Inchiesta sull’Abruzzo – parte 1

Inchiesta sull’Abruzzo _______________________________________________ Inchiesta sull’Abruzzo

commessi dei negozi di elettronica non devono essere preparati a livello tecnico, non viene richiesto loro un titolo di studio particolare o una predisposizione per gli impianti elettrici: la loro dote principale deve essere quella di sembrare ferrati nell’argomento e di aiutare l’acquirente a superare le proprie insicurezze (di solito neppure gli utenti medi sono ferratissimi in elettronica), poiché l’importante non è fornire il prodotto migliore, ma rassicurare il cliente e fargli pensare di aver comprato il prodotto migliore.
“Everyone lives by selling something” (trad. “Tutti vivono vendendo qualcosa”), sosteneva Robert Louis Stevenson. I principali organi di informazioni italiani sembrano vivere per venderci un mix equilibrato di gioia e dolore, senza eccedere mai troppo e mascherando le notizie che possono compromettere il delicato inebetimento del popolo italico: solo così l’affezione è garantita, le notizie sembrano veritiere e complete ed ogni parte politica è soddisfatta.

1) Informazione

Da quando un anno fa pubblicavo sul mio blog una pagina che rispecchiava il senso di rispetto e di silenzio mancato nei confronti delle vittime del terremoto sono cambiate in me molte cose: al silenzio, a poco a poco, è sopravvenuto un desiderio sempre più impellente di parlare, anzi, di far parlare i protagonisti di questa tragedia.
Da un anno a questa parte infatti, a parte poche eccezioni, nulla si è visto o letto sul reale stato delle cose in Abruzzo. Recentemente il film della Guzzanti ha portato alla luce una buona parte di ciò che gli organi di informazione ci hanno nascosto; ma non voglio parlare di questo film, perchè poco o nulla ha a che fare con quello che sto per scrivere e perchè chi ha realmente vissuto quegli istanti sa che ciò che viene lì raccontato non è che un misero frammento di tutta la sofferenza ed indignazione provata.

Ho cominciato mettendo a paragone i commessi dei negozi di elettronica con il sistema informativo italiano perché le figure sono stranamente simili: non ci sono eccellenze di qualche rilievo, non vengono forniti dettagli o particolari utili alla controparte, il fine è quello di tranquillizzare l’utente e fargli credere quello che vuole.
Ma cosa significa “libertà di stampa” o comunque “fare informazione”? E come può esserci utile questa definizione alla comprensione di ciò che è accaduto (e sta ancora accadendo) in Abruzzo?
Per rispondere alla prima domanda mi viene in aiuto George Orwell, il quale affermava che “la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”. Questo si collega in maniera più o meno diretta alla mia premessa: non si può contemporaneamente “vendere” e dire ai propri utenti che quello che desiderano ardentemente comprare in realtà non funziona o è una colossale fregatura; allo stesso modo non si possono vendere giornali e pensare che la controparte sia desiderosa di leggere qualcosa che vada contro il proprio modo di pensare (questo si riscontra nei lettori dell’Unità, che mai vorrebbero vedere Berlusconi lodato in prima pagina, oppure in quelli del Giornale, che mai deciderebbero vedere lodato Travaglio in un editoriale di Feltri).
Non voglio però parlare di politica, né di giornalismo in senso stretto. Il mio animo razionale mi impone di procedere passi ben definiti nell’argomentare qualcosa; non sono un giornalista e quindi, prima di parlare di un argomento così importante, mi sono semplicemente chiesto cosa significhi fare informazione.
In relazione a questo ho trovato molto interessante un pamphlet pubblicato dalla F.U.C.I. (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e riguardante il tema “Giornalismo ed Informazione“ a cura di Antonio Occhipinti e Mario Agostino e che viene introdotto da una frase emblematica, che serve da spunto di riflessione anche per i temi di cui parlerò: “Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane.” (Giuseppe Fava, giornalista ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984).

Innanzitutto si parla di informazione libera: “Lirio Abbate, inviato dell’ANSA e collaboratore de La Stampa, minacciato dalla mafia palermitana e scampato ad un attentato incendiario, scrive: «Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare». Raccontare e documentare: qual è la differenza? Documentare un evento significa raccogliere e proporre dei dati oggettivi, completi, verificabili. Sembrerebbe bastare questo per fare informazione, ma Abbate usa il termine raccontare, ed è grazie a questo che si capisce il vero compito del giornalista che fa informazione: il giornalista non riporta semplicemente gli eventi, ma li medita, li lega fra loro, li commenta, contribuisce all’analisi dei fatti, è e deve essere parte integrante di un società fondata sui diritti e sulle libertà. Il lavoro di rielaborazione delle notizie attuato dai giornalisti e basato su fatti documentati, costituisce il mezzo che una società ha per comprendersi.”
Il mio obiettivo è proprio questo: analizzare i fatti noti, esporre quelli costantemente sottaciuti e, se possibile, cercare di rielaborare quella che è stata una delle più grandi tragedie italiane.
Potrebbe bastare questo a definire l’attività di un vero giornalista, ma Occhipinti e Agostino si spingono oltre affermando che:
“L’informazione deve essere libera nel senso che gli editori non devono in alcun modo imporre una censura totale o parziale alle notizie; informazioni taciute o riportate in parte costituiscono di fatto una violazione dell’informazione, deviando verso la propaganda. Si legge, ad esempio, nel “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica P2:
«In un secondo tempo occorrerà 1) acquisire alcuni settimanali di battaglia, 2) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata, 3) coordinare molte TV via cavo con l’agenzia per la stampa locale, 4) dissolvere la RAI‐TV in nome della libertà di antenna. (…) Altro punto chiave è l’immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinone media nel vivo del Paese»
L’utilizzo strumentale dei mezzi di informazione dunque ne alterano lo scopo, costituendo un mezzo di vero e proprio occultamento della verità.”

