Wittgenstein: architettura e giochi linguistici

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il 29 aprile di 58 anni fa moriva di cancro Ludwig Wittgenstein, considerato da molti il più rappresentativo filosofo del Novecento: la misura dell’influenza del suo pensiero trova riscontro nella marea di inediti, memorie, biografie, commenti, foto, romanzi, citazioni che lo riguardano.
wittgensteinAd aumentare non poco la sua popolarità contribuisce la storia personale: nato in una delle più ricche e singolari famiglie viennesi, frequenta una scuola tecnica a Linz (in cui ebbe come compagno di classe un certo Adolf Hitler) e quindi, dopo essersi laureato in ingegneria meccanica comincia un dottorato a Manchester. Consigliato da Frege in persona, decide di spostarsi a Cambridge per frequentare le lezioni di Bertrand Russel pensando bene di farlo recandosi senza invito al suo cospetto.
Pur essendo considerato dallo stesso Russel un autentico genio e suo successore nella ricerca dei fondamenti della matematica, Wittgenstein sceglie di abbandonare Cambridge e ritirarsi nella solitudine del remoto villaggio di Skjolden in Norvegia. Qui getta le basi del Tractatus logico-philosophicus[1], che porta a termine nel 1918, dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come volontario.

Il Tractatus logico-philosophicus

Il Tractatus si basa sull’assunto che il mondo, il pensiero e il linguaggio presentino la medesima struttura: per sapere come è fatto il mondo, basta quindi sapere come è fatto il linguaggio.
Come il suo maestro, Wittgenstein ritiene che il linguaggio possa essere ridotto alla sola logica ma, a differenza di Russel, che aveva condotto un’analisi sintattica (basata cioè sul concetto di dimostrazione), egli conduce un’analisi semantica (basata cioè sul concetto di verità). Nel 1921 il matematico Emil Post dimostrerà che questi due approcci, in apparenza contrapposti, sono invece complementari.
Col Tractatus Wittgenstein dichiara di aver risolto tutti i problemi della logica, ma oggi il libro viene ricordato soprattutto per l’ultima delle sue sette frasi: su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
Indagate la natura e le condizioni del linguaggio, il nostro dimostra che l’unico uso sensato delle nostre proposizioni è quello descrittivo: gli enunciati della lingua sono raffigurazioni di fatti e finché si userà il linguaggio per comunicare contenuti rappresentativi sarà possibile esprimersi in modo corretto. L’ambito di quel che “si può dir chiaro”, dunque, corrisponde senza riserve all’ambito della descrizione di fatti: ne consegue che solo le proposizioni della scienza naturale rientrano a pieno diritto nella sfera delle proposizioni dotate di senso; la filosofia invece si occupa di problemi che non possono essere formulati in proposizioni sensate, poiché tendono a proiettare il soggetto conoscitivo oltre la sfera dei fatti. Così, quando la metafisica si interroga sui fondamenti del mondo fenomenico chiamando in causa concetti quali Essere, Anima, Essenza, assistiamo alla pretesa di usare il linguaggio in senso non naturale (cioé non descrittivo) con l’unica conseguenza di creare fraintendimenti e nonsensi; e lo stesso accade quando in campo morale si pretende di indagare questioni come il Valore o il significato dell’esistenza.
L’etica, l’arte, la religione sono di importanza fondamentale nella vita di ogni uomo, ma i nostri sforzi di dire ciò che esse intendono sono privi di senso: “Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico”, dove il mostrare esclude il dire, e l’ineffabilità consiste proprio nel non potere parlare e nel dovere quindi tacere.

Va sottolineato che gli esiti mistici del Tractatus, più che un elemento di rottura con i temi finora considerati, possono essere considerati come un naturale sviluppo e complemento delle concezioni logiche di Wittgenstein. Ciò che caratterizza ogni forma di misticismo è l’idea che l’ambito delle verità supreme, pur manifestandosi in vari modi al soggetto, non possa essere espresso per mezzo del normale linguaggio significante.
La struttura logica del linguaggio e del mondo che è l’oggetto proprio della filosofia, può essere solo mostrata e non detta.

