Architettura A-B-normal

n coda all’inchiesta di Salvatore d’Agostino OLTRE IL SENSO DEL LUOGO avevo deciso di chiosare il mio intervento con un commento finale, in cui esplicitare meglio il mio pensiero.


Questo commento è stato poi pubblicato da Salvatore sul suo blog (e lo ringrazio per questo) ed ovviamente commentato. Contrariamente alla consuetudine, che vede la pubblicazione del post originale e di seguito i commenti, vorrei questa volta cominciare proprio dal commento di Salvatore (da cui è stato tratto il titolo di questo articolo):

“In Italia avendo sopito tutte le avanguardie (alcune geniali e innovative) si è preferito costruire le nostre città in stile ‘comodo’ cioè evitando le contrapposizioni ‘classistiche’ indicando con A l’area borghese (centro storico) e con B l’area del resto del mondo periferia).
Con questa grossolana contrapposizione agli addetti alla costruzione della città non interessava ‘osservare la città nel suo complesso’ ma solo per i singoli interessi.
L’A-rchitettura reiterava i codici della vecchia borghesia amando moltissimo i gadget ipertecnologici e la B-architettura ha rimesso in discussione i codici borghesi con un modernismo molto macchiettistico (confondendo stili e non confrontandosi con le avanguardie).
L’A-rchitettura si pavoneggia sonnecchiando, restaurando le proprie case per inserire di volta in volta alcuni gadget ‘status symbol’: la sauna del bagno, il televisore 3d, la cucina domotica e la badante condonata.
La B-rchitettura è simile ai B-movie italiani.
La B-rchitettura s’illude di osservare la nudità di una bella donna attraverso gli occhiali magici ai Raggi x.”

1. Quel cervello che mi hai portato era di Hans Delbruck?

Igor: No.
Freddy: Ah, good. Would you mind telling me whose brain I did put in?
Igor: And you wont be angry.
Freddy: I will not be angry.
Igor: Abbey someone.
Freddy: Abbey someone. Abbey who?
Igor: Abbey Normal.
Freddy: A-B-normal.
Igor: I’m almost sure that was the name.
Freddy: Are you saying that I put an abnormal brain into a seven and a half foot long, fifty our inch wide gorilla? Is that what your telling me?
[1].

A parte il riferimento scherzoso, trovo molto interessante l’analisi di Salvatore.
E’ vero: gran parte dell’urbanistica italiana del secolo scorso (ma anche del nuovo) sembra essersi scissa in due campi distinti e controversi. Il primo riguarda il “centro storico”, o comunque le aree con qualche vago interesse socio-culturale, in cui abbiamo assistito ad accesi dibattiti sulla teoria del restauro e del recupero, in cui si cerca di inserire elementi di arredo costosi (non belli, ma costosi, questo dà loro automaticamente la facoltà di poter apparire consoni), in cui il problema centrale di tutti questi anni sembra essere stato quello della regolamentazione dei parcheggi e degli accessi. Il secondo riguarda una non meglio indentificata “periferia” che, non essendo a prima vista legata a particolari esigenze di genius loci, è stata lasciata al libero arbitrio del tecnico di turno (dal geometra con velleità architettoniche all’architetto con velleità geometriche) oppure di piani particolareggiati che consideravano i limiti del proprio lotto come limiti “universali” e quindi non tenevano conto di strade, edifici, parchi presenti nei lotti confinanti.
In entrambi i casi, in Italia abbiamo assistito ad un fenomeno tutto nostro: l’urbanistica di ritorno. Cioè ad un’urbanistica che anzichè pianificare, gestisce e cerca di “far quadrare” il costruito od il pianificato “da altri”.
Volutamente parlo di urbanistica perchè non credo che sia possibile scindere un discorso architettonico da un discorso urbanistico: l’urbanistica definisce gli ambiti dell’archiettura e, al contrario, l’architettura diventa sempre urbanistica.

