Luce e follia (Cieli bui e UNI 11248)

Ottobre sarà ricordato – fra le altre cose – come il mese della legge di stabilità e del decreto “Cieli bui” che già ha infervorato le piazze e i maggiori talk-show italiani.
Pochi però sanno che, nello stesso momento in cui si parlava di ridurre o addirittura spegnere le luci nelle città per risparmiare qualche euro, veniva dato alle stampe l’aggiornamento della norma sull’illuminazione stradale (UNI 11248:2012) che fa da contraltare alle intenzioni del Governo e prescrive illuminazioni più alte di circa il 50% rispetto alla versione precedente.

Devo ammettere di aver sempre apprezzato il teatro dell’assurdo e, proprio in questi giorni, stavo pensando se l’inutilità dei nostri politici e – di rimando – delle istituzioni ad essi legate, non fosse in qualche modo un sottile stratagemma per trasformarci tutti in “rinoceronti” (tanto per citare un’opera a tema): e appunto, come nel testo di Ionesco, mi domandavo se anziché ostinarmi a rifiutare il qualunquismo imperante dovrei invece uniformarmi alla massa.
Purtroppo, anche in questo frangente, mi sento solo: c’è qualcun altro che pensa che questa sia pura follia?

Certo, lo so, viviamo nello stato delle banane.
Che colpo di teatro! Viene approvato un decreto che spegne le luci perché ormai i Comuni sono in braghe di tela e di contro esce una norma (quasi in contemporanea) che innalza la quantità di luce richiesta. Ovvero: ci sarà più luce di notte, ma per meno tempo. Poi tutti al buio.
E quindi il risparmio prospettato dal Governo viene nullificato sul nascere da una norma voluta da un’emanazione del Governo stesso.

(altro…)

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La guerra di Woods

N

el 1992 stavo per compiere 12 anni. Erano i primi di marzo. Mio padre arrivò con un giornale e mi disse che da quel giorno avrei dovuto raccogliere tutti gli articoli che parlavano della Jugoslavia.
Sapeva che il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Sapeva che la guerra cambia tutto: “l’orrore … l’orrore” rimane indelebile e stravolge le esistenze.
E poi la guerra passa. Rimangono gli articoli di giornale, le persone dimenticano. Fino a quando altri imbecilli non sono pronti a ricominciare.

Tom Stoddart / Getty Images: le torri di Sarajevo che bruciano viste attraverso le finestre dell’ Holiday Inn

Lebbeus Woods è un visionario.
Il primo incontro con la sua opera avvenne pochi anni dopo, sempre grazie ad un giornale: si trattava della causa intentata da Woods ai produttori di “12 Monkeys”.

La scena incriminata di “12 Monkeys” a paragone del disegno di Woods.

Il filo rosso che unisce la guerra in Bosnia ed Erzegovina e Woods è un libro, “War and architecture”, che Woods scrisse in quegli anni e che portò di persona a Sarajevo nel 1993, quando la città era sotto attacco.

Architecture and war are not incompatible.
Architecture is war.
War is architecture.

I am at war with my time, with history,
with all authority that resides in fixed and frightened forms.

I am one of millions who do not fit in,
who have no home, no family,
no doctrine, nor firm place to call my own,
no known beginning or end,
no ‘sacred and primoridal site’.

I declare war on all icons and finalities,
on all histories that would chain me with my own falseness,
my own pitiful fears.

I know only moments, and lifetimes that are as moments,
and forms that appear with infinite strength, then ‘melt into air’.

I am an architect, a constructor of worlds,
a sensualist who worships the flesh, the melody, a silhouette against the darkening sky.
I cannot know your name. Nor can you know mine.

Tomorrow, we begin together the construction of a city.

La guerra ha trasformato l’acciaio ed il vetro dei palazzi di Sarajevo in macerie, rottami simboli delle ideologie che incarnavano.
“Architettura” non è più la modificazione della superficie terrestre per migliorare la condizione umana, ma è una barriera creata dalla popolazione per sopravvivere. Nel delirio di carcasse e rottami emergono quindi strutture che cercano di riparare i danni umani, una specie di tessuto urbano cicatriziale che copre le ferite della guerra.

Un blocco residenziale “ricostruito” trasformando l’esperienza distruttiva in un impeto di cambiamento della società

La guerra che si credeva relegata alla prima metà del XX secolo riempie ancora oggi le cronache mondiali: la guerra è lo stato di vita del XXI secolo. Finite le ideologie, rimane un mondo desolato e sempre più diviso.

Ecco allora che l’architettura può essere una cura, una catarsi che offre la possibilità di uscire dal vicolo cieco nel quale noi stessi ci siamo cacciati.
“War and architecture” è un libro ostico, che pone più domande di quante risposte dia e che, grazie allo sforzo di un encomiabile gruppo di volenterosi, oggi è tradotto in italiano in una edizione “crowd founding” (ovvero che si finanzia da sola).
Ovviamente non posso che consigliare l’acquisto a tutti coloro che si occupano di architettura: per prenotare il libro in anteprima (a un prezzo scontato) basta seguire il seguente link.
Oggi mancano solo 140 adesioni.
Non lasciamo che questo progetto rimanga solo sulla carta.