Il Tractatus logico-philosophicus ha avuto incontestabilmente un’enorme influenza sul Circolo di Vienna, così come in seguito sulla filosofia analitica di oltreoceano, ma si potrebbe dire che ciò è avvenuto al prezzo di un fondamentale equivoco: il Circolo di Vienna ha ritenuto che la distinzione delineata fra l’universo del dicibile e quello dell’indicibile fosse in fondo un aspetto secondario, mentre per Wittgenstein rappresentava una distinzione cruciale.
Il Tractatus è stato interpretato da questi pensatori in veste unicamente positivistica: se si afferma che la sola cosa che conti realmente sia la sfera del dicibile (un ambito esclusivo della scienza quindi) e si ignora quanto Wittgenstein ha dichiarato o suggerito a proposito di un supposto universo di ciò che può essere solo mostrato in opposizione a ciò che può essere detto, ci si può tranquillamente attenere alla sfera del fattuale così come può essere descritta e spiegata dalla scienza.
I membri del Circolo di Vienna hanno pertanto creduto che Wittgenstein, al pari di loro, accordasse alla scienza un’importanza centrale: essi in fondo cercarono di trasformare la stessa filosofia in qualcosa che assomigliasse il più possibile alla scienza, che di conseguenza era il loro paradigma e modello. Poi ci si è accorti che di fatto Wittgenstein non provava alcuna particolare deferenza per la scienza, come in seguito ha avuto modo di affermare nei testi inediti pubblicati dagli eredi.

Le Ricerche Filosofiche e i giochi linguistici

Dopo la composizione del Tractatus, certo di aver risolto nell’essenziale tutti i problemi legati al linguaggio, Wittgenstein nel 1919 decide di abbandonare la filosofia, lascia tutti i propri beni ai fratelli (pensando anche di prendere i voti), per un certo periodo fa il giardiniere e quindi si trasferisce sulle montagne austriache, dove per qualche anno fa il maestro elementare, senza però averne la pazienza.
Il 28 aprile 1926 si dimette quindi dall’insegnamento a causa di continui incidenti con gli alunni e i genitori, provocati dalla sua intransigenza; il 3 giugno dello stesso anno muore sua madre. Questi due avvenimenti provocano in Wittgenstein un forte stato di depressione, che alimenta l’ossessione per il suicidio che da sempre lo accompagna. E’ lo stesso Russel a descriverlo come “un artista, un intuitivo, un lunatico … ogni mattina comincia il proprio lavoro con fiducia e ogni sera lo conclude nella disperazione”.

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La sorella, Margaret Stonborough (raffigurata tra l’altro in un celebre quadro di Klimt nel 1905), preoccupata per le condizioni del fratello, decide di coinvolgerlo nella costruzione della sua nuova abitazione, di cui era stato incaricato Engelmann, discepolo di Loos.
Questa casa, di cui si parlerà più avanti, è entrata da tempo – nel bene e nel male – fra gli edifici simbolici dell’architettura del XX secolo.
Troppo spesso però nelle scuole di architettura (ma anche nei corsi di composizione ad ingegneria…) l’edificio è stato scambiato per l’ennesimo esempio di architettura razionalista ed inserito fra i tanti dell’epoca.
I fraintendimenti probabilmente derivano dal fatto che i docenti difficilmente si interessano di filosofia e scambiano un elemento fondante del percorso formativo di Wittgenstein per un esperimento formale rivoluzionario. Ad esempio in molti libri e siti si parla dell’edificio come appartenente alla poetica loosiana (forse migliore di quelli realizzati dallo stesso Loos) quando è palese l’estraneità del progetto a qualunque ricerca formale.
Allo stesso modo Paul Wijdenveld, nel libro “Ludwig Wittgenstein Architetto”[2] pubblicato da Electa, attribuisce l’edificio al gusto classico del filosofo, sostenendo che “la casa deve essere associata con le tendenze classiciste che ricorrono nella storia dell’ architettura. Comune a queste è la morigeratezza nell’articolazione e l’ornamento, guidata da una regola assoluta della bellezza, in cui è di fondamentale importanza il sistema delle proporzioni. Più avanti però è lo stesso Wijdenveld a riconoscere che non vi è applicazione di alcun sistema proporzionale preciso: le proporzioni che hanno voluto trovare gli esegeti hanno approssimazioni del 5 e più per cento; sono quindi troppo imprecise per essere state fatte proprie da un eterno insoddisfatto che non esitò, a costruzione quasi ultimata, a demolire il solaio del soggiorno per alzarlo di tre centimetri.
Come fa notare Persistenza Puglisi[3], “la tesi non convince inoltre perché Wittgenstein impiegò non poche delle sue energie per spezzare simmetrie ( per es. eliminando una delle due nicchie della stanza della libreria), infrangere allineamenti (per es. ponendo fuori asse la bucatura della porta d’ingresso rispetto alle finestre sovrastanti), differenziare e disarticolare le parti ( p. es. ideando finestre diverse per ogni facciata).
Per Wittgenstein, inoltre, ogni concezione classica é troppo intrisa di valori connotativi, di riferimenti metafisici. Wittgenstein, infatti, pur apprezzandolo per l’opera di riduzione da lui compiuta, critica Loos che di valori eterni riempie la propria architettura. E intuisce che dietro la semplicità e le nude proporzioni del moderno può nascondersi un delitto ancora più grave di quello individuato da Loos nell’ornamento. Queste case – diceva contrariato a proposito dell’esposizione del Wiener Werkbund del 1932 – ti guardano e ti dicono guarda come sono graziosa”
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contesto