Non voglio qui andare oltre, ma consiglio vivamente a tutti la lettura di questo articolo che, ricordo (per chi volesse vedere in queste parole polemiche di questi giorni), è stato scritto più di un anno fa.
La situazione delineata quindi si presenta come fortemente contrapposta a quello che dovrebbe significare “fare informazione”. Ma è veramente questa la situazione italiana?
L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che ognuno ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; questo diritto include la libertà di avere opinioni senza interferenze e di chiedere, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi media e indipendentemente da qualsiasi frontiera. In base a questa definizione, lo special rapporteur per le Nazioni Unite Ambeyi Ligabo, assieme a Miklos Harastzi (rappresentante OCSE per la libertà dei media) e Eduardo Bertoni (special rapporteur OAS per la libertà di espressione) hanno dichiarato che lo Stato deve provvedere a fornire l’accesso alle informazioni ufficiali in maniera completa ed immediata.

Lo stesso Ligabo, nel rapporto presentato il 18 marzo 2005 all’ONU (basta cercare il documento E/CN.4/2005/64/ADD.5 nel database dell’ONU all’indirizzo http://documents.un.org/simple.asp), dipinge un quadro preoccupante per la libertà d’informazione in Italia, includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lottizzazione ai giorni nostri.
Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l’anomalia italiana:
1) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti);
2) il conflitto d’interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.);
3) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica.
La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni, fra cui un incoraggiamento a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata (e la cosa incredibile è che sembra scritta ieri ed invece è di cinque anni fa).
Se non ci fidiamo dell’ ONU, possiamo chiedere ad esempio a Reporters Sans Frontiers, un’autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro e che ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi.
Il risultato è quello che potete vedere sotto:

in cui, fra l’altro, si fa riferimento ancora una volta al problema delle riforme e del conflitto di interessi (per fare un confronto, nel 2005 l’Italia era al 42° posto).[1].
Infine, il dato ufficiale di Freedom House, un’associazione no profit fondata piu’ di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa: nel rapporto 2009 il nostro Paese si attesta al 73° posto, fra Israele e Tonga ed è definito “parzialmente libero”, (l’unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia). Tra le cause di questa situazione Freedom House cita le continue intimidazioni ai giornalisti e i tanti processi per diffamazione a carico di altrettanti giornalisti, tra cui ne cita alcuni tra i più eclatanti, tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio. In Italia i giornalisti “subiscono intimidazioni” tali da indurli ad “essere condizionati”. Ecco perchè la televisione ed i giornali sono diventati dei mezzi di comunicazione al servizio del potere.
La lista in realtà sarebbe molto più lunga: per chi vuole un approfondimento sul tema consiglio pertanto il sito http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/liberinfo.htm oppure una ricerca su internet sulla “libertà di informazione”.
Ma cosa c’entra tutto questo con l’Abruzzo e con un blog di architettura?