La cover del libro

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

Illuminotronica

L

o so, il nome non è bellissimo, ma vorrebbe essere la crasi fra “illuminotecnica” ed “elettronica”.
Chi si occupa di illuminazione ormai – volente o nolente – sa che il futuro è rappresentato dalla tecnologia allo stato solido e quindi all’introduzione sempre maggiore di componenti elettroniche. Un buon illuminotecnico oggi non può più permettersi di essere all’oscuro di tutto ciò che riguarda l’elettronica ed in particolare la tecnologia LED.

Per questo motivo Assodel ha organizzato anche quest’anno un incontro per i professionisti del settore (ma anche semplici curiosi) a Padova dall’ 11 al 13 ottobre. Qui potete trovare maggiori informazioni riguardo al convegno.

www.illuminotronica.it

Ovviamente ci sarò anch’io, giovedì 11 ottobre, in veste ubiqua come relatore sul tema dell’influenza della luce sull’uomo (nello spazio Arena dalle 14.15 circa) e correlatore per la presentazione dell’implementazione all’interno del nuovo software Litestar 4D di Oxytech del sistema di classificazione energetica Hera Luce (Convegno Street & Urban lighting dalle 15.20 circa).

Per quel che riguarda l’influenza della luce sull’uomo, parlerò (in maniera molto semplice e concisa) dello studio che sto svolgendo in questo momento  e che riguarda l’influenza della luce artificiale notturna sull’uomo e sull’ambiente. La luce artificiale rappresenta un grande progresso della tecnica e ha consentito di migliorare notevolmente la nostra qualità della vita; non tutti sanno però che determinate caratteristiche della luce artificiale possono influire in maniera negativa sul nostro organismo e sull’ambiente, alterando ad esempio quello che è il nostro ritmo circadiano oppure trasformando completamente interi ecosistemi.
Negli anni scorsi si è parlato spesso di “inquinamento luminoso”, intendendo con questo termine solamente gli effetti dannosi sulla visione del cielo notturno. Oggi siamo ad un punto in cui diviene obbligatorio ampliare il significato di questo termine anche alla tutela dell’ambiente circostante.

Per quel che riguarda l’introduzione del sistema di classificazione energetica dell’illuminazione pubblica di Hera Luce all’interno del software Litestar 4D, sposso dirvi semplicemente che si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’illuminotecnica italiana. Non aggiungo altro, perché l’intenso lavoro fatto da Oxytech lascierà i fortunati partecipanti letteralmente a bocca aperta: mentre altri software concorrenti hanno cercato di virare verso il concetto di “user friendly” e quindi verso un concetto “amatoriale” dell’illuminotecnica (ovvero fare in modo che pure la zia Peppa si potesse fare il suo bel calcolino), qua invece parliamo di concretezza e strumenti realmente utili per chi fa illuminazione a livello professionale.

Volevo spendere ancora qualche parola riguardo Assodel e il Convegno Illuminotronica: al contrario di altri, non vi dirò di certo che il LED è la cosa più bella del mondo e la soluzione di tutti i nostri mali. Però è sicuramente la tecnologia del futuro e occorre fare chiarezza sulle caratteristiche, sui pregi e sui difetti di questa tecnologia. Assodel pubblica una bella rivista che parla di LED (che è molto più interessante e più strutturata di tante altre riviste del settore) e probabilmente il convegno di Padova rappresenta una delle poche occasioni in cui i tecnici del settore possono ritrovarsi e parlare di illuminotecnica.

Vi aspetto a Padova!

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

Da non perdere

I

n questi ultimi tempi, lo ammetto, sono stato un po’ assente.
Ma l’assenza dal blog è stata compensata con la mia presenza altrove. Innanzitutto vi segnalo il numero di aprile di Luce & Design in cui ho parlato di alcuni progetti che sto portando avanti per Hera Luce e, a parte la mia simpaticissima sagoma situata fra Dante Cariboni e Massimo Villa, vale la pena leggerlo perché sono intervenuti fra gli altri personaggi del calibro di Roger Narboni, Susanna Antico e Pietro Palladino.
Non perdete neppure il prossimo numero (o addirittura abbonatevi – così facciamo una marchetta a Villa -) perché sarò presente con un articolo incisivo quanto mio malgrado sintetico sull’illuminazione LED stradale.

Ancora più importante è il corso in risparmio energetico nell’illuminazione organizzato dalla Regione Lombardia e dal dipartimento INDACO del Politecnico di Milano, in collaborazione con il Politecnico di Milano, ENEA, Green Building Council Italia, Hera Luce, Philips, in cui parteciperò come relatore il 5 giugno con la dissertazione dal lunghissimo titolo (beh … conoscendomi, non poteva essere altrimenti) “Proposta di un modello omogeneo di valutazione di soluzioni alternative trasversale rispetto alla tecnologia e alla nomenclatura propria dei costruttori: indice di efficienza energetica degli impianti di illuminazione pubblica”. Spero che parteciperete numerosi, perché il corso è molto bello (o almeno, questo è quello che mi ha detto Danilo Paleari).

