Il sonno della ragione genera mostri(?)

in una delle ultime scene di Akira, l’anime tratto dall’omonimo manga di Otomo, Tetsuo perde progressivamente il controllo dei suoi poteri ESP (apparentemente perchè ha smesso di assumere i farmaci che tenevano sotto controllo la sua enorme forza): questo comporta un aumento incontrollato della massa organica del suo braccio meccanico e sucessivamente dell’intero suo corpo.
E’ facile ritrovare in queste sequenze uno dei temi principali del movimento cyberpunk: il dolore della mutazione del corpo e la sua fusione con il metallo; a livello simbolico la perdita di controllo rappresenta una vera e propria “esplosione” dei propri impulsi irrazionali e reconditi, capaci di distruggere un’intera città ma anche di preparare il terreno ad una nuova rinascita.

Tetsuo perde il controllo del suo braccio L'Hotel Marqués De Riscal di F. O'Gehry

Tetsuo perde il controllo e l’Hotel Marqués De Riscal di F. O’Gehry

La composizione spazio-volumetrica informale dell’Hotel Marqués De Riscal di Gehry rappresenta anch’essa l’anarchico esplodere della soggettività individuale, l’estroflessione di sentimenti ingabbiati (dalla società? dal potere?) che si dimenano per uscire fuori dalla scatola materiale dell’architettura; i primi esperimenti di architettura “fluida”, condivisi anche da altri architetti, come Hadid o Fuksas, si sono trasformati in un’estetica del deforme e del frammento, organica e dis-organica allo stesso tempo.
Non credo si possa più parlare unicamente di liberazione da ogni ordine schematico; piuttosto di complessità ormai ingovernabile, fuori da ogni capacità di controllo da parte del progettista. Questa complessità va al di là della ricerca delle continuità interno-esterno (fil rouge di tutta l’architettura del XX secolo) ed esprime piuttosto uno stato d’animo condiviso della società.
Non penso neppure si possa parlare di trionfo del relativismo e della soggettività in quest’opera, pochè rimangono in essa residui oggettivi e particolari accuratamente scelti, a monte del solito coacervo di difetti, grandi o piccoli che siano.
In questo articolo vorrei quindi analizzare da punti di vista inediti (o quasi) l’ennesima crisi, ben rappresentata da quest’opera.

(Psico)analisi dell’architettura contemporanea

Ovviamente non voglio riferirmi al ricorso di Gehry alla psicoanalisi per curare i propri problemi, piuttosto vorrei proporre un taglio diverso per comprendere quello che sta succedendo.
Freud parlava della società come sostituto “pubblico” della funzione supereogica del padre: la società civile è basata sulla repressione della libido e la sublimazione delle pulsioni attraverso sistemi normativi stringenti.
Ovviamente in tempi di crisi come questi aumentano le svolte conservatrici e le costrizioni; il Barocco, l’Estetismo, l’ Art Nouveau ci hanno insegnato che l’uomo, sradicato dalla società in cui vive e dai valori che la reggono, può cerca di superare l’ empasse attraverso la fuga verso un mondo altamente estetizzante. I lavori come quelli di Gehry incontrano l’interesse del pubblico perchè l’ambiente antropico è oppressivo e non funzionante e, proprio per questo, necessita di sconvolgimenti più o meno drastici;  l’estetica assume un valore ontologico, ultimo baluardo del riscatto personale.

Secondo Jung, insistere sulla pura ragione che tende ad escludere quanto di irrazionalmente la vita contiene equivale a soffocare lo spirito e non permette all’anima di appalesarsi: saremo certamente in contatto con il mondo reale ma non riusciremo a sintonizzarci con l’immaginazione; rompere con la dimensione immaginale della nostra psiche equivale ad irrigidire il nostro spirito nell’angusta prigione del dottrinarismo.
Sempre secondo Jung reprimere il bello equivale a confinare l’uomo in una condizione mortifera, uccidere l’anima.