2) Notizie inaspettate

Ero a cena con un collega di mia moglie ed un suo amico. Parlando del più o del meno abbiamo saputo che questo amico era di origini abruzzesi e aveva vissuto il terremoto in maniera diretta: lui ora lavora lontano, ma la sua famiglia è ancora là e la casa pesantemente danneggiata.
Da buon ingegnere la mia curiosità mi ha spinto a chiedere informazioni sul progetto C.A.S.E. e su come questo avesse rincuorato la popolazione locale (eravamo ormai in inverno).
La risposta però non è stata quella che mi aspettavo; ovvero: non è stata una lusinga piena di ringraziamenti al lavoro di Bertolaso, come invece i telegiornali e gli altri organi di stampa mi avevano fatto credere, ma una critica sincera e dura al lavoro svolto fino ad allora.
Ma come? Ci hanno raccontato del miracolo abruzzese, di cui anche il New York Times si è stupito, del successo del G8, trasferitosi in tempi ristrettissimi all’Aquila ed invece la gente è stanca e delusa? Allora ha veramente ragione Bruno Vespa, che nella puntata dedicata alla ricostruzione, chiede: “Ma allora preferivate i container?”
La risposta la fornisce Federico d’Orazio, nel suo blog e ripreso da Abruzzo24:
“Per me parlano i fatti, non voglio essere più polemico. Mi piacerebbe che l’Italia potesse una buona volta riflettere.
52.000 aquilani assistiti dalla Protezione Civile al 6 Aprile 2010. Sono gli sfollati.
14.000 di loro, sono nelle case che tutta Italia conosce. E che una bella fetta d’Italia forse invidia.
2.000 nelle casette di legno, diventeranno 4.000 quando avranno finito di costruirle.
30.000 aquilani prendono 200€ al mese(quando gli vengono versati), e se la cavano da soli. Fate voi i conti.
Gli altri 6.000 sono in albergo da un anno, 4.500 di loro lontano dalla loro città, perché qui è già tutto pieno.
Ogni mese, tutto questo, costa allo Stato una barca di soldi. E se li spendiamo così, abbiamo paura che non ce ne saranno più per ridarci la città, e per ricostruire i 59 comuni compresi nel cratere, che si estende su un’area nel raggio di circa 50 Km a partire da L’Aquila.
Ora sta a voi credere ciò che volete. Potete pensare che c’hanno dato tanto (anche troppo,se vi va): è vostra facoltà dirci che siamo ingrati, che non lo meritiamo.
Ho creduto fosse vostro diritto sapere la verità. […]
Il centro storico dell’Aquila è un’opera molto complessa cui mettere mano; per ora, non si è deciso da dove cominciare, c’erano altre priorità. […]
Ma L’Aquila ha una grande periferia. Ha condomini come il mio, che da un anno assistono, impassibili, alle 12.000 scosse che si susseguono a quella delle 3e32.
Anche quelli sono fermi così. I tecnici non hanno dal Govero le necessarie indicazioni: non sanno cosa richiede lo Stato per approvare un progetto di ristrutturazione. E dunque, non possono fare altro che aspettare. Tanto è vero ciò che vi dico, che i termini per presentare quei progetti, per i condomini inagibili, sono alla loro terza proroga. Adesso la scadenza è stata appena posticipata al 31 Dicembre 2010.
Dare un tetto nel Progetto C.A.S.E. alle 18 famiglie del mio condominio, è costato 2700 Euro al metro quadro per ogni famiglia. Con i soldi spesi per darci un tetto provvisorio il Condominio dove abitavo, sarebbe stato ristrutturato circa due volte, e sarebbe stato definitivo. Sarebbe significato ridarci la casa per la quale da Luglio ripagheremo il mutuo, con gli interessi per le rate sospese. Vi pare una scelta furba? Per le banche, è senz’altro una genialata.[…]
Di fronte a queste realtà dei fatti, non delle opinioni, una buona fetta d’Aquilani, ha rialzato la testa,ed ha fatto casino. E continuerà a farlo, per essere ascoltata: bastano 2400€ una tantum per le attività produttive rimaste chiuse? In che modo si fa ripartire una città, se non dal lavoro?[…]
Ma soprattutto, quelle C.A.S.E. resteranno cattedrali nel deserto, quando da qui ce ne andremo tutti via a cercare lavoro. E saranno soldi spesi male per la terza volta.
Capita poi, che l’aquilano Bruno Vespa ci chieda in diretta: “ma allora preferivate i container?”
E lo so che lo pensate un po’ tutti. Mi cadono le braccia, nemmeno mi arrabbio più.
L’alternativa non è tra C.A.S.E., casette di legno e container.
C’è una quarta variabile, ed è casa mia. Sta lì, fuori dal centro storico, fuori dalla zona rossa. Ed aspetta come me, di tornare a vivere.[…]
I disoccupati creati dal terremoto si sommano ai molti presenti in città già prima di un anno fa. Gli uni sommati agli altri, rendono sempre più improbabile la ripresa. Tutti in cassa integrazione, ad aspettare. Di tornare a lavorare e quindi a vivere. Se però da quì ce ne incominciamo ad andare, non lavorerà nessuno, perché non ci sarà nessuno per cui lavorare.
Un anno dopo, vorrei fermare il mondo e scendere. Il fulgido miracolo aquilano è qualcosa che rischia di mandarmi al manicomio. Perdonateci se fischiamo qualcuno, ma ci viene da dentro. Perdonateci se sembriamo ingrati. Sappiate che non è così.[…]
A questo, ci ribelliamo. All’attesa senza prospettiva. All’attesa di non si sa che cosa. All’arroganza di chi crede di poter giudicare, da casa sua.[…]
La mia casa, come migliaia, aspetta di tornare a vivere. Il lavoro, le aziende, aspettano di tornare a vivere. Gli Aquilani aspettano di tornare a vivere. E L’Aquila centro, aspetterà ancora a lungo. Ancor di più, aspetteranno i centri intorno L’Aquila, che (Onna a parte) non beneficiano della visibilità del centro città.
Aspettiamo. Ma aspettando si muore.”

Il pensiero di Federico d’Orazio rispecchia appieno quello che ho sentito in occasione della cena e anche quello che ho continuato a sentire da quella volta in poi, perché è stato un vero e proprio “imperativo morale” ad accompagnarmi nella ricerca di quella che è la vera storia degli abitanti colpiti dal terremoto.
A questo punto mi sono realmente chiesto a cosa serva l’informazione in Italia, visto che tutto quello che ci era stato detto era semplicemente una bella storia alla Oliver Twist: come al solito il governo ha inneggiato alla grandiosità dell’opera messa in campo e quelli dell’opposizione si sono lamentati dei soldi spesi, tutto nella norma e nell’atmosfera di stupido inebetimento quotidiano; peccato che a farne le spese sono stati proprio coloro cui tutte queste attenzioni dovevano rivolgersi.
E allora la risposta è stata semplicemente quella di mettere ciò che avevo a disposizione per condividere questi fatti, condividere le situazioni di persone che non ridono al telegiornale, che non fanno interviste a Capuozzo, ma che si trovano ogni giorno ad affrontare grandi difficoltà.
Riprendo una frase mandatami con una mail da un’amica che ha lavorato come volontaria per la ricostruzione:
“anch’io mi son stufata della pompa magna e di tutto quello che si è detto su questa cosa…laggiu’ le persone hanno vissuto nel caos piu’ totale…non sapevano niente…ne’ di come fossero organizzati i lavori, nè di quale fosse la tempistica delle cose….e non perchè non si volessero informare ma perchè non sapevano dove trovarle le informazioni!!!!!a parte i giornali….ovviamente di parte…non c’era altro modo..le linee telefoniche erano praticamente inesistenti e informarsi era davvero difficile.”
Forse è possibile battere la cattiva informazione col nostro impegno e con uno dei pochi strumenti ancora quasi-liberi che rimangono: internet.