2. Mostro terribile

Come nel film di Mel Brooks, l’architettura italiana è un mostro alto due metri e venti e largo come un armadio ma con un cervello abnorme.
Ma il titolo dell’articolo pone anche una domanda, e cioè se oltre all’ A-rchitettura o alla B-rchitettura possa ancora esistere un’architettura “normale”. Da questa considerazioni prendeva piede il messaggio scritto per Salvatore:

“Ti avevo promesso un commento finale al tuo post sui blog di architettura ed eccomi qui. Da diverso tempo ormai scambiamo opinioni e penso che ormai tu abbia capito quali sono le mie idee; OLTRE IL SENSO DEL LUOGO mi è sembrata una bella iniziativa e lo spunto per cercare di capire qualcosa in più sul panorama architettonico italiano (ma anche estero). Mi pare più che ovvio che il sistema sia malato, a più livelli: il primo problema è di ordine sociale (o burocratico, dipende dal punto di vista) ed economico; il secondo è inerente a ciò che l’architettura rappresenta oggi per i professionisti e per la gente comune.
Per quanto riguarda il primo problema credo che già hai speso molte pagine interessanti nel tuo blog: le speculazioni, le collusioni con la mafia, l’incapacità della classe politica sono problemi reali che (purtroppo) vengono ignorati quotidianamente; difficilmente nella rete ho trovato uno spazio in cui si possa parlare apertamente di queste cose. Oltre a questo l’incapacità del sistema di gestire un’architettura aperta a tutti; ti voglio riportare le parole di Pietro Pagliardini, nelle note al testo di Salingaros sulle archistar:

“Da quel poco che mi risulta, e da quanto riesco ad intuire, non esiste alcun paragone possibile tra la forza di un sistema mediatico-culturale ormai consolidato da decenni di relazioni, amicizie, scambi di favori leciti e meno leciti nel sistema dei concorsi (d’architettura e universitari) e dall’occupazione permanente nelle varie riviste, supportato vigorosamente dal potere economico degli immobiliaristi, che poi nel caso italiano coincidono quasi sempre con i nomi più importanti dell’economia e della finanza, nei confronti di un manipolo di persone (manipolo è un modo di dire e non un riferimento politico) cui non si fa vincere un concorso che sia uno, non potendo godere appunto di scambi di favori, che non ha diffusione da parte della media, non viene praticamente citato, se non per dileggio, nelle facoltà d’architettura, non ha imprenditori di riferimento.”[2].

Ovviamente non voglio combattere contro i mulini a vento e mi rendo conto benissimo che la cultura dei “media” e la corrispettiva controparte economica gestiscono ormai in maniera univoca la società (in fondo c’era da aspettarsi che il sistema capitalistico – o comunque quello che ne rimane dopo la caduta del muro – avrebbe presto inglobato in toto il campo architettonico).
Il codice architettonico diventa pertanto “brand”, l’edificio “pubblicità” e le prestazioni professionali “merce di scambio”; è impossibile pensare ad un nuovo progetto senza prima valutarne i risvolti economici. Per citare un caso concreto, quando Cucinella “appiccica” pannelli solari ai suoi edifici per farli diventare “ecosostenibili” di certo non è mosso da interessi “ecologici” (vedi il municipio di Bologna): quale migliore pubblicità che cavalcare l’onda dell’ecologismo per “vendere” il proprio marchio? Interesse confermato dall’intervista su Wired, giornale per “non addetti ai lavori” ma che riesce oggi a catturare più attenzione delle riviste del settore (perchè architettura oggi è moda: ci sono articoli su riviste del settore che ormai sono più simili a quelli che appaiono su Glamour e Cosmopolitan).

Probabilmente questo in parte spiega le risposte dei blogger, che dimostrano un’estensione diffusa di quello che De Fusco chiama “codice delle micrologie”.[3].

Il termine è molto felice a mio parere, perchè traduce l’incredibile spezzettamento odierno, e serve da spunto per parlare della seconda parte di problemi che oggi affliggono il mondo dell’architettura. È chiaro che da tempo (a parte pochi casi isolati), si è smesso di costruire “per le persone” (lo so, è un concetto molto vago, ma credo possa rendere bene l’idea): c’è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l’edilizia e l’urbanistica come viene intesa oggi.