Dirigendo i lavori, Wittgenstein si accorge che agli operai non si può parlare soltanto in maniera dichiarativa, ma bisogna dar loro ordini: un aspetto del linguaggio che non aveva minimamente considerato all’interno del Tractatus.
In un’altra occasione l’economista italiano Pietro Sraffa gli fa notare che i gestacci napoletani, pur essendo essi stessi linguaggio, non hanno nessuna connessione con la struttura del linguaggio e quindi del mondo.
Wittgenstein si convince quindi che non proprio tutto è stato risolto nel suo primo libro, e tornato al lavoro a Cambridge, comincia a scrivere le Ricerche filosofiche[4] (che usciranno postume) che si aprono con una tirata contro San Agostino, reo di aver proposto una teoria completamente sbagliata del linguaggio: la stessa del Tractatus.
In realtà, la molla che ha ridestato in Wittgenstein l’interesse assopitosti per la filosofia della matematica è stata probabilmente la conferenza di Brouwer sui fondamenti dell’aritmetica, udita a Vienna nel 1928, in cui dimostrava che la matematica non è un corpo di leggi eterne, ma un complesso di operazioni, fondate sull’intuizione originaria della serie numerica.
L’intrusione della logica nella matematica, perseguita da Frege e Russell, poteva creare l’illusione di un linguaggio ideale perfetto; ma la matematica é un insieme molteplice di tecniche, che esibiscono la struttura che é propria di un gioco: un calcolo infatti é un complesso di operazioni compiute in conformità a certe regole, le quali, come le regole di un gioco, prescrivono o proibiscono determinate mosse (pare che l’analogia al gioco venne in mente a Wittgenstein durante un’altra passeggiata, questa volta con il fisico Freeman Dyson, passando vicino a un campo da calcio dov’era in corso una partita).
A differenza di altri giochi, però, come per esempio gli scacchi, la matematica può entrare a far parte anche di altri giochi: essa serve anche a contare, a misurare, a fare inferenze e così via. Se cambiassero o scomparissero le regole degli scacchi, la nostra vita quotidiana non ne sarebbe gravemente modificata; ma se cambiassero le regole della matematica, sarebbe ancora possibile la maggior parte dei giochi della vita quotidiana e, in generale, comunicare? Si tratta allora di indagare su che cosa voglia dire in matematica seguire una regola per compiere inferenze e dimostrazioni, chiedendosi anche che cosa succederebbe se non si seguisse quella regola, per esempio se non si effettuassero le inferenze in quel determinato modo che di fatto é impiegato.
La prova o dimostrazione matematica é una successione finita di passi, che possono essere seguiti e, nella loro configurazione grafica, abbracciati con lo sguardo. Ma essa é anche riproducibile e, per questo aspetto, può essere considerata un modello, che costituisce la regola di un procedimento. In quanto modello, la regola non ha bisogno di essere giustificata, proprio come avviene nelle regole della grammatica: la regola (ad esempio, che l’articolo debba precedere il sostantivo) é applicata concretamente e nel suo uso consiste la sua stessa giustificazione.
Regole e modelli sono pertanto convenzioni e non devono essere intese come leggi logiche, inscritte in un mondo esterno ed immutabile, come pretendevano Frege e Russell e come Wittgenstein stesso aveva creduto nel Tractatus .
In primo luogo, le regole non prevedono tutti i casi possibili: per esempio, nel momento in cui tutti gli uomini avranno un’altezza media di 2,50 m, allora probabilmente andranno riscritte le regole del basket; l’impossibilità di costruire un sistema di regole completo (vedi il famoso teorema di Gödel) mostra che queste sono legate alle possibilità dei giocatori ed implica che è impossibile una descrizione esaustiva di ogni attività umana, compreso l’uso di qualsiasi linguaggio.
In secondo luogo, le regole sono sempre soggette ad interpretazioni e quindi mai del tutto coercitive.

