzo dei nuovi mezzi avviene seguendo schemi propri dei mezzi antichi, come la costruzione delle case in cemento armato basata su schemi tipici delle case in muratura portante).
In secondo luogo l’interessante “Architettura e modernità”[1] del (clonabile) Antonino Saggio, che nell’ultima parte del libro si interroga appunto sull’uso delle nuove tecnologie: “In questo contesto [ndr. interrogarsi sulle profonde mutazioni che il paradigma informatico sta comportando] una domanda pertinente è se l’informatica serva a creare soltanto le case interattive dei ricchissimi o delle effimere perfomance psichedeliche o ancora delle complesse manipolazioni formali oppure debba servire “anche” ad affrontare le grandi crisi del mondo contemporaneo. Il tema della polluzione e dell’uso consapevole delle risorse, lo squilibrio tra Nord e Sud, tra povertà e ricchezza, la trasparenza e democraticità delle informazioni, lo sviluppo di ambienti e soluzioni che lascino spazio alla presa di coscienza critica”. Leggendo il libro però si ha l’impressione che l’informatica sia servita a tutto tranne che ad affrontare le crisi del mondo contemporaneo: abbiamo nuovi e straordinari spazi, nuove interconnessioni, nuovi importanti progetti, nuovi luoghi di culto architettonico. Eppure siamo ancora qui (o almeno noi che viviamo l’architettura “dal basso”), a barcamenarci con la solita “edilizia” scadente e fallimentare prodotta da costruttori senza peli sullo stomaco e progettisti ignoranti; ignoranti di tutto: ignoranti di architettura contemporanea, ignoranti delle nuove normative strutturali e bioclimatiche, ignoranti soprattutto dei nuovi strumenti informatici.

1) Architettura 0.1

Vorrei introdurre l’argomento citando parte dell’intervista rilasciata da Marco Calvani su wilfing architettura. Marco ora lavora in Svizzera, dove “c’è molta flessibilità per quanto riguarda le mansioni: architetto, fotografo, designer … poco importa. L’importante è lavorare”. A suo parere “l’Italia non può nemmeno farsi esportatrice di architetti verso l’estero, essendo nemmeno tanto ben formati e competitivi. In Svizzera ho notato numerose richieste riguardo conoscenze di progettazione BIM […] mentre noi siamo ancora, per la maggior parte degli studenti, con il CAD bidimensionale e, se va bene, Primus per i computi metrici”.
Non va meglio quella che dovrebbe essere la formazione all’interno degli studi una volta finita l’università: purtroppo ho conosciuto personalmente tanti professionisti che di professionale avevano poco o nulla. Anziché inserire i giovani nel mondo del lavoro spesso o volentieri questi signori sfruttano per poche centinaia di euro al mese (magari pure in nero) giovani laureati che generalmente conoscono tecniche e strumenti molto meglio dei propri datori di lavoro ma sfortunatamente non hanno quelle tante e utili “conoscenze” fondamentali per poter svolgere la professione in Italia. In cambio ricevono istruzioni su come “non si dovrebbe fare” il proprio lavoro: barare sui calcoli o sulle dichiarazioni, presentare lo stretto necessario per tagliare i tempi e farsi approvare un progetto, ingraziarsi le persone giuste perché una giusta conoscenza vale più di mille certificazioni.

Ritornando all’uso delle tecnologie informatiche, mi sono reso conto di come tantissimi studi (soprattutto di medie/piccole dimensioni) utilizzino solo in minima parte le risorse a loro disposizione: ho visto ad esempio pochissimi disegni CAD in cui fosse chiaro l’utilizzo consapevole dei layer oppure in cui venissero utilizzate appieno le capacità di questi software (per non parlare ad esempio di alcuni disegni che riportavano posizioni dei muri leggermente sfalsate da un piano all’altro: probabilmente ogni piano era stato disegnato senza preoccuparsi di sovrapporlo agli altri per confrontare la coerenza delle strutture); non ho praticamente mai visto progetti realizzati tramite software BIM.
Pertanto in questo articolo andrò in direzione contraria a quella intrapresa da Saggio nel suo libro e dimostrerò come la diffusione degli strumenti informatici possa essere non solo foriera di nuovi sviluppi formali, ma anche di importanti conquiste per la progettazione edilizia.
Ovviamente so già che il mio sarà un puro esercizio retorico: già in Italia si fa fatica con l’inglese, figuriamoci usare il computer!