Cosa significa quindi “architettura”?
È possibile discernere fra “architettura” e “edilizia” (o “architettura” e “scultura”)? Credo che in fondo sia questa la domanda che ponevi (poiché citare l’architetto di riferimento implicitamente suggerisce l’idea che questo sia legato ad un certo modo di fare architettura). C’è un paradosso interessante: i grandi nomi sono interessati a portare avanti le proprie “idee” spesso a discapito della vivibilità stessa dell’opera, ma producono (forse) lo 0,001% dell’architettura mondiale (in pratica un numero irrisorio, che non ha paragone ad esempio nella musica o nella pittura o nella letteratura, dove ci sono correnti condivise dalla maggior parte degli artisti); dall’altra parte più del 90% del costruito potrebbe venire annoverato in una sorta di “architettura “eclettica” (a dir poco), del tutto diversa da quella dei grandi nomi, in cui gli interessi speculativi però portano a luoghi altrettanto invivibili.

Purtroppo il discorso sembra costantemente incentrato su valori formali: c’è mai qualcuno che, oltre a diagrammi, decostruzioni, postmodernismi, e chi più ne ha più ne metta, riesca veramente a progettare per chi quei luoghi li andrà ad abitare? Il Razionalismo ha fatto numerosi sbagli puntando su un’ottica illuministica di controllo del reale attraverso mezzi razionali; ma quello che vedo oggi è la stessa impostazione, attuata solo con mezzi diversi. La geometria ha perso il carattere rigido e formale iniziale e ha assunto forme mutuate dalle recenti conquiste matematiche (e da strumenti computerizzati), ma lo spirito è lo stesso: utilizzare schemi compositivi più o meno arbitrari per definire la forma architettonica.

Inoltre, come il postmoderno non è riuscito a plasmare strumenti facilmente diffondibili e chiari, allo stesso modo l’architettura odierna non offre mezzi certi per intervenire sul reale; da un parte c’è l’eccezionalità delle singole opere e gli strumenti con cui vengono realizzate, dall’altra la non bene definita finalità della stessa, il suo significato profondo. In questo la teconologia informatica ha dato una forte scossa alla progettazione: il computer ha portato una frattura nel modo di concepire la composizione (e qui mi lego all’altro tuo post).
Oggi appare chiara la possibilità di lavorare direttamente con un “modello” tridimensionale anziché con le forme bidimensionali della progettazione “classica” (o perlomeno con un’unità di tutte le rappresentazioni, cosa che nel disegno a mano non era possibile; la costruzione di plastici o modelli offriva una certa approssimazione di quello che si fa oggi col computer, ma non avevano di certo la sua immediatezza). Quello che la matita “costringeva” ad ideare all’interno della propria testa ora viene riversato sullo schermo del computer: quindi si “sente” meno il mezzo e non ci si deve preoccupare neanche troppo di tenere a mente tutti i particolari di un progetto, visto che c’è il computer che li correggerà (come Gehry ci ha dimostrato in più occasioni). Prima si disegnava e poi si verificava col modello, ora si fa il contrario.

Quindi da una parte si perde “controllo” sul progetto, ma dall’altra un passaggio dal 2D al 3D obbliga a definire il modello fin da subito con una certa rigorosità. Nel disegno bidimensionale alcuni dettagli potevano rimanere inespressi addirittura fino alla fase esecutiva, o differiti secondo tempo diversi; questo oggi non è più possibile. A mio parere queste nuove possibilità dovrebbero dare lo stimolo per affiancare all’incessante ricerca dell “forma” perfetta anche strumenti utili per il controllo ambientale ed urbanistico dell’edificio costruito (mentre purtroppo le case si dimostrano sempre più scadenti ed invivibili).