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Le vele di Scampia

La costruzione di Gehry è brutta tanto quanto le periferie di molte città, ispiratesi ad ideali del tutto differenti (ed è facile vedere che si tratta di una bruttezza diversa: la prima “voluta”, la seconda no).
La complessità formale e spaziale delle opere contemporanee trova così riscontro nella volontà di fuggire all’omologazione globale, alla “maschera” che costituisce l’esperienza dell’Io limitato, al contenimento fatale di tutte le pulsioni sotterranee; la complessità porta alla non-riproducibilità del proprio lavoro, all’unicità storica dell’opera.

Il paradosso dell’unicità di ogni opera ha poi portato ad un altra “omologazione” di ritorno: come in una discarica distinguiamo unicamente cumuli informi di macerie e non i singoli pezzi che li compongono, così la maggior parte degli edifici moderni forma un cumulo non ben definito all’interno delle città. Se da un lato permane la gioiosa carica liberatrice da ogni schematismo ordinatore, dall’altro la complessità incontrollabile porta necessariamente a continue contraddizioni ed all’omogeneità dell’incomprensibile.

Architettura e metamorfosi del corpo

Dalle immagini carnali di Bacon alle esperienze sensoriali di Acconci e della Body art degli anni sessanta, il corpo è stato un campo di indagine privilegiato nell’arte del XX e del XXI secolo. Allo stesso modo proliferano nuove architetture che sono esse stesse metafora del corpo, con le sue porosità, le sue cavità organiche, i suoi pseudopodi che si allungano verso la città.

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“Tre studi di figure alla base della Crocefissione” di Bacon e il Basque Health Department di Barreu

In questa nuova dimensione postorganica il corpo viene sottoposto ad una mutazione che ne investe la sacralità , fino a distruggere l’idea di pelle inviolabile, luogo di contatto e separazione tra sé e il mondo.
“La tela è il corpo, il proprio corpo colorato, sezionato, modificato da interventi chirurgici.” Ad esempio la performer Orlan “cambia faccia ripetutamente, cambiando così la sua riconoscibilità: il confine tra essere e dover essere si riduce al punto da lasciar tracimare ogni possibile identità; di volta in volta un nuovo volto, una nuova persona, nessuno.”[1] . Jane Sterbak esplora i limiti, le contraddizioni, le metamorfosi della vita e della cultura dell’uomo, attraverso il vestito, il corpo, i suoi ornamenti e le sue estensioni.

Come nell’arte il corpo progetta le sue estensioni spaziali, così l’architettura progetta il proprio divenire corporea; non solo: ogni nuova opera pare soffrire di questa genesi avventata ed illusoria.
Non solo si ricercano visceralità interne quasi fetali, ma le stesse membrane esterne condividono l’aspetto ameboide di un organismo in continua evoluzione.

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Il Beaubourg di Piano e Rogers ed il Palau Reina Sofia di Calatrava

D’altronde la stessa parola “ameba” in greco significa “trasformazione”. Dal cyberpunk del Beaubourg di Piano e Rogers al Palau Reina Sofia di Calatrava l’aspetto interessante di tanta architettura contemporanea è il voler farsi “corpo”.

Dove inizia (e finisce) l’architettura?

Da quanto detto, emerge che l’uomo contemporaneao trova riscontro ai suoi malesseri esistenziali e psicologici in un’architettura di crisi, complessa e irregolare, antinaturalista, amorfa, autorappresentativa: architetti come Gehry, Eisenman e Koolhaas, propongono un’architettura priva di spessore sociale e priva di aneliti funzionali, un’architettura aristocratica destinata a pochi eletti, un’architettura che cerca in ogni modo di sottrarsi (nel bene e nel male) ai canoni tradizionali della progettazione.
Il problema fondamentale è che, se da una parte il fruitore può sentire la vicinanza “esistenziale” a queste opere, dall’altra rimane destabilizzato dal ribaltamento delle regole utilizzative dell’architettura stessa, dalla volontà di fornire un’anelito unicamente teorico e non fruitivo alla formazione dell’opera stessa.
Fanno sorridere le affermazioni di certi architetti secondo cui la propria architettura non mira ad essere bella, ma solamente “funzionale” (c’è ancora qualcuno che crede ancora ad una architettura solamente “funzionale”?), quando palesemente i valori fondativi sono altri.
L’ Hotel Marqués De Riscal, secondo le parole dello stesso Gehry, ha come fine quello “di legare questa straordinaria costruzione al paesaggio e alla tradizione vinicola. E’ proprio in quest’ottica che si spiega infatti la scelta dei colori, soprattutto quella del rosato”. Se è una presa per il c***, in effetti risulta molto simpatica: fare una pensilina in bilico fra il mostruoso e l’osceno, con una struttura che pare abbastanza labile e parlare del viola scelto per consonanza al vino risulta al limite del parossistico.