Egli acquista sempre più consapevolezza dell’esistenza di una pluralità di giochi linguistici, i quali non sono dati una volta per tutte, ma nascono e scompaiono; nessuno di essi riveste una posizione di primato, e nessuno può essere composto da proposizioni che descrivono direttamente i dati dell’esperienza sensibile, come pretendevano i neopositivisti.
I molteplici giochi linguistici sono tutti detti giochi non perchè abbiano un’unica essenza comune, ma perchè tra essi intercorre una somiglianza di famiglia, analoga a quella che intercorre tra i vari membri di una famiglia, che sono tra loro simili per certi aspetti e non per altri. Wittgenstein rifiuta ogni forma di essenzialismo o platonismo che postuli l’esistenza di entità universali corrispondenti a quel che hanno in comune le entità chiamate con uno stesso termine generale. I legami che intercorrono tra i vari giochi linguistici non rinviano dunque ad un’essenza unica del linguaggio.
Il sintagma gioco linguistico, oltre a stabilire un’analogia tra alcune caratteristiche strutturali della maggior parte dei giochi e alcune caratteristiche strutturali della maggior parte dei discorsi, è destinato secondo Wittgenstein a mettere in evidenza il fatto che parlare un linguaggio fa parte di un’attività, di una forma di vita.
La pluralità dei giochi linguistici, che sono intrecci di parole e azioni, é dunque strettamente correlata ai fini a cui serve ciascuno di essi. Wittgenstein può così formulare la celeberrima tesi che il significato di una parola o di un’espressione é nell’ uso che si fa di essa.
Pertanto il modo migliore per comprendere il significato di una parola, non è cercarne la definizione, ma indagare sul modo in cui viene usata, sul ruolo che essa ha nella vita delle persone.
Gli uomini apprendono il linguaggio non tramite spiegazioni, ma addestrandosi al suo uso nella vita. Dato che, come ha messo in evidenza nel caso della matematica, non esistono regole eterne e definitive, sono gli usi impiegati da una comunità entro una certa forma di vita a determinare in che cosa consista il seguire le regole proprie dei singoli giochi linguistici. In questo senso, ogni regola é costitutivamente pubblica e non ha senso alcuno dire che é possibile seguire una regola in via esclusivamente privata: infatti, asserisce Wittgenstein, credere di seguire una regola é diverso dal seguire una regola, che non é un’attività meramente soggettiva, arbitraria e inaccessibile ad altre persone. Ogni linguaggio impiega nomi ed espressioni sempre in accordo a regole implicite o esplicite, riconosciute di fatto da una comunità, cosicché non é concepibile l’idea di un linguaggio privato. Capire un’espressione linguistica é una questione di uso e di abitudine, non é un processo mentale privato.

Crollato il mito dell’unità del linguaggio e del privilegio delle proposizioni suscettibili di essere vere o false, la filosofia non può più avere la funzione di correggere le ambiguità del linguaggio comune, riportandolo ad u ordine superiore di concetti. Compito della filosofia é allora la descrizione degli usi effettivi del linguaggio nella vita di ogni giorno , non la modificazione di essi, per esempio tramite la costruzione di linguaggi ideali puramente formali: ogni proposizione del nostro linguaggio é in ordine così come é.
I giochi linguistici però non sono solo oggetto di analisi, ma possono anche essere mezzi di analisi: infatti si possono immaginare situazioni linguistiche artificiali e per questa via mettere in evidenza aspetti inavvertiti del linguaggio o biasimare determinate teorie linguistiche.
In questo senso, Wittgenstein ritiene che l’attività filosofica possa assolvere ad una funzione di terapia linguistica , ma esercitata nei confronti del linguaggio della stessa tradizione filosofica, non del linguaggio ordinario, che non soffre di malattie. E’ nella metafisica che il linguaggio é malato e gira a vuoto: i problemi filosofici sono illusioni che nascono fraintendimenti compiuti nei confronti degli usi linguistici comuni.

La casa per la sorella

Fatta questa (lunga) premessa si può ben capire come la realizzazione della casa della sorella si pone in un momento cruciale nell’evoluzione del pensiero di Wittgenstein, quando la spinta del Tractuatus è ormai esaurita e stavano emergendo le prime riflessioni delle Ricerche.
Dalla ricostruzione fatta da Wijdenveld, emerge che il nostro ha modificato pochissimo il primitivo progetto di Engelmann; eppure la sorella afferma che la casa è tutta opera di Wittgenstein, che addirittura ne calcola la struttura. Rispetto al progetto originale di Engelmann, si nota che l’impianto volumetrico rimane pressappoco inalterato, tranne che per il piccolo corpo aggiunto all’ingresso; i prospetti e gli ambienti interni sono anch’essi pressoché identici.