Come potete vedere, non me ne sono stato con le mani in mano. Anzi, ci sono novità ancora più importanti e ancora più eclatanti che ora non vi posso svelare.
Rimanete connessi.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”


Il progettista della luce è stato progettato: cosa è successo il 5 marzo?

I

l 5 marzo 2012 si è svolta a Milano la prima convention italiana della filiera della luce dal titolo “Progettare il progettista” in cui si sono confrontati diversi professionisti della luce.
Nel corso della giornata sono emerse diverse problematiche inerenti la professione del lighting designer (a questo proposito, propongo di usare il corrispondente italiano “professionista della luce” dato che esiste e che è chiaro come concetto):

  • il riconoscimento professionale
  • l’importanza del progetto e la sua valorizzazione (anche in termini economici)
  • la necessità di una formazione continua
  • la diffusione della cultura della luce, anche attraverso internet
  • la necessità di fare “massa critica” superando le divisioni e sigle professionali
  • la necessità di svincolare il professionista dai produttori

Appare interessante l’analisi svolta da Cinzia Ferrara, che nel suo discorso introduttivo ha sottolineato la necessità di andare oltre le singole sigle e di svincolarsi da concetti come quelli di “ordini professionali” (visto e considerato che probabilmente, viste le ultime modifiche legislative introdotte dal governo italiano, saranno destinati a scomparire) ed approdare a un vero e proprio “professional body” di stampo anglosassone.

Di seguito vengono proposti brevi commenti di alcuni partecipanti seguiti dal documento completo del loro intervento:

Matteo Seraceni
Architettura = Ingegneria = Arte

Uno dei nodi fondamentali da dirimere riguarda sicuramente il riconoscimento della professione e del progetto della luce da parte della committenza: il progetto della luce oggi non viene riconosciuto come “valido” o perlomeno “essenziale” e pertanto diventa un “di più” per i committenti, che difficilmente si rendono disponibili a pagare questo tipo di prestazione (se non obbligata o comunque vincolata ad una progettazione architettonica o scenica più ampia). Per questo motivo abbondano produttori che “regalano” il progetto della luce (e, di contro, progettisti indipendenti che riescono a fatica a sbarcare il lunario).
Il problema però, a mio parere, non è quello di “obbligare” il committente ad avere un progetto illuminotecnico firmato da un progettista attraverso l’istituzione di un ordine professionale (anche perché sarebbe comunque facile per un medio/grande produttore assoldare un progettista a libro paga e regalare comunque i progetti) ma piuttosto quello di comunicare in che modo un professionista della luce è in grado di fornire qualcosa in più di un semplice disegno su carta. Non sto parlando di grettezza: professionisti come muratori, idraulici, elettricisti, medici, commercialisti, ecc. incontrano pochi problemi a venire pagati, poiché in qualche modo appaiono svolgere lavori essenziali e difficilmente riproducibili; altri professionisti invece – come architetti, ingegneri, professionisti della luce – hanno sempre difficoltà a dimostrarsi “degni” di essere pagati (od almeno a non essere apertamente derisi).
A cosa è dovuta questa mancanza di “fiducia”? Da una parte la massificazione dei consumi e delle competenze ha portato ad una sottovalutazione del ruolo del progettista: oggi basta andare ai grandi magazzini, comperare qualche lampada e sentirsi lighting designer (magari con l’aiuto del solito elettricista fac-totum). Dall’altra parte incontriamo molti professionisti che sono purtroppo dei mediocri e, anche se in minoranza, abbassano la stima della committenza per l’intera categoria; altri professionisti invece si sono venduti anima e corpo a qualche produttore e, seppure preparati, svolgono un lavoro pessimo.
Oggi come mai si sente la necessità di indipendenza, professionalità e soprattutto di avere una federazione di professionisti alle spalle forte, ampia e non legata a società o produttori: come giustamente ha fatto notare Palladino, i produttori hanno rivoluzionato l’idea di illuminazione in Italia e hanno aperto la strada alla nostra professione; ora però è forse giunto il momento di camminare sulle nostre gambe.