L’architettura non può essere soltanto simbolo, ma deve essere abitata e fruita.

Progettata per rispondere alle esigenze delle nuove generazioni, l’architettura contemporanea (tranne pochi casi) si ritrova ad essere già vecchia, incapace di adattarsi all’ulteriore evolversi delle funzioni stesse; probabilmente perchè incentrare l’intero discorso architettonico unicamente su singoli episodi  d’effetto non consente ottenere grandi risultati. Su questo frangente appaiono molto più “innovativi” i palazzi cinquecenteschi trasformati nell’uso e nella forma interna.
Ma i committenti richiedono oggetti d’effetto alle archistars: in fondo il solito grattacielo non fa più notizia (a meno che non sia di forma strana o molto brutto) se non è “il più alto del mondo”; un ponte sul canale non produrrebbe attrazione mediatica se funzionasse come si deve e non facesse scivolare ignare signore. La troppo accentuata autoreferenzialità dell’architettura (e dell’arte in genere) non porterà a nulla di buono se non si ricomincerà a progettare “coi piedi per terra”.

Come afferma Fuksas: “Non esiste un’architettura bella, o una brutta, una commerciale piuttosto che d’autore. Esiste soltanto un’architettura in grado di dare delle risposte o di non darle“.
Francamente, ad oggi, di risposte questa architettura ne ha date poche.

Il sonno della ragione

Il titolo di questo (forse troppo lungo) articolo vuole fare riferimento non tanto alla “ragione” intesa come strumento di ragionamento oggettivo contrapposto al “sentimento”; piuttosto mira ad intendere che, senza una ricerca coordinata sui vari piani ogni frutto rimarrà sterile.
Come afferma lo stesso Goya: “La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri: assieme a lei è madre delle arti e origine di meraviglie.”

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S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

Riferimenti:

[1] Graziano Spinosi su Orlan

16 comments

  1. Sono qui passato da un tuo commento da Pagliardini (sono “biz”).

    Interessante come approccio.
    Per quanto riguarda “metamorfosi del corpo” forse ancor più pertinente l’opera di Gunther Domenig.
    Sonno della ragione. Pensavo proprio l’altro giorno che la frase mi persuade non tanto nella sua interpretazione classica, quanto nell’intendenderlo come “sogno della ragione”: ossia la ragione che va oltre la veglia, ed investe il sogno. E così facendo, genera mostri.

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  2. Matteo,
    questo post non mi convince, perché le architetture rispondono alla domanda del committente che in questi ultimi anni (dal 1989 in poi) si è fatta brand.
    Non credo che l’architettura si sia fatta corpo, ma marchio e questa è un’altra storia, ma soprattutto non credo che queste architetture (non deformi ma informali) non rispondono bene alla esigenze ‘abitative’ che le erano state richieste.
    Con questo non difendo un certo modo ‘mediatico’ di pensare l’architettura ma non condivido l’idea che bisogna partire proprio da loro per parlare di architettura.
    Mi sembra di spalleggiare il ‘glamour’ che in qualche modo vogliamo contrastare.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  3. @Guido: Grazie. In effetti, come dici tu, opere come la Zentralsparkasse bank di Domenig esprime molto bene l’idea di metamorfosi del corpo. Molto bravo, io non ci avevo minimamente pensato.
    E’ molto bello il sogno della ragione, perchè in effetti molta produzione attuale sembra quasi come sospesa in uno stato onirico di visione/incubo.
    Mi piacerebbe approfondire questo tema.