2) Dal modello al BIM

Ci sono diverse testimonianze scritte secondo cui già nell’antichità i modelli delle costruzioni da realizzare venivano sottoposti all’approvazione dei committenti; questi servivano inoltre a verificare il progetto e a comunicare con le maestranze. Purtroppo nessuno dei modelli antichi ci è rimasto, e le notizie che ci sono state tramandate al riguardo sono piuttosto scarne.
L’epoca d’oro dei modelli rimane il Rinascimento, quando diventano strumenti di affinamento della progettazione: in quest’epoca, pur mantenendo la funzione operativa che avevano il secolo scorso, diventano strumenti di creatività e costituiscono una testimonianza importante del processo di ideazione artistica, poiché l’architetto è sempre meno capocantiere e sempre più progettista.
A partire dal XVII secolo la rivoluzione copernicana sposta l’attenzione dal modello inteso come rappresentazione del costruito al modello matematico, inteso come strumento operativo di conoscenza. Da questo momento in poi, fino ai giorni nostri, si è osservata una sempre maggiore distanza fra il modello “teorico” della matematica e della fisica ed il modello “concreto” dell’architettura, inteso come “plastico” e quindi realizzazione in scala del progetto futuro.
La rivoluzione informatica – intesa come “democratizzazione” degli strumenti informatici, che ora sono veramente alla portata di tutti – ha portato ad una revisione sostanziale di questi concetti. Il primo passo è stato quello di associare alla progettazione CAD (intesa come “Computer Aided Design” e quindi una progettazione “geometrica” del manufatto elaborata attraverso il computer) la creazione di un vero e proprio modello corredato di un database che individuasse le caratteristiche delle singole componenti del modello. In questa accezione generale si parla di BIM (“Building Information Modeling”): cioè un modello informatico elaborato tramite diverse componenti (che possono riflettere in toto le parti di un edificio, come “muri”, “solai” o “coperture” oppure avere caratteristiche definite di volta in volta) che recano al loro interno informazioni riguardanti geometria, composizione, posizione spaziale, ecc… In architettura questi software non si limitano quindi al disegno di elementi grafici semplici (linee, polilinee, cerchi, archi, ecc.), ma consento di progettare disegnando i componenti tecnici dell’edificio (strutture portanti, pareti, porte, finestre, ecc.). Non è certo questa la sede per parlare di cosa siano i programmi BIM e, nel caso non li conosciate, credo sia possibile trovare una notevole biografia su internet.
E’ possibile invece elencare alcuni vantaggi apportati da questa tecnologia: il primo deriva dal fatto che, una volta definito l’edificio, tante operazioni (come appunto quelle di computo o cronoprogramma) risultano automatiche, grazie alle funzioni di database intrinseche; il secondo vantaggio risulta dalla struttura stessa della modellazione per oggetti, grazie alla quale le componenti possono essere legate in vario modo fra loro: ad esempio il riposizionamento di una finestra influisce su tutte le componenti e quindi piante, prospetti, rapporti e liste di materiali sono aggiornate in tempo reale; infine la definizione di oggetti parametrici consente l’utilizzo di una notevole quantità di apparati partendo da semplici geometrie di base.
In pratica si riassume in un unico software ed in un unico istante temporale il lavoro che, in precedenza, veniva demandato a diverse attività consecutive (tipicamente pianta -> prospetti/sezione -> modello -> revisioni impiantistiche e strutturali e quindi revisione in un lavoro ciclico di queste attività).
Come dicevo nell’introduzione, questo modo di procedere ha i suoi pregi e i suoi difetti e pertanto non è necessariamente “migliore” del tradizionale, ma semplicemente “diverso”.
Questa diversità non può essere accantonata, né è possibile pensare di utilizzare questi strumenti per “digitalizzare” il medesimo processo svolto con i metodi tradizionali; inoltre credo – ed è su questo punto che si basa l’intera trattazione – che tali strumenti non offrano solo le funzionalità di modellazione integrata, ma possano contribuire ad un notevole miglioramento della pratica edilizia.
Il modello informatico non è solo uno strumento atto a raffigurare, decidere e descrivere, ma si pone come struttura aperta capace di simulare il comportamento del sistema-edificio al variare delle ipotesi e degli obiettivi. In questo riunisce in sé le due concezioni – matematica e plastica – che apparivano come una dicotomia inconciliabile prima della rivoluzione informatica.
Come fa notare il professor Saggio, “per il lavoro di progettazione degli architetti si tratta della più importante conquista scientifica dopo l’invenzione della prospettiva”.
Su questa base va impostato il rinnovamento tanto auspicato.

…Continua

[1] A. Saggio, Architettura e Modernità, Carocci : Roma

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12 comments

  1. Ciao matteo, come al solito mai che ti cimenti con post leggeri ed estivi, solo led e massimi sistemi. Come vuoi che uno uscito dal solleone agostano e dagli innumerevoli spritz con qualche miliardo di neuroni in meno riesca a intavolare una discussione con te?
    Devo recuperare un bel po’ di forze fisiche e mentali e poi ti dico la mia, anche se già adesso ti dico che tra BIM, Architettura con la A maiuscola, architettura con la a minuscola e mafia non ho capito molto le reciproche relazioni.
    Con affetto.

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  2. —> Matteo,
    aspetto la seconda parte (interessanti le tue note, io spero di maturare un articolo dal titolo architettura default).
    Una piccola nota: ciò che ironicamente definisci: solita “edilizia” scadente è brand.
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    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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