link all’intervento del 5 marzo

Romano Baratta
Lighting Now

L’incontro è stato fondamentale per ribadire, per l’ennesima volta, le necessità dei progettisti della luce oltre che per cercare un punto di incontro per risolverle. Sono state affrontate quasi tutte le problematiche ad oggi esistenti. Molti interventi sono stati diretti e chiari mentre altri relatori hanno spostato il discorso su altri argomenti. E’ stato costruttivo l’intervento del consigliere di Assoluce, Alessandro Sarfatti, che ha rimarcato l’importanza di far presente a tutte le aziende associate la necessità di rispettare la figura del progettista della luce, l’importanza di non scavalcare questo professionista fornendo in sua assenza ai clienti solo una consulenza tecnica. Sarfattisi è e reso disponibile in prima persona a comunicare e diffondere ai suoi collaboratori in Luceplan l’importanza di non fornire nessun progetto ma solo consulenze tecniche sui prodotti.
Meno diretti sono stati il rappresentante Assil, Riccardo Gargioni, e il presidente AIDI, Gianni Drisaldi, che hanno incentrato il loro intervento su questioni non del tutto inerenti al tema del convegno. Personalmente mi sarei aspettato da queste figure maggiore senso di apertura e meno istituzionalismo.
E’ evidente che il segnale migliore è arrivato dal presidente CELMA, Alvaro Andorlini, che ha evidenziato la necessità di fare gruppo e quindi di essere uniti per proporre in sede Europea le problematiche dei progettisti della luce. Un intervento chiaro e costruttivo.
Nel complesso ero certo di trovare in questo incontro molta più discussione e meno “presentazioni”. Mi aspettavo di più dall’intervento di ADL, di PLDA, di LIGHT-IS. Non comprendo come il PLDA, che a livello Europeo è ben organizzato e porta avanti un bel discorso, non cerchi altrettanto in Italia di prendere in mano con forza la questione e farla digerire nel migliore dei modi a tutte le nostre associazioni. Comprendo la difficoltà di interlocuire con i nostri politicanti della luce… ma se non lo si fa ora che il presidente PLDA è italiano e conosce bene la nostra realtà non lo si farà più.
Il problema centrale è la mancanza di un gioco di squadra da parte delle varie associazioni. Noto continuamente, e lo evidenzio sempre, che ogni associazione è arroccata nella propria fortezza. Ogni associazione continua a coltivare il proprio orticello non ponendo interesse per quello altrui. Trovo che in questi incontri vi sia solo la finzione di voler collaborare rispetto alla reale volontà dei partecipanti (questo convegno non è il primo del genere). I fatti, nella realtà, mostrano altre azioni rispetto alle parole che vengono ogni volta spese. Le varie associazioni, sia all’interno dei testi ufficiali che nei convegni, parlano di collaborazione, di aiuti reciproci e cooperazioni, pongono una possibile risoluzione del problema della figura del progettista della luce, ma nei fatti, invece, non interessa a nessuno realizzare questi propositi. Nei discorsi a porte chiuse si continua a parlare di nemici, di rivali, di concorrenti.
A mio parere l’unica strada da percorrere per risolvere la nostra situazione, la soluzione che ritengo maggiormente idonea è quella di una vera collaborazione di tutte queste associazioni, una cooperazione organizzata in una federazione di tutte le associazioni esistenti. Fino ad oggi questo proposito, da me più volte avanzato in questi incontri, e da molti condiviso, non ha mai visto un solo passo verso la realizzazione o il semplice sviluppo.
La mia speranza ovviamente è che la nostra professione possa avere un vero e sentito miglioramento, ad oggi tuttavia pongo grossi dubbi in merito all’aiuto proveniente dalle associazioni.
L’unica speranza arriva dall’Europa non di sicuro dall’Italia.

link all’intervento del 5 marzo

Giacomo Rossi
luxemozione

Dunque, sono passate un paio di settimane dalla chiusura dei lavori, un po’ di attesa per far decantare le idee e raccogliere un po’ di pareri sul dopo conferenza.
Dopo settimane di preparazione le aspettative, almeno per quanto mi riguarda, erano davvero molte: dopo anni di tanto parlare finalmente si sarebbero tirate le fila del discorso, gli uni con gli altri, professionisti della luce da una parte e costruttori dall’altra. Progettare il progettista, questo lo scopo da raggiungere a fine giornata, o meglio porre le basi per un processo che nei prossimi anni dovrebbe cambiare le sorti della professione di light professionista italiano.
Entrando nello specifico degli interventi, per la maggior parte molto interessanti, altri già sentiti, alcuni fuori tema completamente. Dalla parte dei professionisti quello che è parso chiaro è la volontà di trovare un punto di accordo prima di tutto tra le troppe associazioni della luce nazionali, e quindi unirsi in una sorta di confederazione di professionisti, che fa un po’ lobby, ma che è di fatto l’unico modo per poter far valere il proprio verbo a livello internazionale. Poi, non da meno, trovare una sorta di accordo di non belligeranza con i costruttoriche ad oggi offrono un supporto alla vendita gratuito, che di fatto viene chiamato progettazione, ma che nel 90% dei casi si limita a qualche calcolo illuminotecnico. Quindi altro obiettivo è trovare un termine più appropriato per ogni servizio offerto, visto che, in effetti, ciò che esce dall’azienda è ben diverso dal servizio offerto dal progettista illuminotecnico, soprattutto in termini di qualità.
Quindi ad ogni servizio il nome che più gli compete: progetto illuminotecnico e servizio di supporto alla vendita, sarà poi il cliente a scegliere l’uno o l’altro, conscio naturalmente del fatto che nulla viene dato gratuitamente.
Dall’altra parte, quella dei costruttori, intervento che a me è piaciuto moltoè quello di Alessandro Sarfatti, che in qualità di consigliere Assoluce, si è detto pronto ad accogliere la proposta offerta dai progettisti.
Unico mio dubbio, che proprio non vuole uscire dalla testa è, ma come reagiranno a tutto questo le aziende che sbandierano il famigerato “servizio di progettazione gratuito”, che di fatto viene usato come strumento di marketing o, se preferite, come specchietto per le allodole?
Per finire il web e la luce, che poi è stato il punto cardine del mio intervento. Credo fortemente che siti internet, blog, portali, ecc. siano fondamentali per una diffusione capillare della tanto menzionata “cultura della luce”. Se ben veicolato, lo strumento di comunicazione via web può arrivare ben oltre la carta stampata di settore, naturalmente sta a chi scrive trasmetter dati più corretti possibile e quindi fidelizzare i lettori su contenuti di qualità.
A termine conferenza mi è stato chiesto perché sono contro l’utilizzo di Facebook. Immagino di non esser stato chiaro durante il mio intervento, e visto che Luxemozione ha una pagina FB, non vorrei far la figura di quello che predica bene e razzola male. Vorrei spiegare un po’ meglio.
Come dicevo ieri all’amico Matteo, io non sono contro Facebook in quanto tale, visto che a tutti gli effetti è uno strumento potentissimo di diffusione di notizie. Sono tuttavia molto contrario all’utilizzo della diffusione della notizia senza controllo e, visto che ho sudato sette camicie per creare contenuti di qualità (un po’ come gli altri blog o siti sulla luce che conosco), non vorrei che un uso errato di questo strumento portasse ad una perdita di consensi. Per fare un esempio, quello che sta succedendo alla pagina di Lighting Network di cui faccio parte e sulla quale ultimamente si fa fatica a discernere le notizie sulla luce da altre di carattere personale, che con la luce poco hanno a che fare.
Per chiudere due parole proprio sulla Lighting Network, nata da un’idea di Maurizio Gianandrea poco più di un anno fa. Uno strumento potentissimo, fondamentale a diffondere in modo coordinato la cultura della luce via web, ma oggi un po’ fuori controllo e che (chiedo venia) personalmente ho un po’ trascurato.
E’ giunto il momento di riprenderne in mano le redini, porre delle regole e magari pensare di estendere il gruppo ad altri siti che si occupano di luce.