Quello che manca oggi è un solido movimento che cerchi di “tirare le somme” da questo coacervo di proposizioni ed esperienze più o meno significative: appare urgente oggi porre dei punti fermi da cui avviare nuovi sviluppi, anziché continuare a spezzare il grande fiume dell’architettura in una miriade di rivoli secondari. Serve una sintesi. La penuria di trattatisti seri dimostra questo impasse. Credo sia quanto mai d’obbligo un rinnovamento globale all’interno della progettazione e della teoria architettonica sia per quello 0,001% di grandi nomi, sia per i molti professionisti che oggi risultano inadeguati alle nuove sfide che l’architettura propone.

Quale deve essere lo spirito di questa grande sintesi?

Beh…non posso rispondere a tutto (ma ti assicuro che ci sto pensando da molto).

Credo comunque che rendersi conto del baratro sia comunque già un passo avanti.” – 11 gennaio 2010 –

Come spiegato a Salvatore, la citazione iniziale si riferiva al fatto che nè Salingaros nè gli altri hanno imprenditori di riferimento, quindi voleva avere un respiro più ampio di quello effetivamente presente all’interno del libro; cioè il mercato non offre spazi per chi non vuole inserirsi nel contesto dell’ A-B-rchitettura.
Non essendoci spazi di intenti comuni, si ricade pertanto in un “codice delle micrologie”, proprio perchè la frammentazione post-international-style non è mai riuscita a ricompattarsi in correnti univoche di pensiero: fra i vari estremi infatti si riscontrano studi formali senza alcuna contestualizzazione, regionalismi ad oltranza, eclettismi più o meno evidenti, hi-tech “riciclato” (in tutto e per tutto) a favore di un’architettura “green”.

Quando affermo che: “c’è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l’edilizia e l’urbanistica come viene intesa oggi” non intendo fare una provocazione. L’atteggiamento delle “persone” nei confronti dell’architettura oggi è proprio questo.
Fra tanti esempi, vorrei citare il commento del mio articolo su Wittgenstein di Diana:

“Non sono architetto né psicologa, però ho notato che spesso l’architetto famoso o comunque di successo, quello che emerge, o è una specie di ghiacciolo anaffettivo dall’espressione imperturbabile (es. Piano), o di ipergoico narcisista sbruffone (es. Fucsas), cioè tipi umani come tanti altri, ma che non associo al calore.
E un’altra cosa che ho notato è che nelle case di architetti (ne ho due in famiglia!) tutto è scomodo e poco funzionale. Per esempio, non di rado vedi cucine stratosfericeh con lavandini a una sola vasca, o lavandini con quei rubinetti fichissimi che arrivano per estensione a due centimetri dal bordo, dove l’ascqua esce tutta fuori, e ti domandi perché? perché? perché?”

Ti assicuro Diana che le stesse domande me le pongo anch’io continuamente.

3. Fondamentalmente agli italiani non interessano i mondiali di calcio

Sono in vena con le citazioni. La canzone è di Elio, il disinteresse per la questione architettonica invece è tutto italiano: la critica, le riviste di settore, l’università (a parte poche eccezioni) sembrano volontariamente evitare qualsiasi discussione riguardante il benessere degli utenti.
Quante riviste sono piene di rubinetti che arrivano a due centimetri dal bordo? Quante invece presentano una rassegna dei migliori lavandini, non solo come estetica, ma anche come praticità di utilizzo? Fatevi i conti e avrete automaticamente la percentuale di occasioni di critica all’interno del nostro establishment.

Nell’ultima parte del mio intervento invece ho voluto deliberatamente porre l’accento su che cosa la rivoluzione informatica abbia realmente significato nell’ambito della progettazione architettonica e sulla mia scarsa propensione a pensare che, da sole, queste tecnologie possano aiutarci ad uscire dall’impasse odierna.
Ad aggravare le cose, la crisi dell’edilizia cui stiamo assistendo non ha fatto altro che mettere a nudo tutte le mancanze di un settore che forse troppo a lungo si è assopito sugli allori.

Finisco con un’ultima provocazione: sapete perchè l’IKEA sta sbaragliando il mercato del mobile?
No, non sono i prezzi: semplicemente alle persone non interessano le piastrelle viola per la cucina o un water in alluminio o un divano da 12 posti in ecopelle. Servono cose semplici da utilizzare tutti i giorni per vivere la propria casa al meglio (e a maggior ragione quando i soldi sono pochi).

