Competenze di ingegneri, architetti e geometri – redux

Quando ho pubblicato nella sezione ingegneria un paragrafo relativo alle competenze delle figure dei vari ordini professionali, il mio intento era quello di fornire un quadro legislativo inerente la professione di “progettista” in senso lato.

A quel tempo mi sembrava abbastanza scontato il divario fra le varie figure e quindi non avevo dato troppo rilievo al tutto. Ebbene, dopo diversi anni di lavoro nel settore e dopo le ultime sentenze della Cassazione, mi sorprendo invece di come l’Italia anche in questo caso si dimostri patria delle leggi incompiute (anzi, delle leggi “che non puoi assolutamente fare questo, tranne …”, delle leggi che non dicono mai qualcosa di definitivo, ma lasciano sempre adito a future interpretazioni, cui appigliarsi in caso di bisogno) e delle in-competenze professionali[1].

1) Una sentenza definitiva (?)

Tutto comincia (anzichè finire) con la sentenza della Corte di Cassazione n. 19292 del 7 settembre 2009: in questa sentenza si ribadisce che ai tecnici diplomati è consentita la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere riguardanti il cemento armato, eccezion fatta per piccoli manufatti accessori agricoli che non richiedano particolari calcoli e non comportino pericolo per l’incolumità pubblica. In realtà questa intenzione era già insita nell’art.52 del “vecchio” R.D. 2537/1925, così come confermato dal DPR 328/2001 (che ha istituito le nuove professioni nell’ambito civile-ambientale) e dalle sentenze della Cassazione 8545/05, 7778/05, 6649/05, 3021/05, 19821/04, 5961/04, 15327/00 e 5873/00.

Risultato: apriti cielo!

Il 20 novembre 2009, dopo diverse circolari emanate dagli ordini degli architetti e degli ingegneri di diverse provincie, il consiglio nazionale  dei geometri guidato da Fausto Savoldi ha denunciato all’Antitrust comportamenti di turbativa alla concorrenza da parte di ingegneri e architetti, rei di “esplicite diffide rivolte agli iscritti agli Ordini (tra i quali i dipendenti degli enti pubblici nella loro qualità di pubblici ufficiali) finalizzate a difendere interessi sfacciatamente corporativi”.

Quindi il problema non è definire finalmente le competenze professionali (d’altronde un dentista è un medico, perchè nessuno va da un dentista per un trapianto?), ma proteggere i propri “interessi corporativi”; in fondo sappiamo che da anni l’architettura è stata messa da parte per far posto agli interessi dei cementificatori di turno, senza badare all’interlocutore tecnico – umile servitore del vile denaro -.  C’è un sistema collaudato di scambi di favori (che spesso sfiorano nell’illegalità) che costantemente mina il fare architettonico: le norme esistono da sempre, come al solito manca la volontà di farle funzionare.
Perchè è evidente che tale sentenza non colpisce i “giovani” geometri, che generalmente si accontentano di occuparsi di catasto o perizie o sicurezza (anche perchè, anzichè 3 anni di tirocinio, tanto meglio allora prendere una laurea junior in architettura, che non si nega a nessuno), ma i “vecchi” professionisti ormai caparbiamente insediatisi nei settori privilegiati.
E non sorprende che i vari ordini degli architetti e degli ingegneri si risveglino solo oggi (guarda caso proprio quanto la crisi economica ha portato la “torta” da spartirsi ad assotigliarsi sempre di più), quando praticamente dal dopoguerra in poi queste sono pratiche consolidate.[2].

2) “Sa vùt savòi te!”

Che tradotto in italiano (dal dialetto romagnolo) significa: “Cosa vuoi sapere te!”.
Questa è la frase che puntualmente si è costretti a sentire quando si cerca di far rilevare gli sbagli nelle operazioni di cantiere o gli errori progettuali da:

  • chi ha fatto (anche se solo per qualche mese all’anno) il muratore e quindi in quanto esperto del settore “sa” più di chiunque altro dove posizionare i ferri delle armature o come realizzare l’attacco di un cornicione;
  • chi da diversi anni lavora a vario titolo nell’edilizia (anche se solo immobiliarista) perchè anche solo avere visto conta più di una laurea;
  • chi si è costruito la casa “da solo” (ma anche solo qualche genere di manufatto) perchè anche se non muratore, comunque “sta su da cinquant’anni”;
  • chi è professionista (soprattutto ingegneri e geometri) da tanti anni e quindi “si è fatto una bella esperienza”; tanto mica è cambiata la normativa in questi anni, portando ad esempio la progettazione delle strutture agli stati limite, in cui serve tutta una nuova “sensibilità” ed i canoni precedenti sono completamente stravolti.