link all’intervento del 5 marzo

Per chi volesse consultare tutti gli atti del convegno, è possibile scaricare il documento dal blog di APIL.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”


Da non perdere

I

l 5 marzo 2012 APIL ha indetto una una giornata di approfondimento, alla quale ha invitato tutte le realtà associative di chi professionalmente si occupa di progettazione della luce, dedicata alla professione di lighting designer denominata PROGETTARE IL PROGETTISTA.
Come cita il programma della manifestazione “Da anni ormai, è vivo il dibattito su cosa si debba intendere per progettazione della luce, e su quale debba essere il profilo e l’inquadramento della figura professionale ad essa dedicata. […] L’idea non è tanto quella di fare l’ennesimo, inutile, punto della situazione, quanto piuttosto quella, più operativa, di evidenziare i tratti fondamentali della visione di ciascuno degli attori, sottolineandone divergenze e punti di contatto, con l’obiettivo di lavorare su questi ultimi per individuare le azioni comuni che possano essere intraprese”.

All’evento parteciperò anch’io, con un intervento dal titolo: “Illuminazione e professionalità”. Come sapete, per lavoro mi occupo di illuminazione della città: questo è un tema quanto mai attuale, perché tocca da vicino aspetti come il risparmio energetico, la sicurezza, il rispetto dell’ambiente, l’estetica, l’urbanistica. Eppure il progetto della luce, quando c’è, appare spesso scadente e mosso da logiche politiche o di mercato piuttosto che da un’effettiva comprensione delle esigenze dei cittadini.
Oggi devono essere per primi i progettisti e i produttori ad invertire questo trend negativo, proponendo soluzioni capaci di soddisfare i crescenti bisogni di una città e che siano efficienti ed economiche, capaci cioè di utilizzare le (poche) risorse a disposizione delle Amministrazioni al meglio. Progettare la luce significa saper spaziare in molteplici campi e quindi occorre costruire un network efficiente di professionisti, capace di spazzare via la mediocrità che purtroppo pervade questo settore: la maturazione degli utenti sarà possibile solo se riusciremo a dimostrare concretamente i benefici del lavoro di un professionista della luce rispetto ad un tecnico qualsiasi.

Invito pertanto tutti gli interessati a presenziare o eventualmente a seguire l’evento sul sito dell’ APIL dove verranno pubblicati prossimamente gli atti della giornata.

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Un altro appuntamento importante è con l’uscita del prossimo numero di Luce & Design edito da Tecniche Nuove, in cui sarà presente il resoconto della tavola rotonda “La luce nelle città europee: un confronto” svoltasi il 7 febbraio scorso. L’occasione è ghiotta perché, oltre al sottoscritto, hanno partecipato anche Susanna Antico, Dante Cariboni, Antonella Dedini, Roger Narboni, Ivano Pala, Francesco Procaccini, Laura Teruzzi, tutti moderati da Massimo Villa e dall’impareggiabile Pietro Palladino.