3) Ignavia

Non credo a complotti delle alte sfere, né che il giornalismo sia volontariamente asservito al potere.
Penso che la risposta sia molto più semplice: è più facile scrivere quello che i propri lettori vogliono sentirsi dire; è più facile pensare che con la costruzione di migliaia di appartamenti il problema del terremoto in Abruzzo sia felicemente risolto; è più facile pensare che se sei contro il piano voluto dal governo, sei di sinistra e non sai fare altro che lamentarti.
Ci sono però persone che sono partite di propria volontà per dare una mano, perché il solo modo per superare crisi del genere è semplicemente quello di rimboccarsi le maniche, superare le futili divisioni che ci dividono e fare qualcosa di concreto; ci sono persone che desiderano far conoscere la realtà delle cose non per screditare il lavoro degli altri o per fare inutili polemiche, ma per smuovere qualcosa nella speranza che finiscano tutti questi colpevoli ritardi.
La verità può essere un macigno: lo dimostra con ad esempio il sito WikiLeaks, che sembra aver fatto del monito di Ligabo, Harastzi e Bertoni un principio di vita. Il sito dà spazio all’invio di materiale classificato e riservato, in genere documenti di carattere governativo o aziendale, da parte di fonti coperte dall’anonimato. Nella pagina principale del sito è stato pubblicato un video in cui si vedono due reporters della Reuters massacrati senza pietà da un elicottero americano: nemmeno io riesco a commentare queste immagini; credo però facciano riflettere su quale sia la distanza fra gli organi di informazione cui siamo abituati e la realtà che continuamente viene distorta ed occultata.
Il mondo è complicato e non tutte le orecchie sono capaci di ascoltare tutte le minute tonalità dei suoi lamenti e pertanto, se siete felici di vivere in un mondo di bambagia, in cui i rumori sono attutiti, non continuate nella lettura.
Per tutti gli altri, credo occorra ri-cominciare da quel terribile 6 aprile 2009, ore 3:32.

