Bioarchitettura

Dall’inghilterra il primo magazzino a (quasi) zero emissioni

si chiama G Park Blue Planet il nuovo fiore all’occhiello dell’architettura sostenibile e sorge nella Chatterley Valley, nello Steffordshire in Inghilterra.
Progettato da Gazeley, questo magazzino per la logistica è stato il primo edificio al mondo ad ottenere la valutazione “Outstanding” (lett. eccezionale) dal BREEAM (Building Research Establishment Environmental Assessment Method).

Per chi non lo sapesse, il sistema BREEAM (al pari del LEED o del GBC) è uno strumento di tipo commerciale per la valutazione della qualità ambientale degli edifici, divenuto nel tempo un punto di riferimento per i metodi prodotti successivamente. La versione più recente del sistema è applicabile agli edifici di tipo residenziale, commerciale, industriale e ad uso ufficio sia di nuova realizzazione sia esistenti. Questo sistema propone un approccio basato sulla valutazione di diversi fattori, che contribuiscono a creare il carico ambientale dell’edificio.

Secondo il sistema BREEAM gli edifici vengono classificati a partire da un indice che prevede degli obiettivi quantificabili:

  • Gestione;
  • Salute e benessere;
  • Energia (consumi ed emissioni di CO2);
  • Trasporti (consumi ed emissioni di CO2);
  • Consumo d’acqua;
  • Impatto ambientale dei materiali;
  • Utilizzo del terreno (superfici a verde o impermeabilizzate);
  • Valutazione ecologica del sito;
  • Inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Vi consiglio vivamente di visitare il sito di presentazione, che è molto carino e curato ed illustra le caratteristiche principali del progetto.
L’edificio è composto da due blocchi distinti: uno spazio per il magazzino di 34.000 mq e un complesso di uffici da 1.500 mq con un tetto comune.
Il progetto ha ottenuto un punteggio medio di 85.49%, con buoni risultati in tutti i settori, fra cui benessere e consumo idrico (tutti 100%) , consumo di energia (87.5%) e rifiuti (85.71%).

Il G Park Blue Planet

Il G Park Blue Planet

Jonathan Fenton-Jones, Direttore del reparto Sostenibilità e Approvvigionamenti Globali della Gazeley ha affermato che “ricevere per primi il punteggio  ‘outstanding’  del BREEAM è il maggiore riconoscimento per il lavoro fatto dalla Gazeley sulla sostenibilità. Con il G Park Blue Planet nella Chatterley Valley crediamo di aver creato un modello che ha ridefinito i limiti per l’industria. Non solo il progetto apporta benefici in termini ambientali, ma consente risparmiare 300 mila sterline in costi di gestione all’anno”.

Basta poco per avere tanto

Come è stato possibile raggiungere questi risultati?
In realtà non sono stati utilizzati sistemi particolarmente innovativi, ma si è cercato di fondere in un unico edificio tutte le migliori tecnologie per il risparmio energetico:

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Bioedilizia per i poveri americani

negli ultimi anni i prezzi delle case sono lievitati in maniera anomala ed incontrollata, tanto che la recente crisi economica ha già fatto sentire  i suoi effetti sgonfiando in parte la “bolla” immobiliare.
L’aumento dei prezzi è tanto più ingiustificato quanto più alla maggiore spesa non corrisponde un aumento della “qualità” intrinseca degli edifici (per non parlare degli edifici di costruzione recente che utilizzano materiali pessimi per massimizzare i profitti): la maggior parte delle abitazioni italiane sono caratterizzate da uno scarso comfort abitativo, disperdono l’energia utilizzata per il riscaldamento invernale e necessitano di impianti per il raffrescamento durante il periodo estivo. Inoltre la necessità di tanta energia per la normale gestione della casa, in un periodo in cui l’energia la paghiamo salata, si riflette in un aumento dei costi di gestione.

Non sorprende quindi che la prima casa resti per molti ancora un miraggio.

L’edilizia popolare in Italia

L’immediato dopoguerra per l’edilizia popolare è stato un periodo positivo e creativo con la partecipazione nei piani Ina-casa dei migliori architetti e urbanisti del momento, che provarono a conciliare le esigenze del territorio con i valori delle tradizioni costruttive locali. L’esperienza positiva dei piani Ina-casa proseguì per gli anni 60 con le iniziative edificatorie della Gescal, ma nei primi anni 70 la progressiva industrializzazione del processo edilizio e l’esplosione delle periferie urbane favorirono un’architettura che perse la sua identità lasciando spazio alll’unificazione tipologica e alla normalizzazione tecnologica che costituirono i principi dominanti di quel periodo.

L’edilizia residenziale pubblica degli anni ’80 e ’90, privilegiando le esigenze estreme della produzione in serie e dell’industrializzazione, ha visto la trasformazione delle imprese edilizie in società finanziarie che hanno gestito i cantieri quasi esclusivamente attraverso un generalizzato uso delle diverse forme di subappalto. Il risultato di questa logica è sotto gli occhi di tutti, e non si limita ad un disagio visivo, ma anche fisico, funzionale, sociale ed economico del territorio. Sembra sia stato dimenticato il ruolo fondamentale ed etico dell’architettura nella vita di tutti.