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Eppure ad ogni particolare, anche il più banale, Wittgenstein dedica enormi attenzioni, tanto da ammettere che pure il mezzo millimetro risulta fondamentale; l’altezza delle ringhiere viene decisa tramite la pazienza di un operaio costretto a tenerle per ore nella posizione prevista per verificare che sia effettivamente quella giusta. Gli infissi sono di una sezione talmente sottile che solo una ditta, tra le tante consultate, è stata capace di realizzarli. Il perfezionismo di Ludwig è esasperante; e la sorella Margaret ammette scherzosamente, a costruzione ultimata, che nella realizzazione della casa tutto è stato importante fuorché il tempo e il denaro.
Il progetto definitivo, approvato il 13 novembre, 1926, è firmato e timbrato “Paul Engelmann e Ludwig Wittgenstein, Architetti”, e la busta, di poco successiva, contenente una richiesta di permesso di demolire in parte il vecchio edificio, è firmata da Wittgenstein solo che ancora si definisce “architetto”. L’enfasi posta sul suo status di libero professionista può essere un segno della determinazione con cui egli risponde a questa nuova sfida (un fervore che d’altronde ha accompagnato sempre tutte le sue azioni), in un periodo di estrema fragilità psicologica (e probabilmente di relativa perdita di identità).pianta

Il fatto che, pur differendo di poco il progetto da quello iniziale, l’edificio ha richiesto così tante energie, è una dimostrazione del fatto che questo non è tanto l’espressione di un’esigenza prettamente architettonica, ma uno strumento per la verifica e lo sviluppo delle proprie idee filosofiche.
Come un filosofo, anche l’architetto nelle sue realizzazioni (quando queste sono autentiche e non mere riproduzioni di stereotipi o di idee altrui) produce un costante lavoro su sé stesso: sotto questa luce deve essere visto il lavoro sulla casa della sorella, senza soffermarsi troppo sulle questioni inerenti l’originalità o meno del progetto o la sua pedanteria; la continua lotta per una chiara differenziazione tra ciò che può essere detto e ciò che invece non può essere detto, ma unicamente rendersi manifesto, trova nell’architettura un campo fertile per la propria espressione.
Da qui l’enorme sforzo fatto per raggiungere il massimo grado di riduzione, il necessario distacco che può offrire una visione “mistica”; da qui l’avversione verso lo spazio tradizionale, carico di valori tattili, espressivi, simbolici e la predilezione per uno spazio neutro, trasparente, cioè tale da non interferire con i singoli oggetti che lo strutturano e con le persone che lo abitano: “il mio ideale é una certa freddezza. Un tempio che ospiti le passioni, senza che interferisca con queste”.
Come afferma Amendolagine, in “OIKOS da Loos a Wittgenstein”[5], “la concretizzazione nella realtà del progetto è un ottimo banco di prova per verificare quello che Wittgenstein aveva espresso circa i problemi dei fondamenti della matematica: la realizzazione della casa può favorire un aggancio diretto della matematica col mondo. […]
Il progetto è una macchina logica […] ma la sua concretizzazione […] sfugge alle leggi causali come una macchina fisica, meccanica, di cui è impossibile controllare il funzionamento oltre un certo limite”
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E’ lo stesso Wittgenstein che nelle sue Osservazioni sui fondamenti della matematica scrive: “Per il fatto che conosciamo la macchina e ci sembra che tutto il resto – cioè i movimenti che essa farà – sia già perfettamente determinato […] dimentichiamo dunque la possibilità che si pieghino, si rompano, fondano e così via?”.
Le forme geometriche dell’edificio sono nette e le disposizioni degli ambienti interni seguono una logica booleana nella scelta dei percorsi.
Per Wittgenstein la casa è una macchina: ma è una macchina logica, dettata da domande e risposte contingenti: dato il gioco e le regole, basta seguire queste fino alla conclusione dello stesso; il contrario della macchina di Le Corbusier (che è una macchina intesa come modello estetico di funzionalità).
L’intero edificio è un esercizio di chiarezza: dall’esterno l’intera struttura sembra composta da una serie di blocchi cubici bianchi. All’interno il riscaldamento a pavimento (invisibile) è completato da un sistema di riscaldamento ad aria, nascosto dietro semplici griglie: non vi è alcun elemento che disturba la planarità di queste camere; solo le finestre, i radiatori presenti in alcune camere e le maniglie delle porte sembrano disturbare la quiete di questo spazio. Non è quindi sorprendente che Wittgenstein abbia dedicato particolare attenzione a questi dettagli apparentemente insignificanti.

