E ora qualcosa di completamente diverso

M

 i è sempre piaciuto lo sketch dei Monty Python in cui la gente precipita dagli edifici e i due impiegati fanno scommesse su chi sarà il prossimo a cadere.

Lo sketch è degli anni ’70, ma è tragicamente attuale. Da diversi anni ormai assistiamo a un lento e costante “suicidio” sociale: ci hanno tolto prima la certezza del lavoro, poi quella della pensione, poi quella di uno stipendio decente per poterci permettere una casa o solo un mutuo, poi la possibilità di poter aver figli senza rinunciare a lavorare oppure dilapidare i propri risparmi in asili, poi la possibilità di poter vivere in un pianeta ancora vivibile e adesso si sta parlando di tagliare ancora i fondi ad ospedali e scuole.
Parlo di “noi”, perché considero la mia generazione (od almeno tutti coloro sotto i 40) le principali vittime del sistema scelto e portato avanti con nonchalance dalle generazioni precedenti. Mi dispiace, ma avete sbagliato su tutta la linea;  non so dire se questo è dovuto ad ottusità, indifferenza per il futuro dei prorpi figli o semplicemente sano opportunismo, ma sta di fatto che siamo arrivati al punto di non ritorno.

1) Chi sarà il prossimo?

Quello che più mi scandalizza però non è tanto il comportamento poco lungimirante di chi ci ha preceduto o dei nostri politici, ma dei miei coetanei: mi sarei aspettato scontri, proteste, manifestazioni; invece noto sempre più spesso una generale accondiscendenza al sistema e appunto una inebetita accettazione del tracollo generalizzato.
Gli studi sono gestiti da persone che non sanno nemmeno usare il computer e sfruttano giovani per poche centinaia di euro al mese? E’ l’unico modo di lavorare, perché se non ci sono io sicuramente c’è qualcun altro che si prostituisce (intellettualmente, si intende) per pochi euro.
Le mazzette e le raccomandazioni sono l’unico modo per lavorare e fare carriera? Tanto lo fanno tutti.
Stiamo spremendo il pianeta come un limone, rendendolo giorno dopo giorno più invivibile? Spero proprio di non esserci quando ci toccherà vivere sotto terra.

La cosa che mi sconvolge è la mancanza assoluta di reazioni: sono il primo a non credere nelle “rivolte del popolo”, ma almeno una presa di posizione me la sarei aspettata.
Invece nulla.
Che sia la troppa televisione? O è la sindrome del cane bastonato, che alla fine se ne sta buono in fondo alla cuccia e non abbaia più?
Mancassola, in un articolo pubblicato su Il Manifesto del 7 novembre 2010, parla di sindrome “locked-in” per questa generazione: “Quando penso alla generazione cui appartengo, e a quelle che si affacciano a seguire, penso spesso alla sindrome locked-in. Come saprete, si tratta di una condizione poco gradevole. Persone che non controllano più alcun muscolo si ritrovano, perfettamente lucide, prigioniere dentro un corpo paralizzato – riuscendo al massimo a muovere una palpebra. […] Le alternative, almeno a giudicare dal teatrino a oltranza che occupa la scena di questo paese, sarebbero le solite: diventare un cervello in fuga o carne da macello per il grande carnevale al potere. Fare la fila ai provini dei reality oppure, se si è ancora abbastanza freschi per soddisfare il mercato, provare a vendere tutto quello che si ha da vendere. […] Torniamo alla domanda cruciale. Perché tutto questo malessere introiettato, questa consapevolezza solitaria e impotente, questa paralisi e questa scarsità di reazioni che siano soprattutto reazioni condivise? Perché questa “incoscienza di classe”? […] La dispersione è l’orizzonte in cui siamo cresciuti. Abbiamo identità sincretiche, sfaccettate, frammentate e dislocate. Il mercato delle merci e delle esperienze ha instillato in noi, volenti o nolenti, la percezione che la vita vera fosse sempre altrove, sempre un po’ più in là, in un altro luogo […]. Siamo cresciuti pensando che la nostra vita vera fosse altrove solo per renderci conto, infine, che forse non è più da nessuna parte. È anche per questo che essere qui e ora, in pieno, con l’altro e con la sua lotta, anche quando la sua lotta è così vicina alla nostra, ci è così difficile. […] Perché la gioventù più connessa e con le risorse informative più elevate della storia si è rivelata, nei fatti, anche la più politicamente passiva? […] La coscienza politica sembra esaurirsi nel cliccare “mi piace” sulla pagina di una petizione. […] Guardo negli occhi gli uomini e le donne della mia età, e i ragazzi e le ragazze più giovani: ufficialmente, la loro frustrazione è quella di non riuscire ad avere tutto ciò che hanno avuto i loro genitori, di non riuscire a perpetuare lo stesso modello di benessere, di crescita e di sicurezza – vera o sognata che fosse – borghese. Sarà proprio questo il problema? La fiacchezza politica delle ultime generazioni non sta invece nel fatto che molti, semplicemente, nei loro cuori, non credono più nelle cose che dicono di desiderare e di rimpiangere? È sempre più ovvio che il problema non è perpetuare il modello delle generazioni precedenti. Si tratta di immaginare modelli nuovi. La sola via d’uscita dalla crisi è quella di trasformarla in un’opportunità. […]  Le generazioni precedenti ci hanno condotto in un vicolo cieco ed è inutile spingere per riuscire a percorrerlo. Sarà anche per questo che una parte ingombrante di quelle generazioni, soprattutto in questo paese, sessanta e settantenni uncinati al potere, con la faccia liftata e la coscienza sporca, se ne stanno piantati lì in mezzo, non accettando di farsi da parte, proiettando la loro ombra e ostruendo la visuale: per non farci vedere che la loro strada non andava da nessuna parte.