4) 3 e 32

Anche in questo caso non sono io a parlare, ma Giovanni Santostefano, che ha pubblicato su internet una memoria sull’accaduto.
“Il racconto comincia qualche giorno prima del 6 aprile. In una casa in via Cola dell’Amatrice eravamo in affitto io e mio fratello Nicola, poi c’erano altri tre ragazzi […].
Come un dolore conosciuto eravamo tutti abituati alle scosse telluriche e, da dicembre (l’inizio della sequenza) oramai avevamo fatto il callo al terreno che ballava incessantemente. Questo fino al 30 marzo. Quel giorno ci fu un assaggio del seguito. Una scossa del 4° grado della scala Richter ci tenne parecchio tempo perplessi e spaventati sotto la trave della camera, prima di dare un respiro ansioso per scaricare la paura presa […].
Su internet e sui notiziari si continuava a rassicurare la popolazione di uno sciame sismico normale che scaricava la sua energia col tempo. Io davo credito a queste voci pur non rinunciando ad ogni possibile piano di sicurezza; mio fratello, invece, non era per niente convinto della situazione […]-
La parola “Terremoto”, in ambiti seri o satirici, era parte ormai di quasi tutti i discorsi […]. Il 5 aprile fu una giornata niente male. Domenica delle Palme […]. L’abitudine fa brutti scherzi. Erano quasi le undici di sera quando arrivò la prima forte scossa. Io mi alzai e nulla più, mio fratello invece cercava di evitare lo spargimento di rondelle e mandrini per la stanza. Quei giorni portavo sulla chat messenger la firma “L’Aquila come Tokyo” ad enfatizzare la normalità con cui affrontavamo le scosse […].
Il 6 aprile non era cominciato bene. Quella notte ero particolarmente teso e decisi di mettere lo zaino in mezzo alla porta della camera. Per sicurezza mio fratello girò le due mandate della serratura per far uscire il perno in modo che in caso la porta fosse sbattuta e lo zaino spostato, la porta non si sarebbe comunque chiusa con il rischio di bloccarsi. Volevo fermare aperta anche la porta dell’appartamento ma non ebbi il coraggio di chiederlo e dimostrarmi paranoico sino a quel punto, in fondo l’energia poteva esser stata scaricata nei preceedenti eventi […].
Quando arrivarono le 3:32 ero finalmente riuscito a dormire (l’ora l’avrei saputa dai tg perché i miei orologi non segnano mai l’ora esatta).
Mi ritrovai a saltare sul letto, strappato dai sogni e da 23 anni di vita che non sarebbero stati più gli stessi.
Il ricordo più tremendo però è il rumore. Mi trovavo ad ascoltare la Voce della Terra. Non il canto dei ruscelli o il fruscio delle foglie ma un grido più antico degli uomini e di qualsiasi cosa vivente. Un tuono che non si ascolta con le orecchie ma con tutti i sensi che percepiscono l’energia liberata in quell’attimo fatale […].
Era una brutta situazione. Si doveva pregare ad ogni onda che la casa o almeno i solai restassero al proprio posto.Tutto è confuso nella paura.
Passata la scossa premo l’interruttore della luce e noto che non c’era corrente. Impreco, non avevamo previsto che potevamo rimanere al buio. Con i nervi tirati al massimo corro a cercare la torcia nel cassetto (ovviamente pieno di roba) della scrivania e nel mentre mio fratello va in camera degli altri ragazzi.
Negli attimi successivi pensiamo a prendere i cellulari che tenevamo sui comodini e a metterci addosso qualcosa. Lo zaino con le giacche pesanti sopra era quasi al suo posto. Mi dirigo verso la porta e la apro di qualche centimetro. Dato che l’impianto elettrico era stato ricostruito da pochissimo era entrato in funzione il gruppo elettrogeno e mi arrivò una ventata di polvere acre e una nebbia gialla in cui non si vedeva ad un palmo dal naso.
Quello fu il momento di terrore. Passando sulla mia mountain bike e sullo stendi biancheria grido agli altri che non riesco a vedere la scala e poteva essere crollata […].
Mi metto la giacca in faccia come una mascherina e mio fratello apre la porta.
Le scale c’erano. Mio fratello nota che si vede la luce dal pavimento perché la scala era leggermente staccata dall’appartamento (la luce in basso mi aveva indotto probabilmente a credere che le scale erano crollate) […].
Giunti al portone del palazzo, da un appartamento, si sentivano le grida di alcuni inquilini che erano rimasti bloccati all’interno. Nicola, Giovanni e David, un altro ragazzo che abitava sotto di noi, avevano preso a dar calci e spallate alla porta che, essendo blindata e bloccata dal muro sopra non accennava a cedere di un millimetro […].
Quando mio fratello e gli altri arrivarono da me, uscimmo e chiesi a Nicola se dovevo chiamare casa per tranquillizzare i nostri genitori che stavamo bene. Le reti cellulari sarebbero cadute a momenti e se mia madre avesse appreso la notizia di quel che stava accadendo dal tg della mattina, probabilmente l’avrei ritrovata morta.
Così chiamai e mi rispose mio padre. Gli dissi che aveva fatto una “scossetta” abbastanza forte ma di stare tranquilli perché non era successo niente e stavamo tutti bene (in sottofondo sentivo gridare mia madre come se avessi il vivavoce e mi preoccupai se non fosse morta lo stesso). Mentre mentivo spudoratamente sulle dimensioni dell’accaduto, nel poco che potevamo vedere illuminato dalla luna, il palazzo di fronte a noi si era accasciato sul garage triturandolo come fosse stato una bottiglia di plastica da riciclare. Le scale del palazzo erano sparite e si vedeva l’interno degli appartamenti […].
Superammo un grande larice che era caduto (era uno degli alberi più grandi del viale ma era cresciuto storto) e venimmo a sapere che il palazzo che avevamo sull’imbocco di via Sant’Andrea era collassato totalmente sbriciolandosi ed inghiottendo probabilmente chi lo abitava.
La notizia fu il primo colpo […].
L’odore di gas era fortissimo e quando qualcuno tentò di spostare la macchina accendendola ci prese un colpo. Più del gas metano c’era anche un altro odore per tutta la città che si sentì anche il giorno. Un odore strano, forse generato dalle macerie immense […].
Accaddero anche altre vicende. Col passare dei minuti cominciammo a discutere, guardarci intorno nella zona per trovare vie di fuga e soprattutto vie di protezione da eventuali crolli.
Le scosse si susseguivano una dopo l’altra e ad attimi di apprensione e panico seguiva un clima sin troppo tranquillo ed ordinato tra tutti noi […].
Il buio totale in quella notte non ci fu mai. Da una parte la luna non ci aveva mai abbandonato, dall’altra dopo davvero pochi minuti dal sisma catastrofico luci di emergenza e sirene già percorrevano via XX Settembre. I soccorritori, i veri eroi, entrarono sul campo in tempi incredibilmente celeri. Molti ragazzi intorno a me, purtroppo, capirono che quegli eroi stavano scavando sulla Casa dello Studente che era collassata in parte. Dello stato di quel maledetto palazzo me ne accorsi solo alle prime luci dell’alba.[…]
Il silenzio era spettrale, interrotto solo da elicotteri, ruspe e sirene. La cappa di polvere che era sopra la città appariva come una fredda nebbia grigia. Non c’era aria fresca e frizzante ma solo puzza di calce e quell’odore strano che non avevo mai sentito prima. La vista era la cosa peggiore. Oltre i campi si stendeva un nuovo terrificante panorama. La Casa dello Studente era il primo edificio semidistrutto ma oltre, lo skyline era stravolto. Palazzi mai visti apparivano dinanzi agli occhi, segno che quelli che li coprivano in passato non c’erano più […].
Lo stare in piedi fermo per ore, la tensione accumulata e il freddo mi avevano letteralmente pietrificato le gambe. Lo spettacolo poi era terrificante, compresa la voragine che si apriva su una traversa della strada. Un buco nell’asfalto profondo diversi metri in cui, per la fretta di avanzare, non mi accorsi che addirittura una automobile era sprofondata al suo interno.
L’arrivo a Piazzale Paoli segnò da un lato, finalmente, l’arrivo in una zona di sicurezza e dall’altro il faccia a faccia con una delle tragedie del sisma. Il palazzone enorme che si affacciava sul parco giochi era completamente sbriciolato (come parte della Casa dello studente e come il palazzo di via Sant’Andrea che però non vidi quella notte).
Se la mia prima e grande fortuna era stata quella di uscire incolume dal palazzo dove abitavo, durante la permanenza nel parchetto realizzai quale era stata la mia seconda fortuna. In realtà, chiuso in un parcheggio di una zona residenziale e con tutto il vicinato che frequentavo rimasto incolume, avevo visto ben poco di quel che stava realmente accadendo […].
Ricordo che quando giunsi al piazzale, mi capitò dinanzi ai piedi un cartello giallo e plastificato. Recava la scritta USCITA DI EMERGENZA- USARE IN CASO DI INCENDIO O SISMA. Leggendo quelle parole mi si strinse il cuore. Il cartello era stato sbalzato ad una trentina di metri da dove si ergeva il palazzo. Realizzai che quella notte c’era stato chi aveva avuto fortuna e chi no. La fortuna era il palazzo rimasto sulle proprie fondamenta almeno il tempo della fuga e la sfortuna era il palazzo crollato in quei pochi secondi che non avrebbero lasciato scampo a niente e nessuno […].
Incontrammo nel parchetto una signora che abitava sotto di noi (aveva una splendida casa ristrutturata da pochissimi mesi) e ci disse che il figlio aveva sentito il terremoto a Roma (se non ricordo male) ed era venuto di corsa da lei […].
Con moltissima apprensione ci disse che adesso il figlio stava aiutando a spostare le macerie di quel palazzone. Un pericolo grandissimo; i soccorritori entravano come potevano nelle fessure che si aprivano tra le macerie e ad ogni scossa potevano finir di crollare con loro dentro.
Ma il coraggio è questo. Per come la vedo io è il fine che definisce il coraggio.
Un’azione può essere pericolosa o anche stupida perché il rischio è troppo ma se il fine è salvare un’altra vita allora quella è un’azione di coraggio. Perché in certi momenti non c’è incoscienza ma si conoscono tutti i rischi e, nonostante questo, vigili del fuoco, volontari e persone comuni scavavano e si intrufolavano in quelle fessure correndo via ad ogni scossa tellurica che poteva rappresentare per loro la fine. Spero un giorno di avere il coraggio di quelle persone, quella notte non l’ho avuto ma sono davvero orgoglioso di tutti loro […].
Giunto sul prato vidi che era pieno di persone ma non c’era alcun campo di coordinamento. Ci dissero che i campi erano altrove e che forse saremmo dovuti andare verso lo stadio o chissà dove […].
Non sapevamo che fare in attesa di notizie certe e, quelle che giungevano circa un blocco di tutti gli accessi entranti ed uscenti dalla città, erano ben poco rassicuranti. Qualcuno sapeva che avevano bloccato il Traforo del Gran Sasso ma erano voci portate dal vento perché non si capiva nulla nel caotico via vai dei soccorsi.[…]
Mi rendevo conto della fortuna che avevo avuto e il dolore di tante persone che avevano perso molto o tutto cominciava a far male davvero. Mi dispiaceva davvero per tutti quelli che avevano perso in pochi secondi tutto quello che avevano costruito con i sacrifici di una vita. Ora dovevano ricominciare daccapo ed una nuova e dura vita metteva e metterà loro alla prova […].
Il resto è storia di tutti. Quella struggente ripresa dalle telecamere che racconta di 308 anime che sono state vittime della Natura e, in alcuni casi inconcepibili, della speculazione edilizia criminale, ragazzi e bambini che non hanno avuto la fortuna di un palazzo rimasto intatto quei pochi minuti che bastavano per trovare la salvezza al di fuori della prigione di cemento e di soccorritori che hanno dato la loro vita per salvarne altre […].”