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Essi non sono caratterizzati dal riduzionismo formale del moderno, funzionalista: non è un caso che le maniglie delle porte al piano terra sono diverse da quelle al primo piano. Allo stesso modo, l’elaborata geometria angolare di un radiatore si può veramente sentire solo quando viene percepita come una componente della camera per la quale è stata progettata; lo stesso si può dire circa le insolite dimensioni delle porte e delle finestre.
La semplicità del design dell’edificio non è il risultato di un calcolo analitico, ma si pone semplicemente come contrapposizione simbolica allo spazio circostante. Wittgenstein si rende conto che in architettura è pressoché impossibile definire un linguaggio ideale, che definisca i limiti di ciò che può essere detto (come per la matematica all’interno del Tractatus): ogni vocabolario architettonico è inerente alla situazione contingente in cui si sta operando (è quindi anch’esso uno dei tanti giochi linguistici).
Il silenzio architettonico non è quindi una contrapposizione assoluta al dire, non è la fine della parola, ma è connaturato all’interno dello stesso linguaggio architettonico: un “nulla pieno di significati” simile al mu del pensiero Zen. Costruire è un lavoro che si attua in un determinato tempo ed in un determinato luogo: la casa non può essere scissa dall’ambiente circostante, la facciata non può essere separata dall’abitazione, così la porta dalla facciata e dalla sala all’interno e la maniglia alla porta; tutto è collegato e tutto deve risuonare allo stesso modo.

porta-ingresso
A questo proposito, Cacciari in “OIKOS da Loos a Wittgenstein”[5] afferma che “il silenzio della casa, la sua impenetrabilità e anti-espressività, si sostanzia nell’ineffabile dello spazio circostante. Così è nel classico: l’architettura classica è simbolo (nel senso etimologico) dell’in-finito (a-peiron) che l’avvolge […] L’assolutezza astratta del suo ordine esalta il limite del linguaggio architettonico, il suo non-potere esprimere l’infinito circostante.”
Non è quindi possibile liquidare la realizzazione della casa unicamente come reificazione di quanto esposto nel Tractatus né pensare alla stessa come esperimento formale fine a se stesso.
Ancora Amendolagine giustamente afferma che: “Il problema della progettazione come gioco compositivo, come linguaggio, non è sfuggito a Wittgenstein nella sua portata di momento critico di una concezione univoca del linguaggio. Usando gli innumerevoli linguaggi che si sviluppano su piani diversi, l’equivocità e la polivalenza dei segni edilizi della progettazione, Wittgenstein verifica, da una parte, come tutto non può essere detto e come, a volte, non si tace anche se non si vuol parlare, pur controllando ogni rapporto, ogni particolare”[5].
Il linguaggio della casa può essere quindi visto come uno dei tanti giochi linguistici su cui Wittgenstein teorizzerà il dubbio metodico.
Ogni elemento costituivo del linguaggio architettonico non può essere fondato su nessun a-priori: un pilastro è tale perché consolidatosi in un suo uso plasmato dalla consuetudine, dall’esperienza ed anche dalla scienza progettuale e dall’estetica.

sala
Non è elemento primario, ma derivato in qualche maniera dal suo stesso uso. Dallo “scopo” si passa al valore di “uso” e al valore strumentale dei sintagmi: si scopre e si analizza la non-unicità del linguaggio.
Per questi motivi l’edificio, così apparentemente vicino a Loos, ne è irrimediabilmente lontano: tutte le disquisizioni sull’ornamento sono, secondo Wittgenstein, problemi mal posti; la sua risposta ai quesiti estetici è “non so”, proprio perché non è quello che interessa nella costruzione della casa.
Ad esempio il tetto piano non è espressione estetica, ma possibilità offerta dai mezzi dell’epoca: è un problema ingegneristico congruo che permette una soluzione congrua (uso del sistema flessionale proprio del c.a. anziché la presso-flessione del tetto a puntoni in legno).
L’ornamento intriso di valori formali dileggiato da Loos è un gioco linguistico così come lo è la poetica loosiana intrisa di valori etici: paradossalmente il rifiuto di ogni stile da parte di Loos si è tramutato in nuovo stile.
Wittgenstein invece cerca di strappare alla casa ogni valore: il progetto è un teorema infinitamente ripetibile in quanto non soggetto al vissuto; la sua perfezione risiede nella serialità del teorema, indifferenza allo stile, al materiale, all’ornamento “è la perfezione tragica del suo limite”.
Leitner in uno studio del 1973 aveva brillantemente colto il carattere insieme mistico e anticlassico di una architettura così concepita: “alla fine l’edificio diventa spersonalizzato e anonimo, grande architettura. La chiarezza non è oscurata dalla funzione. L’austerità non si basa su unità modulari. La semplicità non risulta dalla mera rinuncia all’ornamento. Impossibile reperire dogmi o assunti formali o particolari da imitare. Vi si riscontra invece una filosofia. Questa “si limita a metterci tutto davanti, non spiega e non conclude nulla. Dal momento che tutto è posto in luce, non resta nulla da spiegare[6].
Il silenzio della casa sottende quindi al concetto di mistico come ciò che non può essere espresso nel linguaggio scientifico e fattuale.
Il lavoro di Wittgenstein si avvicina quindi più alle realizzazioni di Ando (i cui lavori presentano una concezione del silenzio ispirata dal concetto zen di vuoto) che alle realizzazioni di Loos (in cui il silenzio è rifiuto di ogni segno formale).