    @Salvatore: Guarda, io non posso non concordare con te per il fatto che l’architettura oggi si vende come brand e non mi sorprenderei se, ad un certo punto, gli architetti imprimessero sulle facciate dei loro edifici effigi in rilievo come “S.T.” (Santiago Calatrava) a mò di D&G architettonico🙂
    Forse è passata inosservata fra il mare di parole che ho detto, ma la frase “Progettata per rispondere alle esigenze delle nuove generazioni, l’architettura contemporanea (tranne pochi casi) si ritrova ad essere già vecchia, incapace di adattarsi all’ulteriore evolversi delle funzioni stesse; probabilmente perchè incentrare l’intero discorso architettonico unicamente su singoli episodi d’effetto non consente ottenere grandi risultati.” penso ti possa fare capire come siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
    Quello però che volevo fare notare (e mi sembra anche di averlo detto in un commento in un altro blog) è che l’architettura, come la televisione, può essere vista anche come specchio della società e dell’arte.
    In fondo non si può negare che diverse esperienze artistiche tendano in qualche modo allo stesso fine di tanta architettura contemporanea: il rapporto conflittuale col proprio corpo può essere benissimo esteso anche al campo dell’architettura (in fondo, gli edifici possono essere visti come estensioni verso il mondo del “guscio” primigenio). Con questo non voglio difendere le archistar, voglio piuttosto indagare quali siano le pulsioni (per la maggior parte inconscie a mio parere) che muovono le leve sotterranee dell’ispirazione. Non si può nemmeno negare che alcune architetture provocano un certo fascino nello spettatore. Proprio da questi presupposti è nata la mia indagine che, ribadisco, non è definitiva.
    Ma è un tema che anche a me riesce difficile dipanare (tanto che per scrivere questo articolo mi ci sono volute quasi due settimane…); prometto che continuerò la mia analisi (perchè, come si legge dal titolo del blog, credo che architettura arte e ingegneria siano ormai legate indissolubilmente fra loro).
    Grazie.
    Ciao

    Matteo

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  4. Prima di tutto, visto che citi Akira, che a me è piaciuto tanto, ti consiglio di vederti il film Tetsuo, di Shinya Tsukamoto, un regista nipponico molto importante sul piano della ricerca del post umano: riprende la tematica della trasformazione fuori controllo. La scelta di utilizzare il nome del personaggio dell’anime non è un caso. È ovvio che Tsukamoto lavora nel campo della video arte, quindi del perturbante in questo caso.
    Passando al post, che comunque ho trovato molto interessante, non sono daccordo nel vedere una unicità del nostro periodo nella architettura delle star. Non sono infatti daccordo con il termine “Archistar”, perchè relativo ad un fenomeno mediatico che si pretende come peculiarietà del ventesimo secolo, e che invece è un filo conduttore dell’intera storia umana: oggi ci ricordiamo le gesta di Napoleone e dei Papi, non dei conticini della periferia d’Europa. Così in architettura ci ricordiamo di Brunnelleschi e Bernini, e non di altri.
    Ad ogni modo non si può non condividere il disprezzo per la faciloneria con cui si praticano certe pratiche mediatiche sfruttando l’architettura. Se è vero infatti che spesso porta ad esempi d’architettura ottimi (ed il caso Bilbao è emblematico, al di là degli aspetti formali che possono o meno essere soggettivi), come lo era San Pietro, famoso esempio di architettura commerciale (e lo era), è altrettanto vero che molto spesso invece sono altamente deprecabili (come l’albergo-enoteca che posti. che è di inutile superficialità). Detto ciò, la situazione contemporanea credo che sia di complesso studio proprio per questo, perchè è facile accorpare opere e correnti, proprio perchè nascono da matrici uguali. Come dice Salvatore, che mi trova daccordo, fare di tutta l’erba un fascio fa il gioco delle “marche”. I brand non puntano alla qualità o al disvalore, ma che si parli di loro. Nel bene o nel male…
    A presto!