2) Generazioni di mediocri

Diciamoci la verità: se questa generazione è insofferente, le generazioni precedenti si sono dimostrate incredibilmente mediocri ed incapaci: abbiamo politici che a malapena parlano correttamente italiano, molti ladri, diversi inquisiti, alcuni condannati in via definitiva; se un paese si giudica dalla testa siamo proprio nei guai.
E se vogliamo tornare in un ambito più vicino allo spirito di questo blog, pensiamo alla notizia apparsa oggi, che il nuovissimo stabile del Comune di Bologna verrà evacuato (!) per “rischio legionella e malattie respiratorie”. Mentre Cucinella se ne sta beato su Wired a crogiolarsi sugli allori, le sue architetture si rivelano sempre di più per quello che sono: bufale. Da tempo io stesso andavo dicendo che un edificio in cui si soffre di caldo d’inverno e si congela d’estate significa che è stato progettato da un incapace: non bastano alcuni pannelli fotovoltaici appiccicati sul tetto per trasformare un edificio in una architettura “verde”.

La nuova sede del Comune di bologna

Se veramente vogliamo cambiare qualcosa anche nell’architettura occorre cambiare registro. La nuova sede del Comune di Bologna non è un’architettura bella, non è nemmeno funzionale: è l’ennesimo parto di una mente mediocre.
E’ finita l’epoca delle mezze calzette e continuare nel solco della mediocrità non potrà far altro che portarci lentamente verso il baratro.
Non è solo questione di scontro generazionale (perché credo ci siano tanti giovani là fuori migliori di questi signori) ma di economia.
Se leggiamo la classifica della competitività globale redatta dal World Economic Forum è possibile osservare come l’Italia sia in caduta libera.

Indice competitività 2010-2011

Quest’anno siamo fra la Lituania (lo so che molti di voi non sapranno nemmeno dov’è: ve lo dico io, è fra la Polonia e la Lettonia) e il Montenegro (indipendente dalla Serbia solo dal 2006); è interessante notare come siamo addirittura sotto al Portogallo, fresco di crisi economica. Comportamenti come affidare l’azienda al figlio scemo, tutelare il sistema di raccomandazione in ambito pubblico e privato, favorire gli illeciti rendono più difficile la vita di tutti perché le aziende falliscono, la scuola e le istituzioni peggiorano e la società si impoverisce.

3) Basta somatizzare

La nostra generazione, anzichè parlare, somatizza (come dice Raul Cremona).
C’è un bel articolo di Christian Raimo che parla di “introiezione del conflitto”“Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese […]. Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. […] Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca […]. Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità. […] La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.
Io credo che la mia generazione sia migliore.
E il solo modo di dimostrarlo è quello di alzare la testa ed affrontare la gerontocrazia, la mignottocrazia, la mediocrità di petto, ad alta voce.

Ovviamente questo non vale per tutti …

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”

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