Anche in questo caso l’argomento è di scottante attualità, perché si è parlato di come dovrebbe essere il progetto dell’illuminazione per le città, dei suoi significati e del rapporto con la committenza.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”


Classificazione energetica per l’illuminazione pubblica

C

ome ricorderete, per HERA luce ho seguito lo sviluppo di un progetto di Classificazione Energetica per apparecchi ed impianti di pubblica illuminazione. Sullo stesso argomento negli ultimi tempi ho anche scritto diversi articoli su diversi giornali (vi segnalo l’ultimo numero di INARCOS e l’ultimo numero di LEDin).
Finalmente da gennaio di quest’anno il metodo di Classificazione Energetica è stato reso pubblico sul sito ufficiale di HERA Luce.

Per consultare il documento ufficiale ed utilizzare il sofware di compilazione, occorre accedere all’area tecnica del sito di HERA Luce http://www.heraluce.it/area_tecnica/ e registrarsi inserendo e-mail e password. Una volta registrati, sempre all’interno dell’area tecnica, è possibile consultare il documento esplicativo del sistema di classificazione proposto (link Modello condiviso di certificati energetici) e collegarsi al software flash si calcolo (link Tool di compilazione).

Tool di compilazione

Per chi ancora non conoscesse il sistema di Classificazione Energetica per illuminazione pubblica rimando a quanto scritto un anno fa.
In breve, come per un frigorifero od un’abitazione, tramite un valore assoluto di livello prestazionale del sistema (considerato quindi sia in base all’apparecchio, sia in base all’impianto stesso), è possibile comparare in maniera diretta diverse tipologie di impianto ed avere un riscontro diretto della loro qualità. In questo modo chiunque può cogliere in maniera immediata la maggiore o minore efficienza dei sistemi adottati, grazie alla definizione di diverse classi energetiche che vanno da A+ a G (in maniera del tutto simile a quello che accade per gli edifici), dove la classe C indica l’adozione delle Best Practice del settore.
Non si sono più scuse: se il vostro impianto risulta in classe G va cambiato. E chiunque vi proponga un apparecchio in classe E probabilmente vi sta rifilando una fregatura.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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2011 review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 59.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 22 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Demolire non è un tabù

R

ecentemente ho parlato delle possibili trasformazioni nell’urbanistica di Bologna.
Vista la complessità dell’argomento e il dibattito in corso, vorrei rilanciare l’argomento partendo dalla frase di un protagonista importante dell’urbanistica italiana (e, in parte, anche di quella bolognese); Leonardo Benevolo, ne “La città nella storia d’Europa”, ci spiega che “l’obiettivo ambizioso è riconoscere la «normalità» delle zone speciali – i centri storici originariamente in equilibrio con l’ambiente rurale circostante – e isolare invece le sacche d’anormalità delle periferie recenti, da smaltire entro un certo tempo con opportune azioni di recupero. I valori custoditi nei centri storici non devono solo essere protetti, ma immessi in un circuito di fruizione diverso da quello consueto, appartenente alla vita quotidiana e non al tempo libero e alla ricreazione, che in un lontano futuro può essere ripristinato in linea generale secondo la profezia di Mondrian del 1931: «la bellezza realizzata nella vita: questo dev’essere più o meno possibile in avvenire». […] Per dar seguito all’idea aristotelica della città per l’uomo resta percorribile solo la strada della mediazione aperta, graduale, perfettibile e non compiuta.
Occorre riconoscere contemporaneamente la storicità e la novità di questo compito. Proprio in Europa, dove esiste un’eredità così pesante di scenari urbani antichi, è vano pensare di riprodurre i metodi e le forme di un passato da cui siamo usciti molto tempo fa. L’integrità dell’ambiente umanizzato – città e campagna – non può più essere garantitaper tradizione, ma è affidata all’avventura del pensiero critico, che deve paragonare e correggere continuamente le sue scelte. Il confronto di oggi riguarda i due metodi di urbanizzazione ideati dopo la rottura dell’antico regime [Nota: la pratica haussmaniana e la pianificazione di stampo razionalista], ed è tuttora in corso con esito incerto.
Da questo dibattito dipende anche la conservazione del patrimonio antico, che trascende le nostre motivazioni attuali e impegna le generazioni future, probabilmente capaci di comprenderlo e usarlo meglio di noi. Per la conservazione degli oggetti inanimati basta il restauro del manufatto e il ricovero in museo, ma per la conservazione delle città bisogna recuperare l’equilibrio degli interessi e delle scelte, che fanno vivere in modo equilibrato lo scenario fisico e il corpo sociale.[1]

I crolli a Pompei

Quello invece cui assistiamo oggi è un’assoluta immobilità, aggravata dai tagli alle Amministrazioni e quindi dal prendere sempre più piede della Soprintendenza a scapito degli uffici tecnici comunali. Lo sappiamo benissimo che la Soprintendenza da anni è malata di disposofobia: niente si può più toccare, tutto deve restare com’è; poco importa che si tratti di una statua o del centro cittadino. In alcune palazzine di Bologna, ad esempio, è vietato cambiare gli infissi: questo si ripercuote nella pratica sadomasochistica di installare una seconda serie di infissi «nuovi» dietro gli infissi «vecchi». Geniale!
Ma una città immobile muore. L’asfissia della conservazione è un’ossessione tutta moderna e rischia di minare il principio stesso su cui si fonda la città.

