Bioedilizia per i poveri americani

negli ultimi anni i prezzi delle case sono lievitati in maniera anomala ed incontrollata, tanto che la recente crisi economica ha già fatto sentire  i suoi effetti sgonfiando in parte la “bolla” immobiliare.
L’aumento dei prezzi è tanto più ingiustificato quanto più alla maggiore spesa non corrisponde un aumento della “qualità” intrinseca degli edifici (per non parlare degli edifici di costruzione recente che utilizzano materiali pessimi per massimizzare i profitti): la maggior parte delle abitazioni italiane sono caratterizzate da uno scarso comfort abitativo, disperdono l’energia utilizzata per il riscaldamento invernale e necessitano di impianti per il raffrescamento durante il periodo estivo. Inoltre la necessità di tanta energia per la normale gestione della casa, in un periodo in cui l’energia la paghiamo salata, si riflette in un aumento dei costi di gestione.

Non sorprende quindi che la prima casa resti per molti ancora un miraggio.

L’edilizia popolare in Italia

L’immediato dopoguerra per l’edilizia popolare è stato un periodo positivo e creativo con la partecipazione nei piani Ina-casa dei migliori architetti e urbanisti del momento, che provarono a conciliare le esigenze del territorio con i valori delle tradizioni costruttive locali. L’esperienza positiva dei piani Ina-casa proseguì per gli anni 60 con le iniziative edificatorie della Gescal, ma nei primi anni 70 la progressiva industrializzazione del processo edilizio e l’esplosione delle periferie urbane favorirono un’architettura che perse la sua identità lasciando spazio alll’unificazione tipologica e alla normalizzazione tecnologica che costituirono i principi dominanti di quel periodo.

L’edilizia residenziale pubblica degli anni ’80 e ’90, privilegiando le esigenze estreme della produzione in serie e dell’industrializzazione, ha visto la trasformazione delle imprese edilizie in società finanziarie che hanno gestito i cantieri quasi esclusivamente attraverso un generalizzato uso delle diverse forme di subappalto. Il risultato di questa logica è sotto gli occhi di tutti, e non si limita ad un disagio visivo, ma anche fisico, funzionale, sociale ed economico del territorio. Sembra sia stato dimenticato il ruolo fondamentale ed etico dell’architettura nella vita di tutti.

Impariamo dagli americani

Mentre l’Italia sembra perdere di vista i valori etici legati all’architettura, in diverse aree del mondo si trovano iniziative interessanti legate al valore sociale dell’architettura: l’America, dopo la lezione di democrazia delle ultime elezioni, si propone come una delle capoliste in uno sviluppo sostenibile legato all’edilizia popolare.
Il titolo dell’articolo non è metaforico, la bioedilizia è il motore di traino per la riqualificazione di aree depresse come il quartiere del Bronx a New York City.
Si tratta di case eco-popolari mirate sia al nobile scopo di aiutare le persone meno abbienti dando loro un tetto sotto il quale vivere, che all’altrettanto nobile obiettivo di salvaguardare l’ambiente abbattendo in tale modo le emissioni di CO2.
Questa è una pratica ormai ampiamente diffusa sul territorio statunitense;   a Miami sono in costruzione 145 appartamenti costituiti da una parete modulare ecologica che saranno certificati Leed, Leadership in Energy and Environmental Design, mentre a Chicago il progetto ‘Homes’ offre alloggi verdi a prezzi accessibili e destinati prima di tutto, a conclusione dei lavori, agli anziani.
A favore della condizione sociale degli utenti delle future abitazioni va anche il risparmio energetico garantito da tutte queste abitazioni del 30% mediante l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo, illuminazione fluorescente ed attraverso un’adeguata coibentazione dell’edificio.

Il futuro è verde

Probabilmente è venuta l’ora di aggiornare il nostro concetto di edilizia pubblica al fine di attivare una edilizia sociale sostenibile: il criterio di sostenibilità e di massimo utilizzo delle risorse è ancor più importante oggi come oggi. L’economica classica ed i tradizionali modi di costruire si sono dimostrati fallimentari, da tutti i punti di vista.

La sostenibilità oggi non è solo una scelta possibile, ma è un’opportunità che va colta e sfruttata per cercare di rilanciare i settori ormai in crisi (e magari fornire l’opportunità di una prima casa a chi oggi ancora non se la può permettere).

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

Riferimenti: Rinnovabili.it

3 comments

  1. È difficile paragonare l’edilizia pubblica estera con quella italiana, data l’accezzione speculativa data a quest’ultima. I cosìdetti casi illuminati sono poi pietosi: come fa uno storico, in tutta franchezza, a citare gli edifici di Quaroni, di Moretti, di Figini e Pollini, come esempi di buona edilizia economica-popolare, quando tutto ciò che hanno fatto, e non conosco eccezioni, è assolutamente invivibile? C’è ancora tanto da lavorare sul tema, dato che tutta la pubblicistica, insisto: italiana, è mera retorica malinconica di borghesi che non hanno la benchè minima idea di come si viva in un quartiere popolare. La stessa nozione di PeeP è squallida e ghettizzante di principio. La strada della sostenibilità può certamente far nascere nelle persone un sentimento di appartenenza ed empatia con il proprio luogo di vita che forse può cambiare la tendenza, ma deve essere studiata una strategia adatta alla comunicazione e la gestione da parte degli stessi abitanti…

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  2. E’ vero, la maggior parte degli interventi pubblici è di scarso rilievo oppure legata unicamente a fattori speculativi.
    Ci sono stati però esempi illuminanti che – a mio modesto parere – considero pietre miliari nell’edilizia sociale.
    Primo fra tutti lo studio sul centro storico di Bologna iniziato nel 1965 da un gruppo di studio formato dagli istituti di urbanistica e di storia dell’architettura dell’Università di Firenze, coordinato da Leonardo Benevolo. La legge per la casa (867 del 1971), che riguarda anche il risanamento conservativo degli agglomerati urbani ed estende i Piani di zona alle aree edificate, fornì la base per l’attuazione del piano, condotta da Pier Luigi Cervellati, assessore all’edilizia popolare e già componente del gruppo di studio universitario.
    Il momento economico e culturale dell’epoca (così simile al punto in cui oggi siamo) favorì l’esperimento.
    Vi trovarono applicazione operativa l’analisi tipologica derivata dagli studi di Saverio Muratori, il principio di conservare l’ambiente sociale della città antica, la nuova tendenza ad indirizzare l’intervento dell’ente pubblico non più soltanto verso le aree inedificate delle periferie ma verso il centro. In questo modo ad esempio tante persone che erano affittuari di case allo sfascio, poterono diventarne proprietari gestendo il recupero degli stessi immobili.

    Quando parlo di possibilità da cogliere, mi riferisco appunto alla partecipazione attiva anche della popolazione (come ad esempio con l’autocostruzione o l’autorecupero) e al controllo dei prezzi attraverso interventi a basso impatto. Occorre riformulare lo stesso ambiente antropico già popolato in base a nuove occasioni di aggregazione (come appunto gli interventi citati).

    Ciao

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