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    1. Oddio…lungi da me il proposito di fare di tutta l’erba un fascio: ci sono tanti architetti (ed ingegneri) che svolgono molto bene il loro lavoro.
      In realtà da tempo la storia è stata rivista e rivisitata anche alla luce dei personaggi marginali e delle correnti che non fanno capo a grandi nomi (basti pensare a Le Goff, Levi, Ginzburg), ma in effetti mi accorgo che la critica architettonica viene fatta quasi unicamente sui grandi nomi.
      Inoltre, credo che invece “Archistar” calzi: Bach era un musicista, mentre Elvis era una rockstar e Lennon una popstar; allo stesso modo Brunelleschi e Bernini si consideravano solo architetti (al servizio di altri, di ideali condivisi) e non vendevano il proprio “brand”, Calatrava e Gehry invece lo fanno (e seguono solo se stessi, poco importa di quello che dicono gli altri).
      Ciao

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  5. Bhè, Bernini e Michelangelo non si consideravano solo degli architetti, o artisti, ma si appellavano spesso come “divini”. Così come altri autori, spirituali o altro, come Carmelo Bene o Majakovskij. Per parlare del contemporaneo, spesso architetti come Tschumi vengono spesso etichettati come Archistar….🙂

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  6. Interessantissimo post, sul quale mi riservo ulteriori osservazioni appena possibile.

    Apprezzo in generale l’anelito multifocale di questo blog [di questo blogger, piuttosto :)] perchè è davvero molto vicino al modo di vedere le cose che più amo e ritengo giusto, e utile, e sacrosanto.

    Di una cosa son certa: credo che passerò spesso.
    A presto.

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  7. @Rossella: Grazie mille per i complimenti, spero di non deluderti. Anche a me piace molto il tuo blog (ed in effetti anche il mio articolo parte dalla ri-lettura di Casabella 752, che giustamente hai riportato anche nel tuo blog). Aspetto quindi le tue osservazioni (in fondo sono i commenti che rendono “vero” l’articolo, che altrimenti rimarrebbe sospeso nel limbo delle innumerevoli parole per nessuno disperse nella rete).
    A presto.
    @Emmanuele: Probabilmente definire Tschumi Archistar allora si è fare di tutta l’erba un fascio…Sono stato spesso a Parigi e, contrariamente ai parigini, definirei il Parc de la Villette interessante, almeno nei suoi intenti.
    E’ vero, si definivano “divini”, ma quello che volevo intendere era il fatto che la loro produzione si inseriva all’interno di una cultura “condivisa” di metodi ed intenzioni; giustamente hai citato San Pietro; l’opera è passata da Bramante, Giuliano da Sangallo, Raffaello, Michelangelo, Vasari, Giacomo della Porta e completato all’esterno dal Bernini (non so se i nomi me li sono ricordati tutti…), eppure la fabbrica sembra ideata e costruita dalla stessa mano.
    Prova invece a pensare a Gehry, Fuksas, Calatrava, Hadid, Ito o qualcun altro a lavorare al medesimo progetto in fasi differenti che cosa ne verrebbe fuori…🙂
    Il fatto è che tanti architetti cercano unicamente di proporre un loro stile, tanto che è poi facile etichettarli:
    R. Meier -> piastrelle bianche
    T. Ando -> blocco di cemento prefabbricato
    S. Calatrava -> strutture “gotiche” di travi bianche e tonde
    S. Endo -> lamiera curva
    M. Fuksas -> “nuvole” di vetro
    ecc…
    Perchè non potendo metterci la firma (vedi commento sopra) devono per forza rendere visibile la propria “mano”; quello che poteva essere uno spunto progettuale di studio si è trasformato in un (auto)manierismo.
    Ciao