Eppure anche Bologna è andata incontro a numerose e importanti trasformazioni; senza andare troppo indietro nel tempo, vorrei ricordare:

1866 – La nuova via Farini
Alcuni tratti stradali nella parte meridionale dell’antico centro cittadino sono completamente ridisegnati e rettificati su progetto dell’ing. Coriolano Monti. Scompaiono alcune testimonianze del passato come lo scalone di palazzo Guidotti o la torre degli Andalò, incorporata nelle case Dolfi.
1884 – Inaugurazione di via Indipendenza
Prevista già nel 1861 come strada per “l’accesso alla stazione delle strade ferrate”, la costruzione della via Massima (via Indipendenza dal 1874) era iniziata poco dopo con la sistemazione di Canton dè Fiori. Nel 1884 la strada viene inaugurata, anche se non del tutto finita. Il tratto compiuto ha comportato la rettificazione di importanti edifici e la demolizione di Palazzo Bonora e dell’Ospizio di San Giuseppe. Si è creato inoltre una nuova facciata per la chiesa di San Benedetto, della quale sono stati abbattuti l’abside e il campanile. I lavori di completamento fino alla stazione andranno a rilento negli anni seguenti: la prestigiosa via “direttissima” si potrà dire conclusa solo nel 1896, con l’edificazione della scalea della Montagnola.
1907 – La nuova via Irnerio
Tra via Indipendenza e porta San Donato iniziano i lavori per l’apertura di una arteria cittadina intitolata al giurista Irnerio e destinata ad attraversare il nuovo quartiere universitario.
1909 – La nuova via Rizzoli
Iniziano gli sventramenti del Mercato di Mezzo, previsti dal Piano Regolatore del 1889. Sono destinati a mutare radicalmente il volto del centro storico cittadino, tra il restaurato Palazzo Re Enzo e le Due Torri. Si decide di abbattere il Palazzo Lambertini e l’adiacente torre Tantidenari; sono demoliti inoltre gli isolati attorno a palazzo Re Enzo, delimitati da stradine di cui rimarrà solo il ricordo del nome: via delle Accuse, via della Canepa, piazza Uccelli, via Spaderie, via della Corda. Altre strade, quali via Orefici e via Caprarie, saranno allineate e allargate. Scomparirà, tra le altre, l’antica residenza dell’Arte dei Beccai, una delle corporazioni medievali più potenti. Sul lato meridionale della nuova via, che sarà dedicata al medico-filantropo Francesco Rizzoli, verranno costruiti tre grandi blocchi di edifici, completati solo dopo la Grande Guerra e a seguito di aspre polemiche per l’abbattimento di tre antiche torri.
1913 – Sventramento di Borgo San Giacomo
Comincia lo sventramento del borgo di San Giacomo, previsto nell’ambito della convenzione tra Comune e Università per la costruzione di nuovi istituti scolastici. Si procede all’abbattimento di una zona pittoresca e molto povera tra viale Filopanti e le vie Belmeloro, Sant’Apollonia e San Giacomo. Gli abitanti sono trasferiti in baracche costruite appositamente in periferia.
1916 – Ancora sventramenti nel Mercato di Mezzo
Hanno inizio le demolizioni del terzo e quarto lotto del Mercato di Mezzo: comprendono i fabbricati tra le vie Rizzoli, Calzolerie e piazza della Mercanzia. Viene innalzato il palazzo delle Assicurazioni Generali, terminato nel 1924 e un edificio affacciato su piazza della Mercanzia, destinato ad ospitare la Provincia. I lavori del quarto lotto sono a lungo interrotti per la presenza nell’area dei resti di tre torri medievali. Il Comune darà il permesso per l’abbattimento nel 1919, ma le nuove costruzioni saranno completate solo nel 1927.
1927 – La variante di Arpinati al piano regolatore del 1889
Il podestà Arpinati sovrintende a una corposa variante del piano regolatore del 1889. Il nuovo progetto prevede il completamento del quartiere universitario, l’allargamento di via Ugo Bassi, l’edificazione della città giardino del Littoriale, lavori sul canale di Reno, l’apertura di una nuova grande arteria dalle due torri a palazzo Bentivoglio sul tracciato di via dell’Inferno (proposta Muggia-Evangelisti), la nuova via Roma (attuale via Marconi, completata nel 1936).
1931 – Iniziano i lavori di copertura del canale di Reno
Il Comune incarica la ditta Forti e Nobili della copertura del canale di Reno nei pressi della nuova via Marconi. L’antico manufatto è oramai considerato solo una fogna a cielo aperto, che stride al cospetto dei “grattacieli” e delle moderne esigenze della circolazione veicolare. I lavori saranno interrotti dallo scoppio della guerra e ripresi nel 1956.
1946 – Copertura del torrente Aposa
Il Consiglio Comunale finanzia i lavori per la copertura del torrente Aposa e del canale delle Moline. I primi due lotti sono avviati “con somma urgenza per lenire la disoccupazione”. Con la copertura del tratto tra porta Mascarella e porta Galliera, completata nel 1950, l’Aposa non avrà più tratti scoperti in città.
1960 – Copertura del canale delle Moline
Viene coperto il canale delle Moline, originato dall’unione delle acque dell’Aposa e del Canale di Reno. Si trattava di una vera condotta forzata, con nove salti in corrispondenza dei quali si trovavano le ruote idrauliche di 15 mulini da grano, incaricati di produrre la farina necessaria per il fabbisogno cittadino.