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

[1] Da “Frankenstein Junior” di Mel Brooks del 1974

[2]Nikos A. Salingaros, “No alle archistar”, edizioni LEF, Firenze, 2009

[3] Renato De Fusco, “Storia dell’architettura contemporanea”, ed. Laterza, Bari, 2000

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12 comments

  1. c’è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l’edilizia e l’urbanistica come viene intesa oggi

    forse però il discorso è estendibile a molti altri ambiti (politica, informazione, istruzione, ecc.) Mi chiedo se sia così anche nel resto del mondo. O se è così soprattutto da noi,dove il pragmatismo non è mai stato di casa. Il pragmatismo inteso come ponte tra teoria e pratica. Senza quello, staremo sempre a raccogliere l’acqua che esce dal lavandino a vasca unica della cucina fichissima.

    d

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    1. Si, me lo sono chiesto anch’io.
      La mancanza di pragmatismo è senza dubbio un male che percorre l’architettura italiana annovera innumerevoli progetti teorici mai realizzati e realizzazioni che non hanno uno straccio di progettazione al di sotto…
      Per il resto credo che il problema sia dato anche dagli interessi spesso contrastanti dei soggetti in questione: e cioè il tecnico (bravo?competente?), il costruttore (onesto?corretto?), l’utente (istruito?consapevole?), le istituzioni (presenti?oneste?) e l’ambiente su cui si costruisce.
      Il processo edilizio viene così distorto ed estraniato anche da quelle che possono essere le migliori intenzioni dei progettisti…certo è che se poi ci si mettono di mezzo pure loro con certe idee…

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  2. Caro Matteo,
    finalmente leggo questa cosa dell’A/B-rchitettura, e francamente trovo la questione posta in maniera piuttosto semplicistica. Prima di tutto perché nessuno vive più, e meno che mai vuole vivere, nei centri storici: questi sono assediati dai turisti, costosi, rumorosi, sporchi e di dimensioni fin troppo minuti. Quindi il discorso non è tra la città A-centro storico-archtettura di qualità, e la città B-periferia-edilizia diffusa. Tanto che si può dire che se Tarantino, tanto per ricalcare la metafora, decidesse di costruire una B-palazzina, credo che uscirebbe fuori un capolavoro. È una discriminante troppo forte per essere presa in considerazione, e, nonostante ho letto con molta attenzione tutto il tuo post, non posso considerare che l’idea di Salvatore invalida le tue considerazioni alla base… Non credi!?🙂

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    1. Ciao.
      Io vivo in centro storico a Bologna!🙂
      Le mie considerazioni sono incentrate sul valore architettonico del processo edilizio (intendendo per architettonico tutto ciò che concerne la conformazione e posizione di un edificio); Salvatore ha voluto ampliare il discorso anche al carattere urbanistico. Io credo che l’intento di Salvatore fosse quello di definire due campi che sono “semplicistici” nella loro generalità, ma purtroppo sono profondamente radicati nella cultura dell’uso del suolo italico: conoscendo il lavoro di molti tecnici comunali appare più che evidente una “grossolana” distinzione del territorio (esasperata dal PRG, anzi dal PSC) fra aree “privilegiate” (e quindi di serie A) ed aree “lasciate a se stesse” (e quindi di serie B).
      Intendiamoci: questo non vuol dire necessariamente che le aree di serie A siano meglio di quelle di serie B; anzi spesso sono entrambe pessime: le prime per la pacchianeria dimostrata nel voler oltremodo “addobbare” aree considerate di pregio, le seconde per l’estrema noncuranza con cui vengono edificate; le prime sono sottoposte al controllo diretto di qualsiasi Ente, le seconde sono lasciate alle scelte dei progettisti.
      Quindi non penso neppure che le aree di serie A possano considerarsi solo quelle dei centri storici: come affermi nel tuo commento successivo, Roma dimostra che ci sono anche aree periferiche privilegiate e altre completamente disastrate.
      Ma è la sola posizione geografica a fare da discriminante? E’ il fato a determinare la fortuna di un insediamento? Sono gli abitanti?
      Io credo invece che un confine di qualità possa essere tracciato in qualche modo e deve andare oltre all’equazione: zone di serie A = zone di alta qualità. Il confine di qualità va tracciato in base alla qualità della vita e questa qualità non si valuta in base all’età media della popolazione!
      Qualità della vita significa prossimità dei servizi, basso inquinamento di ogni tipo, minimo tragitto possibile e tempo impiegato per gli spostamenti casa-lavoro, zone di verde disponibili, ecc…
      La pianificazione dovrebbe tenere conto di questi aspetti e non fermarsi -come invece purtroppo accade- a dire: qui ci vanno le fabbriche, qui le case, qui ci investiamo più soldi, qui invece tiriamo al risparmio.