Il giorno dopo il resto degli italiani si risvegliò con immagini terribili trasmesse dai telegiornali, con un sentimento di partecipazione alla vita collettiva ormai dimenticato e tanta voglia di rimboccarsi le maniche ed aiutare in qualche modo.

La cronistoria di ciò che è accaduto è reperibile sul sito del Sole24ore, in cui sono riassunti, ora per ora, i principali avvenimenti di quelle giornate.
Cito quelli più significativi:

  • 6 aprile : 8.30 Bilancio delle vittime pesante e destinato a salire
  • Il bilancio delle vittime è destinato a salire: alle ore 8,30 i carabinieri parlano di 20 morti accertati, tra cui 4 bimbi. Un giovane è morto nel crollo della Casa dello studente e altri tre in abitazioni private . Cinque le vittime a Castelnuovo, una a Poggio Picenze, una a Torninparte, due a Fossa (di cui una bimba), uno a Totani, due a Villa Sant’Angelo. Sono oltre 30 le persone che risultano disperse. Migliaia gli sfollati. Il premier Silvio Berlusconi ha firmato lo stato di emergenza e ha deciso di annullare la prevista missione in Russia, organizzata in collaborazione con Confindustria e con l’Istituto per il Commercio Estero, per recarsi in Abruzzo per verificare di persona la situazione.
    Berlusconi – così come il sottosegretario Bertolaso – ha reagito anche alle polemiche sulla presunta prevedibilità dell’evento sismico, agitate dal fisico Giampaolo Giuliani: «Si tratta di polemiche – afferma il presidente del Consiglio ai microfoni di Radio Uno – che ci sono ogni volta che succedono cose come queste. Purtroppo non ci sono mai state situazioni di avviso tali da poter essere certi di prevedere un terremoto».