Queste trasformazioni – oltre a pianificazioni urbanistiche attente -, al di là di polemiche relative ad aspetti estetici, hanno mantenuto vivo il tessuto cittadino, nel bene e nel male. Se oggi Bologna è fra le città più vivibili in Italia è anche grazie alle politiche intese a trasformare il tessuto urbano in funzione delle esigenze dei cittadini.
Eppure anche Bologna rischia di finire nella spirale infinita del non intervento ad oltranza.

Venezia è un caso emblematico: sempre Benevolo infatti sottolinea che “l’eccezionalità dell’ambiente in cui Venezia è costruita – con l’acqua al posto della terra, senza le automobili – basta a creare l’emarginazione funzionale che potrebbe essere agevolmente compensata dalla tecnologia moderna, ma che invece permane e si accentua perché gli interessi speculativi esterni, che utilizzano la sua decadenza, sono più forti degli interessi congiunti della popolazione veneziana e della cultura mondiale. Nè i soldi né i mezzi mancano, ma forse un luogo così illustre, nel cuore dell’Europa civilizzata, non si potrà salvare come una città funzionale e diventerà uno scenario inanimato, assorbito nel circuito del tempo libero, del turismo, della «cultura» tra virgolette.”[1] Pensare la città come un museo in scala maggiore esclude la vita, la società, l’uomo dalla città stessa.

La Venezia "cinese" di Macao

Sullo stesso punto, non poco tempo fa, sempre a Bologna, si è espresso Oriol Bohigas che, sulle pagine de “L’espresso” del 13 ottobre 2011, afferma che: “conservare gli ambiti tradizionali della città è molto importante. Ed è un’idea moderna: fino a 150 anni fa non si praticava il recupero degli edifici o quartieri storici. Mentre oggi li guardiamo con rispetto e considerazione. Ma la città non può essere uno spazio turistico museale, una città di facciate, decorative e magari fasulle. Il cittadino ha diritto a vivere con servizi efficienti e comodità specifiche: aria, luce, igiene, comunicazioni. In Italia avete uno sviluppato senso della storia, ed è un bene. Però le Soprintendenze spesso eccedono in conservazionismo, e per ragioni non solo ideologiche. Ripeto: la città non può essere un museo per il turismo organizzato. Parlavamo di questo già quando scrissi «La ricostruzione di Barcellona», nel 1985.”[2]
Ancora più interessanti forse sono le indicazioni per una possibile evoluzione della città: “ci sono molti modi di intervenire: codificare gli spazi privati e pubblici nei singoli quartieri, indirizzare la rete dei trasporti, investire nell’arredo urbano e negli spazi verdi. Un buon sindaco dovrebbe pensare in termini architettonici, o essere aiutato a farlo. […] ricordiamoci che l’architettura mercantile c’era anche nell’Ottocento, mentre il barone Haussmann reimpostava l’urbanistica di Parigi. E se pensiamo all’edilizia dopo il 1950, è per il 90 per cento di cattiva qualità; l’edilizia pubblicata sulle riviste non arriva al 5. La storia dell’architettura moderna è, in realtà, una storia di cose orribili, In Costa Brava come In Brianza.”[2]

Per questo riprendo il titolo (ovviamente provocatorio) dell’articolo di Bohigas: demolire non è un tabù.
Ovviamente non si sta parlando di radere al suolo e ricostruire, ma semplicemente di rinunciare all’approccio passivo che vuole la città come un oggetto intoccabile, tanto più che la disposofobia rischia di divenire vera e propria coprofilia, dato che già si parla di mettere sotto vincolo i “mostri” costruiti negli anni ’60 e ’70.
E proprio su questo punto auspico una maggior partecipazione alle scelte urbanistiche, riprendendo, in questo senso, la pratica medievale di compartecipazione fra autorità pubbliche e soggetti privati che oggi stenta a decollare. Così come ho aperto, chiudo ancora con una citazione di Benevolo: “la nuova combinazione tra interessi pubblici e privati proposta nei primi decenni del XX secolo […] mira a far intervenire l’iniziativa pubblica nel momento in cui il tessuto urbano si trasforma, lasciando liberi prima e dopo il gioco degli interessi privati: è la migliore approssimazione finora trovata per ripristinare, nel nuovo contesto sociale e istituzionale, l’equilibrio fra le due sfere che è proprio della storia europea e per tornare a giocare la carta dell’invenzione qualitativa nelle varie scale di progettazione.”[1]

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Riferimenti:

[1] L. Benevolo, Le città nella storia d’Europa, Editori Laterza : 2007
[2] O. Bohigas, Intervista di Enrico Arosio, L’espresso del 13 ottobre 2011

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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