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  3. Vorrei spiegare meglio il mio commento precedente: io non sono assolutamente convinto che sia possibile puntare il dito o tracciare un confine così netto tra la qualità e la sua assenza, tanto più se si sta parlando di un contesto vischioso come quello italiano, in cui il problema non è una nomenclatura alfabetica, quanto piuttosto l’infiltrazione di interessi su più livelli in determinate situazioni. Un piano di sviluppo urbanistico può veramente poco se gli appalti sono unidirezionalmente affidati a determinati enti poco trasparenti, così come un cattivo piano non può essere salvato da interventi intelligenti. Ma ovviamente non si può dire che un piano è cattivo o buono, un’edificio intelligente o autistico, quando si può dire fin dove gli interessi delle lobby influenzano le scelte civili. Esempio pratico, la città che frequento di più: Roma. Nel suo centro storico sono veramente in pochi a viverci costantemente. Per lo più attività amministrative, commerciali, culturali, e le pochissime abitazioni sono case di persone incredibilmente agiate. La periferia romana ha una così alta sfumatura di qualità che si passa da Garbatella che è un piccolo paradiso, seppur lontano, ai Talenti, che è un posto dimenticato anche da chi ci vive. Quale è A-architettura? Quale B? Entrambi sono interventi di una certa modernità, entrambi hanno pregi e difetti. Uno è stato gestito bene ed ha un ottimo equilibro tra abitato ed attività, il che fa si che la gente viva il suo quartiere, l’altro invece non presenta luoghi di raccolta e di incontro, e nonostante le emergenze che eppure ci sono, è un posto in cui solo chi è costretto ci si ritrova a vivere.

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    1. Quello che affermi è vero: un buon piano non può nulla se in gioco ci sono sempre interessi più alti.
      Ma il problema è che purtroppo non abbiamo neanche buoni piani…
      Ritornando al succo del post, credo che sia giunto il momento di interrogarci se non sia veramente giunto il momento di dire “basta” a certi atteggiamenti, a tutte quelle discrezionalità che i professionisti in primis si concedono. Quando la gente ride di Crozza che fa Massimiliano Fuffas, ride perchè identifica quella maschera con gli atteggiamenti propri dei professionisti (e magari fossero solo gli architetti acclamati, il problema è che anche il più sfigato dei geometri quando progetta una casa si sente Le Corbusier).
      A questo proposito, nel mio precedente commento all’inchiesta di Salvatore, ho scelto proprio Le Corbusier come architetto di riferimento, perchè è probabilmente uno dei massimi esponenti della pubblicistica di se stessi; ma al contempo Corbù era uno che “aveva il manico” (come si dice qua in Romagna) e quindi riusciva in qualche modo a trasformare architetture azzardate in esperimenti magnifici.
      Il problema è quando l’eccezione diviene regola e quindi l’architettura diviene sinonimo di esperimento continuo e logorante sulla pazienza di noi, poveri “utilizzatori finali” che, come dice Diana, dobbiamo continuare a raccogliere l’acqua che esce dal lavandino a vasca unica della cucina fichissima.
      Ciao