  • 6 aprile : 10.41 La terra trema ancora

    Continua a tremare la terra nel centro Italia: sono state numerosissime le scosse piccole o piccolissime che dalla notte e ancora questa mattina hanno interessato in particolare l’Abruzzo. La Sala sismica dell’Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia sta monitorando la situazione e ha inviato nei luoghi colpiti dal terremoto una squadra di tecnici: dalla notte la scossa più forte si è verificata nella prima mattinata con magnitudo 4.6. Gli esperti dell’Ingv precisano che è impossibile prevedere ulteriori scosse anche forti.

  • 6 aprile : 11.48 26 i Comuni colpiti

    Sono almeno 26 i comuni interessati in modo «serio» dal terremoto, e i danni riscontrati, i crolli di case vecchie ma abitate e addirittura di almeno quattro palazzi, letteralmente implosi all’Aquila, fanno temere che il numero delle vittime sia destinato a salire e che sia possibile determinarlo solo tra molto tempo.
    In molti paesi come Santo Stefano di Sessanio, Castelvecchio Calvisio, San Pio, Villa Sant’Angelo, Fossa, Ocre, San Demetrio nè Vestini e i centri dell’Altopiano delle Rocche, sono distrutte moltissime abitazioni del centro storico, mentre presentano danni costruzioni più recenti e anche in cemento armato.
    La situazione più drammatica è nel capoluogo e in alcune delle sue frazioni come Onna, quasi rasa completamente al suolo, e Paganica dove sono già state registrate numerose vittime. Nel centro storico dell’Aquila vi sono numerosi crolli, moltissimi edifici lesionati e alcuni palazzi non antichi crollati completamente.

  • 6 aprile : 13.48 Oltre 50.000 gli sfollati

    Non si hanno ancora cifre specifiche sul numero dei dispersi in Abruzzo dopo il sisma che nella notte ha colpito la Regione. Intanto il ministro Maroni ha parlato di oltre 50 morti, mentre gli sfollati sarebbero oltre 50mila. Si stanno approntando tendopoli ed ospedali da campo, mentre l’ospedale de l’Aquila risulta sgomberato solo in un reparto, mentre funzionano le sale operatorie e il pronto soccorso. Mancano all’appello ancora sette ragazzi che vivevano all’Ostello della gioventù. Sono in arrivo dal Lazio oltre seimila pasti caldi per fronteggiare l’emergenza e aiuti giungono da tutta Italia. Operativa la Sala della croce Rossa mentre sono attive tutte le unità di crisi dei maggiori ospedali della Capitale. Il ministro del Lavoro e della Salute, Maurizio Sacconi, ha lanciato un appello a donare il sangue. Danni gravissimi in tutto l’Aquilano, la frazione di Onna sembra sia stata completamente rasa al suolo. […]
    Distrutti i monumenti simbolo dell’Aquila e persino le Terme di Caracalla a Roma risultano lesionate dalla forte scossa avverita distintamente nella notte anche nella capitale. Alle 18 ci sarà una nuova riunione dell’Unità di crisi al Ministero della Salute.

  • 6 aprile : 15.15 Scuole chiuse a oltranza. Requisiti gli alberghi

    Le scuole delle zone colpite dal terremoto «resteranno chiuse a oltranza, saranno i sindaci di volta in volta a decidere le riaperture» degli edifici scolastici dopo avere verificato l’agibilità. Lo ha detto il governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi durante la conferenza stampa con Berlusconi e Bertolaso. Il premier ha detto che “sono stati requisiti di fatto tutti gli alberghi della costa abruzzese adriatica” mentre “le colonne mobili della protezione civile e i vigili del fuoco installeranno anche dei centri di accoglienza con tende e punti di assistenza sanitaria e cucine da campo per chi non vorrà allontanarsi troppo da questa zona”.

  • 6 aprile : 16.05 Chiodi: evacuare centro storico Aquila

    Il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi invita i cittadini «a non sostare per le strade» de L’Aquila e ad «evacuare le zone del centro dove si registrano ancora molti edifici pericolanti». Dai 5 centri di accoglienza – ha spiegato Chiodi – saranno attivati i servizi di trasferimento verso la localitá della costa, dove sono state requisite 4mila stanze d’albergo per un totale di 10mila posti letto.

  • 6 aprile : 19.02 Altre 200 scosse di piccola entità

    Dalla scossa di terremoto di questa notte alle 3,32 di magnitudo 5.8 si sono «registrate finora circa 200 repliche, molto delle quali di piccola energia». Lo ha detto il presidente della commissione Grandi Rischi, Franco Barberi. «È poco probabile che si verifichino ancora scosse di grande energia ma non lo possiamo escludere. Mentre sono probabili e possibili altre scosse di minore energia».