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La forma appare attraverso l’indicibile come un assunto trascendentale che non può essere mediato da un linguaggio.

Architettura come gioco linguistico

Le profonde trasformazioni seguite a quella che Lyotard ha chiamato la fine dei grandi racconti (le ideologie e i sistemi filosofici che hanno dominato gli ultimi secoli della nostra storia), avrebbero portato, sulla scia aperta di Wittgenstein ad una forte attenuazione della rigidità e della compartimentazione dei codici e delle regole di parola e azione proprie di ciascun ambito sociale.
Le filosofie moderne legittimano le affermazioni di verità non su basi logiche o empiriche, ma su basi accettate (o metanarrazioni) sulla conoscenza del mondo (giochi linguistici).
Queste metanarrazioni non lavorano più per legittimare le affermazioni di verità, ma piuttosto si celebra un mondo di relazioni sempre in mutazione.
La possibilità di transitare da un codice all’altro apre delle fratture, crea delle discontinuità che rendono l’individuo maggiormente libero nel fare esperienza di sé nello scorrere delle vicende di un mondo sempre più elastico ed imprevedibile, aprendo nuove finestre di senso.
Non è solo l’individuo a muoversi con più facilità fra codici diversi ma sono gli stessi luoghi ad essere diventati più permeabili e a ospitare regimi discorsivi diversi.
Il linguaggio è dunque caratterizzato da una molteplicità di forme che non possono essere stabilite una volta per tutte, è un’attività dinamica che non può essere ricondotta ad un concetto comune.
Parlare un linguaggio è una pratica che si apprende, una forma di abilità; per acquisire tale pratica è assolutamente necessario applicare una parola più volte (chiunque sostiene di aver acquisito una certa perizia in un’unica occasione fa un’affermazione priva di senso); allo stesso modo per acquisire abilità nel linguaggio architettonico occorre “farlo” ed “usarlo”.
Occorre pertanto riconoscere l’ eteromorfia dei giochi linguistici,  rinunciando alla volontà della ragione che si sforza di uniformarli sotto un’unica struttura: da questo punto di vista lo strutturalismo si mostra nella sua inconsistenza, poiché non possono esistere principi generali sottesi a tutta la produzione architettonica; ne è possibile derivare questi dalla stessa struttura architettonica (a questo proposito si veda ad esempio “La struttura assente” di Eco).
A livello sintattico, è possibile definire quindi il codice degli elementi costruttivi come costituito da forme definite, di volta in volta, dal loro uso (inteso non unicamente in veste funzionale, ma anche uso come qualità formale e spaziale) nei vari periodi e movimenti storici: ad esempio la continua rielaborazione della colonna è un esempio di come i diversi codici varino continuamente e possano sovrapporsi fra loro.
Ad un livello più ampio, che potremmo definire semantico (inteso come rapporto fra determinate forme architettoniche e significati consolidati nel tempo connessi a queste), è possibile invece notare come non esista un codice definitivo, poiché questa viene continuamente ed incessantemente ampliato e rinnovato.

Se ci si fermasse a questo punto, il pensiero di Wittgenstein potrebbe venire inglobato (e così spesso si è fatto) nell’eterna polemica fra bianchi e grigi (che, ricordo, non sono gli alieni di Deus Ex).
Wittgenstein invece rimarca più volte (abbiamo visto anche col progetto per la casa della sorella) come esista un oltre, che può essere mostrato, intravisto, ma che non è assolutamente interno al linguaggio stesso.
Come Shopenhauer nella chiusa del “Mondo come volontà e rappresentazione” apre le porte (attraverso la pratica ascetica della noluntas) verso quello che alle persone normali appare come il nulla, ma in verità è il tutto, Wittgenstein si apre alla possibilità metafisica purgata dalle malattie del linguaggio.
Anche l’architettura, liberata dalle pastoie delle problematiche linguistiche e strutturali, potrebbe aspirare a qualcosa di ulteriore.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni


Riferimenti:

[1] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Torino : Einaudi
[2] P. Wijdeveld, Wittgenstein architetto, Milano : Electa
[3] L. Persistenza Puglisi sul libro di Wijdeveld
[4] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino : Einaudi
L. Wittgenstein, Osservazioni filosofiche, Torino : Einaudi
L. Wittgenstein, Libro blu e libro marrone, Torino : Einaudi
[5] F. Amendolagine e M. Cacciari, Oikos: da Loos a Wittgenstein, Roma : Officina
[6] B. Leitner, The Wittgenstein house, Princeton Architectural Press
U. Eco, La struttura assente, Milano : Bompiani