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  4. Ciao Emmanuele,
    ho letto il tuo commento qui o lì (poiché questo commento sarà ubiquo) ma che credo che ci sia un equivoco, poiché ho un sentire diverso nei confronti dell’architettura ‘NORMALE’auspicata da Matteo.
    Per capire il mio ragionamento ti riporto la seconda parte del commento stralciato da Matteo nel suo blog:
    «La B-rchitettura rappresenta ‘Caisotti + la sedicenne’ un modello culturale molto amato dagli italiani.
    Per fortuna che in questo marasma alcuni architetti pieni di EGO attraverso i soldi della borghesia di A e di B hanno inventato il ‘DESIGN’ e la ‘MODA’. Concetti profondamente italiani (il Rinascimento fiorentino nasce dal commercio dei tessuti). Non dimentichiamoci che la prima architettura ‘iconica’ (volgarmente chiamata da archistar) è stata ideata da due italiani hippy e scapestrati.
    Vedi, io non saprei dirti quale sia la città più viva adesso in Italia: la A-città a misura di turista e borghese vecchio o nuovo o la B-città sfrangiata e molteplice.
    So ciò che non mi convince: l’incapacità della politica e degli imprenditori a emanciparsi dal populismo macchiettistico dell’A e B -rchitettura».

    Credo che in questo passaggio sia chiaro che utilizzavo i due luoghi comuni della retorica ‘architettonica/politica ‘centro storico’ e ‘periferia’ per smantellare le loro basi concettuali.

    Sull’architettura ‘normale’ avevo anche chiarito il mio punto di vista a Francesco (spirito libero):
    «Francesco (spirito libero),
    in questo post —> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2010/03/0007-blog-reader-ci-sono-tante-forze.html
    concludevo con questa frase: «Chiedo in ‘sostanza’ un’edilizia normale».
    Ovvio la normalità che chiedo, è di tipo culturale.
    Mi spiego meglio, occorre cominciare ad affrontare il vero problema dell’edilizia italiana basata su un luogo comune ‘l’investimento sicuro nel mattone’ shakerato con l’idea di modernità fondata sul cemento che senza soluzione di continuità dopo cinquant’anni ci ritroviamo identica ancora oggi.
    Un inghippo che vede 400 mila tecnici tra geometri-ingegneri e architetti relazionarsi con gli imprenditori.
    Imprenditori che influenzano – e non di poco – la scelta architettonica-tecnica dell’opera da realizzare».
    Continua qui —> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2010/04/0074-oltre-il-senso-del-luogo-il-codice.html

    Anche qui ponevo l’accento sul sistema ‘culturale’ del fare edilizia, senza mettere ‘etichette’ di qualità a A e B poiché facce della stessa medaglia.
    Tu dici: «Quale è A-architettura? Quale B? Entrambi sono interventi di una certa modernità, entrambi hanno pregi e difetti».
    Mi trovi d’accordo occorre saper leggere quella ‘certa modernità’ spesso, come più volte si è detto, condivisa e pagata da ventennali mutui.
    Per questo motivo non mi convince l’idea di Matteo, poiché l’Italia da tempo ha i suoi anticorpi potenti contro l’avanguardia o la modernità ‘matura’ di qualità.
    La storia del moderno italiano non si accorda con la storia del moderno ‘europeo’.
    Una peculiarità che come dici tu ‘ha dei pregi e dei difetti’, il rammarico resta per una certa avanguardia italiana illuminata e potente nelle idee totalmente azzerata dalla retorica spesso accademica ‘dell’identità italiana’.
    Un’accademia forte contro le idee ma debole, direi inesistente (forse convivente), politicamente.
    Matteo coglie due aspetti dell’identità italiana (non macchiettistica verace):
    1) ciò che io chiamo l’uomo Dio: « il problema è che anche il più sfigato dei geometri quando progetta una casa si sente Le Corbusier»;
    2) l’idea nell’immaginario italiano dell’architetto ‘artista’ e non tecnico (Fuffas).