  • 6 aprile : 19.54 Solo 1/3 delle abitazioni sono antisisma

    Sono solo un terzo le case in Italia costruite sulla base della prima normativa antisismica, che risale al 1974, la legge n.64 del 2 febbraio 1974.
    Secondo dati Istat elaborati dall’Ance, il patrimonio immobiliare ad uso abitativo costruito prima del 1971 è pari infatti a 7,2 milioni edifici, il 63,8% del totale. In questi edifici – segnala ancora l’associazione dei costruttori – si trovano circa 16.700.000 abitazioni, realizzate fino al 1971, che rappresentano il 61% dello stock abitativo esistente. Percentuale che si accresce di almeno qualche punto considerando le case costruite dal ’72 fino al 1974: la classificazione seguita, infatti, registra uno stock di 5.142.940 abitazioni costruite dal 1972 al 1981, pari al 18,9% del totale, in pieno boom edilizio. Le abitazioni costruite dopo il 1974 sarebbero così all’incirca il 35%. Lo stesso stock di edifici tirati su dopo la legge del ’74. Gli edifici a cavallo della prima normativa antisismica (dal ’72 all’ 81), sono infatti quasi due milioni (1.983.206), pari al 17,7% sul totale, portando la percentuale degli immobili (residenziali e non) costruiti prima della ‘linea di demarcazione, a oltre il 65%.

Probabilmente la giornata del 6 aprile è stata l’unica in cui gli organi di informazione si sono attenuti al mestiere di riportare le notizie; dal quel giorno in poi infatti si sono succeduti una serie di continui battibecchi sterili ed inopportuni che, a poco a poco, sono riusciti a distogliere l’attenzione dal problema dei terremotati al solito tran-tran di accuse e denuncie cui ormai il popolo italico è abituato da decenni.

[1] Per tutti coloro che a questo punto cominceranno a sentire odore di “mistificazione comunista” anticipo fin da subito che non sono di sinistra; non sono neppure contro Berlusconi, non mi interessa quello che fa nè quello che dice. Qualsiasi cosa vedete scritta cerca di attenersi quanto più possibile ad un riscontro oggettivo della situazione dell’informazione italiana, scevro dal qualunquismo dilagante che vuole frapposto il partito dei “non c’è libertà di stampa” a quello dei “c’è fin troppa libertà di stampa”.
Se non siete d’accordo con quanto affermato avete due possibilità: 1) Fornire prove a sostegno della tesi opposta (e che ovviamente siano riconducibili a studi di organi informativi ufficiali che abbiano qualche rilevanza in ambito mondiale, non il parere di politici o giornalisti) 2) Smettere di leggere.

Leggi anche:
Inchiesta sull’Abruzzo – Parte 2

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11 comments

  1. bravo Matteo! Molto interessante questo tuo articolo, fai il seguito.
    Un consiglio, accettalo solo perchè sono più vecchio: cerca di sintetizzare di più, la gente si scoraggia se deve leggere tanto.
    E le tue cose meritano d’essere lette da tante persone.

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    1. Grazie.
      Hai ragione. Con questo blog ero partito da un assunto abbastanza semplice: non volevo il solito blog che fa del “copia e incolla” nei vari siti e non propone alcunchè.
      Mi sarebbe piaciuto allinearmi ad una linea editoriale come quella di Micromega per intenderci: una serie di piccoli saggi completi.
      Però in effetti mi rendo conto che internet non è lo strumento migliore per fare questo (come vedi ho cercato di “recuperare” proponendo una versione stampabile di ogni articolo, in maniera tale che ognuno può leggerselo con calma in maniera “tradizionale”).
      Provvederò.
      Ciao.

      Mi piace

  2. Matteo,
    molto interessante il tuo report sull’Aquila.
    Soprattutto la riflessione iniziale sull’informazione blogger/giornalista.
    Trovo importati i reportage nelle trame della sconfinata rete. Dove con un’attenzione che ci stiamo inventando, possiamo trovare ‘voci’ e ‘narrazioni’ interessanti.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Grazie.
      Spero di riuscire a trovare ancora tante voci.
      Ci lamentiamo spesso del fatto che il giornalismo è ai minimi livelli e pertanto mi è sembrato opportuno ricominciare, grazie ad internet, da quella che è la pratica fondamentale del giornalismo: raccogliere voci, documenti, testimonianze ed organizzarle in maniera tale da rendere evidente quello che la maggior parte delle persone non riesce a vedere.
      Penso che un buon giornalista (oltre a quello che ho scritto nell’articolo) debba appunto avere la capacità non di inventarsi delle notizie, quanto piuttosto di ri-organizzare il materiale già presente in maniera tale da offrire nuovi spunti, nuove discussioni.
      Ciao

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  3. Caro Matteo,

    premetto che da poco che seguo il tuo blog (molto interessante e mi complimento con te) e mi occupo di illuminazione a Led.

    Rispondo a questo tuo post perchè sono uno di quelli che era lì quella sera, proprio nel luogo preciso del racconto di quel ragazzo (Giovanni). Alla storia del terremoto non ho nulla da aggiungere (molte notizie si trovano in giro su come sono andati veramente i fatti, basta non avere i “paraocchi”).

    Ti voglio ringraziare per quello che hai scritto, per aver informato i tuoi lettori.

    Distinti Saluti
    Domenico.

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    1. Innanzitutto grazie a te. Grazie perchè è anche grazie ai vostri commenti positivi che trovo la carica per andare avanti.
      E’ vero che su internet si trovano molte notizie, ma purtroppo non è ancora abbastanza, perchè non deve guardare in faccia alla realtà solo chi vuole sapere, ma anche chi non vuole sapere: per questo motivo, dopo aver scritto questo articolo l’ho spedito a mari e monti, perchè la verità deve arrivare come un martello.
      Parafrasando Nietszche, forse occorre anche fare giornalismo col martello…
      A presto
      Matteo

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