20 comments

  1. è un post molto ricco, e della faccenda non sapevo nulla,sopratutto perchè le vicende progettuali di quel periodo non le seguo con un vivo interesse però è comunque importante estrapolare la figura di Wittgenstein e non associarla per esemplificazione critico-storica ad Adolf Loos…Ad ognuno è giusto riconoscere i propri meriti !!
    ciao Matteo

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  2. Si, in effetti è quasi un piccolo saggio su Wittgenstein.
    Magari lo inserirò nel mio prossimo libro😉
    E’ da molto che riflettevo sull’importanza che ha avuto il pensiero di questo filosofo in architettura (più per gli scritti che per l’esempio pratico sopra, si pensi ad esempio a Lyotard ma anche allo stesso Derrida): la prima cosa che mi ha sempre colpito è la riflessione sui “giochi linguistici” e la sua calzante applicazione in ambito matematico (vedi il crollo del programma formalistico di Hilbert grazie a Godel che, tra l’altro, aveva idee diametralmente opposte a Wittgenstein) e perchè no, anche in architettura; la seconda è dovuta al fatto che nessuno (o quasi) riflette sull’introduzione del concetto di “mistico” già nel Tractatus (che in realtà doveva essere un’opera strettamente “logica” ma, si sa, la guerra cambia tutto…)
    Ciao

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  3. Ci ho messo un pò a leggerlo, ma alla fine sono quì.🙂
    È facile capire perché il progetto di Wittgenstein sia spesso associato alla condotta Loosiana: dopotutto, attestandoci ad un livello di critica forte (ossia, parlando un linguaggio forte basato sulle impressioni formali) è evidente che c’è una eredità offerta al filosofo, che trapassa certamente via Engelmann, ma anche attraverso la sorella, la quale ha dichiarato di avere simpatie per Loos. Ovviamente, una critica debole, riferendosi al pensiero debole di Vattimo, e quindi per andare più terra terra, sui cultural studies, vede chiaramente la distanza critica tra i due personaggi. Hai argomentato bene il perché, quindi: perchè continuare con questo commento?🙂
    Bellissimo post! ciao!

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    1. Ah ah!🙂
      A quanto pare sì: bisogna anche pensare che a quel tempo le case generalmente non erano il massimo del comfort e quindi una casa progettata bene (nei particolari, intendo, è cioè infissi, attacchi, ecc..) era comunque una bella comodità.
      Credo che se uno ha un pò di fantasia e, come dice la pubblicità, usa i tessili IKEA🙂 può dargli quel tocco di colore che serve😉
      Ciao

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      1. qui il problema è dargli un tocco di calore, più che di colore. In effetti, però, raramente rigore e calore si sposano, mi sa.
        Complimenti per il saggio e tutto il resto.
        d

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        1. Grazie mille.
          A parte gli scherzi, quello che dici è vero: il problema fondamentale dell’architettura rimane a mio parere quello di non soddisfare mai appieno i bisogni di chi fruisce gli spazi costruiti.
          Che sia una casa di un architetto di voga, la palazzina appena costruita o la casa del ‘500 interamente da ristrutturare, qualsiasi abitazione necessita di incessanti lavori per poter essere resa abitabile (d’accordo che le necessità e i gusti cambiano, ma spesso e volentieri si va oltre l’invivibile).
          Come si spiega?

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          1. infatti. Come si spiega però non lo so. Non sono architetto né psicologa, però ho notato che spesso l’architetto famoso o comunque di successo, quello che emerge, o è una specie di ghiacciolo anaffettivo dall’espressione imperturbabile (es. Piano), o di ipergoico narcisista sbruffone (es. Fucsas), cioè tipi umani come tanti altri, ma che non associo al calore.
            E un’altra cosa che ho notato è che nelle case di architetti (ne ho due in famiglia!) tutto è scomodo e poco funzionale. Per esempio, non di rado vedi cucine stratosfericeh con lavandini a una sola vasca, o lavandini con quei rubinetti fichissimi che arrivano per estensione a due centimetri dal bordo, dove l’ascqua esce tutta fuori, e ti domandi perché? perché? perché?
            d

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            1. Beh, questi mi sembrano un pò dei luoghi comuni sull’architettura e gli architetti…probabilmente un professionista che non è in grado di progettare una cucina decente è definibile un cattivo architetto..poi che ne esistano è fuor di dubbio, per carità, ma voglio sperare che la categoria mediamente si mantenga su livelli almeno medi.
              Possiamo semmai dire che in questo momento le “tendenze”(o meglio le mode, purtroppo) vanno in un senso diverso da quello da te sperato, e che in parte vorrei anch’io.
              Speriamo in un cambio di rotta, intanto se ci riesci tieni lontani le mani dei tuoi parenti architetti da casa tua, sarebbe un disatro!Saluti

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