    Io non credo che l’idea di un’architettura ‘normale’ formalmente ci possa aiutare. Poiché nei cantieri che frequento, vi è una sola parola condivisa da tutti, ‘facciamo una cosa semplice’ per dopo ritrovarti a fare degli interni con le solite richieste ‘voglio un arredo particolare’.
    Ovvero la doppia faccia dell’edilizia italiana speculativa (esterni) e innovativa (interni).
    Ciò spiega la discrepanza tra le posticce società edili (avete visto la sede di Anemone) e l’indotto creativo del design.
    Un paradosso, un ossimoro tutto italiano.
    Emmanuelle
    io sto con le sane avanguardie, poiché la normalità è intollerante (non intollerabile).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Non mi vogliate fraintendere: la mia ediliza normale si riferiva alle “normali” emergenze architettoniche e anch’io chiedo una normalità “culturale”, ma diversa da quella di Salvatore.
      Io credo che entrambi vi soffermiate su quello-che-dovrebbe-essere un architetto o comunque un tecnico del settore edile senza fare i conti su ciò che realmente è l’architettura in Italia.
      Mi spiego:se il patrimonio edilizo è fatto in gran parte da “palazzine suburbane” progettate da tecnici mediocri (su, dai, guardiamo in faccia alla realtà)
      Credo quindi che occorra insistere su questa categoria (certo, poi sono d’accordo che l’Architettura fatta con la A maiuscola si possa anche permettere spazi e edifici del tutto particolari e unici): l’ “architettura moderna” in questo senso ha saputo fornire una quantità enorme di “strumenti pratici” per l’ediliza comune. Vorrei ricordare come l’edilizia “tradizionale” avesse bisogno di tantissimi accorgimenti tecnici e una perizia non comune fra i manovali. Ma queste sono cose già assodate e possiamo dire che il celebre “manuale dell’architetto” abbia rappresentato una “summa” delle esperienze così maturate.
      Il problema è che oggi “il manuale dell’architetto” non basta più.
      Non ha senso parlare di “estetica”, quando manca non solo la “pratica”, ma gran parte della “sostanza” architettonica: quindi mi spiace se il mio discorso è sembrato volto al fatto estetico. Niente di più sbagliato.
      Quello che chiedo è di fornire a questi “ignoranti” delle costruzioni (perchè, come ricorda Salvatore, il settore edilizio è quello con la più bassa scolarità) cosa significa “costruire per le persone”.
      Non mi riferisco solamente agli “acrocchi” più o meno inutili che addobbano le anonime palazzine delle periferie, ma a qualcosa di più serio: ho visto camere di 8,12 mq, spacciate poi per 9 mq per stare dentro al RUE, ma fatte a trapezio, con due angoli acuti (!) all’interno. Il problema non sta però nel togliere qualsiasi possibilità di esercitare la professione a queste persone.
      Io credo che serva un nuovo “manuale dell’architetto”, che non solo spieghi il come e il perchè, dalla maniglia della porta alle tecniche di fondazione, ma anche che individui le buone pratiche per fornire la possibilità a chi vive dentro queste palazzine di avere una vita perlomeno “normale”.
      Non sto campando idee azzardate: altri paesi già pubblicano da tempo questo genere di manuali (si va dalla Gran Bretagna alla Cina). Non bisogna lasciare la facoltà di pensare a certa gente, perchè incapace di esercitare una minima facoltà discrezionale delle proprie scelte; o, quando pensa, lo fa solo in termini di guadagno immediato.
      Lo stesso regolamento edilizio, anzichè base normativa, è diventato più una corsa a vari “aggiramenti” e “stiracchiamenti” da parte degli innumerevoli costruttori: le metrature non sono considerate più come “base” da cui partire, ma come punto estremo di arrivo.
      Tutte le correnti architettoniche che si sono succedute all’international style noon hanno saputo fornire questi strumenti di base e hanno creato piuttosto deformazioni terribili nel tessuto urbano delle città.
      Se veramente deve esserci una riforma dell’architettura, credo che questa debba venire fatta partendo dal basso; basta sterili proposte più o meno “intellettualoidi” o provocazioni lanciate da architetti che smaniano solamente per farsi pubblicità.

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