    Matteo

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  8. Grande Matteo,ti rifaccio i complimenti per il tuo blog e per il taglio che hai dato all’articolo,e non trovo nulla da obbiettare(non fai una piega)…
    Di mio aggiungo questo: un linguaggio formale fortemente riconoscibile(proprio per questo al centro delle discussioni) non è mai un torto all’architettura,un brand,un ripiegarsi su se stesso o altre interpretazioni pedisseque e simil-critica d’architettura.La professione del progettista è mettere in campo la propria creatività senza alcun vincolo di sorta(oggi ci è permesso di operare in qualsiasi direzione)con estrema faciloneria e superficialità da parte di chi progetta.Gehry è proprio “Gehry” perchè non ha la minima idea della portata rivoluzionaria del suo modo di procedere negli anni 80… per questo gli è stato facile trasgredire ed abbandonare quelle ricerche formali per raggiungere le ultime da te citate.Quest’atteggiamente è del tutto rispondente alla società attuale:disinteressata ,superficiale,caotica,disastrata… per questo il tuo parametro di giudizio (“psico analitico” per quanto nessuno di noi sia un analista he hehehe ) è il + calzante e pertinente.Il resto è solamente “critica” dell’architettura,poco convincente e forse anche poco interessante!…..la scoperta delle dinamiche che regolavano il caos(le sue implicazioni fisico.matematiche) ad es.hanno mosso l’intero operato di Peter eisenman per anni,cosi come la scoperta del DNA, o il lascito dell’arte futurista … quindi il progettista è prima di tutti un uomo che vive all’interno della nostra società… per comprenderli basta davvero poco… ciao Matteo e scusa la lungaggine

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  9. Infatti anch’io penso che il fenomeno architettonico non possa più venire spiegato solamente tramite gli strumenti “classici” della professione, proprio perchè oggi come oggi è difficile distinguere fra arte, architettura, filosofia e tecnologia.
    Una critica che possa considerarsi tale deve per forza attaccare l’oggetto architettonico da diversi punti per coglierne ogni possibile sfaccettatura (in fondo è il critico che definisce la grandezza o meno di un’opera estrapolando quei caratteri dell’opera di cui l’artefice non sempre è conscio).
    A presto.
    Matteo

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  10. Caro Matteo,
    davvero i miei più sentiti complimenti per questo articolo e per il tuo blog! È effettivamente uno dei pochi in rete che affronta tematiche come l’interiorità e la psicologia connesse all’Architettura e all’Ingegneria!

    Con affetto!

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  11. Grazie mille.
    In effetti mi sono accorto che il tema è molto più vasto di quello che sembra e mi piacerebbe molto approfondirlo ed inserirlo nella sezione di Architettura di questo blog.
    Vedremo cosa ne verrà fuori.
    Ciao

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    1. Come può vedere, in tutti gli articoli che ho pubblicato sono sempre stato molto accorto a citare ogni fonte: purtroppo (come poi ho evidenziato nel DISCLAIMER a lato pagina), non sempre questo controllo avviene in maniera appropriata (faccio ammenda, ma purtroppo sono da solo a gestire tutto il sito) e pertanto ringrazio per la segnalazione. Il disguido è dovuto al fatto che mi sono affidato ad un amico (esperto d’arte, ma a quanto non così originale nei suoi argomenti) per avere qualche informazione riguardo Orlan, che è un’artista di cui già avevo sentito parlare, ma che non avevo mai seguito da vicino.
      Non ho nessuno problema a riportare la citazione, che ho già provveduto a corregere.
      Nel caso in cui poi ritenesse di volerla cancellare, lo farò senza alcun problema (anche se la frase è proprio bella).
      Grazie