Impariamo dagli americani

Mentre l’Italia sembra perdere di vista i valori etici legati all’architettura, in diverse aree del mondo si trovano iniziative interessanti legate al valore sociale dell’architettura: l’America, dopo la lezione di democrazia delle ultime elezioni, si propone come una delle capoliste in uno sviluppo sostenibile legato all’edilizia popolare.
Il titolo dell’articolo non è metaforico, la bioedilizia è il motore di traino per la riqualificazione di aree depresse come il quartiere del Bronx a New York City.
Si tratta di case eco-popolari mirate sia al nobile scopo di aiutare le persone meno abbienti dando loro un tetto sotto il quale vivere, che all’altrettanto nobile obiettivo di salvaguardare l’ambiente abbattendo in tale modo le emissioni di CO2.
Questa è una pratica ormai ampiamente diffusa sul territorio statunitense;   a Miami sono in costruzione 145 appartamenti costituiti da una parete modulare ecologica che saranno certificati Leed, Leadership in Energy and Environmental Design, mentre a Chicago il progetto ‘Homes’ offre alloggi verdi a prezzi accessibili e destinati prima di tutto, a conclusione dei lavori, agli anziani.
A favore della condizione sociale degli utenti delle future abitazioni va anche il risparmio energetico garantito da tutte queste abitazioni del 30% mediante l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo, illuminazione fluorescente ed attraverso un’adeguata coibentazione dell’edificio.

Il futuro è verde

Probabilmente è venuta l’ora di aggiornare il nostro concetto di edilizia pubblica al fine di attivare una edilizia sociale sostenibile: il criterio di sostenibilità e di massimo utilizzo delle risorse è ancor più importante oggi come oggi. L’economica classica ed i tradizionali modi di costruire si sono dimostrati fallimentari, da tutti i punti di vista.

La sostenibilità oggi non è solo una scelta possibile, ma è un’opportunità che va colta e sfruttata per cercare di rilanciare i settori ormai in crisi (e magari fornire l’opportunità di una prima casa a chi oggi ancora non se la può permettere).

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

Riferimenti: Rinnovabili.it

Non importa che sia bello o brutto, basta che sia grande.

n2ei giorni scorsi avevo parlato di come la mancanza di “valori” fondanti capaci di dare una reale spinta al fare architettura abbia spinto i progettisti ad impegnarsi su tematiche secondarie; una delle correnti principali che si avvertono è quella del “gigantismo” nelle costruzioni.

Gigantismo sinonimo di decadenza?

Ovviamente il tema del “gigantismo” non è sempre sinonimo di decadenza o disfacimento: l’ordine gigante di Palladio che si estende per due piani rappresenta una soluzione architettonica di prim’ordine, così come nella facciata della Basilica di S. Andrea dell’Alberti risulta fondamentale per la giusta composizione delle parti; eppure, nel Metropolitan Museum di New York City, è possibile ammirare un capitello corinzio di ordine gigante, probabilmente una riproposizione di quelli presenti nell’ U.S. General Post Office (sempre a NYC) che afferma di essere “il più grande capitello corinzio del mondo”.
Questo leggero sfasamento di luoghi, date e soprattutto interpretazioni dell’elemento ci fa capire come è facile passare dal semplice “fare architettura” ad una dichiarazione più o meno esplicita della propria superiorità (culturale, politica, tecnologica, ecc..) attraverso il “sovradimensionamento”, la passione per il “gigantismo”.

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Come costruire il nuovo grattacielo alto un miglio

n3ell’articolo precedente ho parlato della costruzione del Burj Dubai negli Emirati Arabi, ormai giunto a ultimazione. Il progetto è il classico esempio di come i soldi possano venire spesi unicamente per aumetare il proprio prestigio, fregandosene degli aspetti architettonici e bioclimatici.
Inoltre il progetto a livello ingegneristico non pone innovazioni radicali nel modo di concepire la struttura (abbiamo parlato degli ascensori più veloci ed eventualmente le tecniche per poter gettare il cls ad altezze così elevate e con temperature così estreme).
A mio modesto parere occorre rivedere in toto la nostra concezione di “grattacielo” : oggi come oggi li possiamo identificare come un’estensione verticale del classico edificio a torre, con collegamenti verticali interni. Questo si traduce in un aumento esponenziale della densità abitativa relativa ad una determinata porzione di terreno, con le classiche conseguenze di aumento di inquinamento, richiesta servizi, traffico, ecc..; l’altra faccia della medaglia è la possibilità di offrire appartamenti a costi più contenuti, ottimizzazione delle risorse, concentrazione dei flussi, ecc..
Bene.
Oggi questo non basta più: la spesa energetica di un grattacielo tradizionale è impressionante, poichè necessita di un impianto di condizionamento funzionante 24h su 24h, illuminazione artificiale anche durante le ore diurne, impianto di distribuzione di acqua con pompe di sollevamento e vasche di raccolta, ecc…
Per maggiori informazioni a riguardo vi consiglio l’interessante articolo di Werner Neumann.
Inoltre, per costruire un grattacielo occore aumentare artificiosamente l’indice di edificabilità di un sito (vedi il resoconto di Report andato in onda l’anno scorso) e questo comporta una disfunzione nella localizzazione e nel dimensionamento dei servizi legati all’edificazione.

Il modo di intendere e progettare il grattacielo (intendiamoci: non sto dicendo di non costruirne più; anzi, probabilmente il nostro futuro è nei grattacieli: si tratta unicamente di costruirli meglio) va quindi radicalmente modificato.
Vediamo come.

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