      Matteo

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  12. mi spiace, ma la mia sarà una voce fuori dal coro. credo che il post sia troppo ambizioso nei presupposti di fondo. si la quantità di riferimenti è giustificata da una corretta tassellatura degli argomenti, però pare che si voglia arrivare raffigurare una specie di mantra, una mappa del mondo e lo si fa in una prospettiva analitica di un’opera che a credere ai fatti descritti ci si chiede alla fine persino come faccia ad esistere! Insomma, come dogma irreprensibile hai definito l’albergo antiestetico e poi hai sconfinato nell’antifunzionalismo, per cui non puoi dire che era una pretesa soggettiva. al di fuori dei costi e della praticità dell’edificio hai detto che il suo aspetto rivela un’assenza di logica architettonica, ma questo, sarai d’accordo, non è un pareggiare le qualità visive della costruzione con la dicotomia che può intercorrere tra uno stile, esuberante come da sempre quello di Gehry, ed una funzionalità di matrice ambientale. in altre parole, avendo i mezzi per una particolare opera, la si dovrebbe evitare in quanto simbolo delle disuguaglianze sociali. morale più che comprensibile, soltanto che non ha nulla a che vedere con l’estetica. un opera sbagliata? da un punto di vista etico, può darsi; ma in quanto all’inventiva, non si avrebbero mai statistiche sufficientemente raffinate da poter dire che le spese della costruzione non siano valse l’aspetto formale dell’edificio. i committenti hanno agito irrazionalmente? può darsi, ma perché non alla maniera di un “cannibalismo autunnale” di Salvador Dalì allora piuttosto: con il famoso metodo-paranoico-critico che eleva l’autoreferenzialità ad uno stato ontologico del valore delle definizioni – la struttura è bella perché è preferibile a tutte le altre in circolazione? se si è morali, non vedo perché esserlo a metà.

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    1. Ciao. Perchè ti dispiaci?
      Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata una critica di questo tipo.
      C’è chi ha affermato che l’unico modo per distinguere una scultura da un’opera architettonica è che quest’ultima ha i bagni al suo interno.
      Non sono così estremista.
      Penso comunque che una linea di demarcazione possa e debba essere tracciata: parafrasando Morris l’architettura dovrebbe unire quello che possiamo definire “estro creativo” (insito in ogni progetto umano) ad una funzionalità intesa come miglioramento della condizione di vita e della fruizione di un luogo, tramite l’utilizzo migliore delle risorse (e qui appunto entra in gioco il fattore etico).
      Ovviamente ci sono architetti che non la pensano assolutamente in questo modo: Eisenman ad esempio più volte ha affermato di non essere interessato ad altro che alle possibilità formali di un progetto architettonico.
      La mia indagine era volta a capire come dall’architettura moderna (indiscussa capostipite della rivoluzione cui stiamo assistendo), votata principalmente ad istanze etiche, ci sia stata questa deriva verso una strutturazione prettamente formale dell’organismo architettonico.
      Poi è ovvio che credo che un’architettura debba dare anche altro e che una casa che ha un pilastro in mezzo alla camera da letto (che la rende inservibile) non è architettura, ma una bella scultura, che qualcuno ha deciso di abitare.
      Non è neppure un discorso morale appunto, ma etico o riguardante la “ragion pratica” per dirla alla Kant: il problema che poni sull’uso delle risorse suona allo stesso modo di un’affermazione del tipo “se sono ricco e decido di lasciare aperta l’acqua del rubinetto, consumando quintali di acqua, chi mi può dire niente? Tanto la pago!”.
      Quindi, per riassumere, è ovvio che comprare una scultura non ha lo stesso fine di sprecare dell’acqua, ma ha una “gratuità” di fruizione estetica che ne può trascendere l’utilizzo pratico. In questo senso possiamo parlare dell’opera di Gehry come una notevole scultura: il suo valore formale trascende qualsiasi utilizzo di risorse o valore abitativo (e pertanto ha senso in questo caso pagare tanti soldi per un’opera simile, allo stesso modo in cui si può comprare un quadro).
      Ma non è architettura.
      La deriva formalistica di cui parlo, che credo abbia forti connotazioni psicologiche, può portare al massimo ad un edonismo di maniera (tipico peraltro dei momenti di grande crisi: dall’impero romano al manierismo); sicuramente non può fornire stimoli per il rinnovamento del “buon abitare” e quindi del “buon vivere” all’interno dell’ambiente antropico.
      Grazie

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