Non ci si deve stupire di questo: in Italia non è richiesto un livello di preparazione alto in quasi nessuna disciplina (forse nel calcio, ma forse).  Credo che tutti si possano accorgere di quanti piccoli o grandi abusi ci circondano, di quanto l’edilizia non sia considerata una materia “seria”.

A mio parere uno dei problemi principali sta nella mentalità: non sapete quante volte mi è capitato di vedere persone che magari al supermercato per risparmiare qualche euro passano ore a scegliere un prodotto piuttosto che un altro e poi, per costruirsi la casa (quindi investendo molti più soldi), affidarsi all’ “amico di famiglia” con la semplice richiesta di “fammi la casa” (senza magari sentire altri progettisti, discutere le soluzioni, i costi, ecc.).
Non so se è colpa dei professionisti del settore, che per anni hanno approfittato di questa situazione, oppure di coloro che richiedono queste prestazioni (ma forse è come chiedersi se è nata prima la gallina o l’uovo); fatto sta che ancora in Italia si aspetta una seria riforma del settore.

In definitiva gli architetti nella mentalità comune sono assimilati a “inutili creatori di minchiate” e gli ingegneri a “calcolatori senza alcuna fantasia”; l’unico a cui rivolgersi per avere una casa “normale” rimane quindi il geometra.
Come già ho avuto modo di scrivere in una mia mail a Salvatore d’Agostino, “è chiaro che da tempo (a parte pochi casi isolati), si è smesso di costruire “per le persone”. […] C’è un paradosso interessante: i grandi nomi sono interessati a portare avanti le proprie “idee” spesso a discapito della vivibilità stessa dell’opera, ma producono (forse) lo 0,001% dell’architettura mondiale (in pratica un numero irrisorio, che non ha paragone ad esempio nella musica o nella pittura o nella letteratura, dove ci sono correnti condivise dalla maggior parte degli artisti); dall’altra parte più del 90% del costruito potrebbe venire annoverato in una sorta di “architettura eclettica” (a dir poco), del tutto diversa da quella dei grandi nomi, in cui gli interessi speculativi però portano a luoghi altrettanto invivibili.
Purtroppo il discorso sembra costantemente incentrato su valori formali: c’è mai qualcuno che, oltre a diagrammi, decostruzioni, postmodernismi, e chi più ne ha più ne metta, riesca veramente a progettare per chi quei luoghi li andrà ad abitare? […]
Inoltre, come il postmoderno non è riuscito a plasmare strumenti facilmente diffondibili e chiari, allo stesso modo l’architettura odierna non offre mezzi certi per intervenire sul reale; da un parte c’è l’eccezionalità delle singole opere e gli strumenti con cui vengono realizzate, dall’altra la non bene definita finalità della stessa, il suo significato profondo.”

3) Il laureato non è un ausiliario del tecnico

Sul sito dell’ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma è possibile leggere una appendice alla sentenza della Cassazione citata ad inizio dell’articolo, che riguarda i rapporti fra laureati e tecnici: in questo caso si ribadisce il fatto che un tecnico non può redigere un progetto di massima e subordinarne quindi alcune sue parti (di cui ovviamente non può occuparsi, come il calcolo del cemento armato) a professionisti laureati.
In realtà anche questa parte sembra abbastanza scontata: se il geometra (o qualunque tecnico) legalmente non ha la capacità di gestire in piena autonomia le scelte riguardanti le costruzioni in cemento armato, come potrebbe gestire l’intero processo di progettazione? Sarebbe come pretendere di saper costruire un’automobile senza conoscere i metodi di assemblaggio delle varie parti meccaniche.
Perchè la corretta gestione di un progetto architettonico può essere fatta solo da chi conosce tutte le fasi del processo.

Il problema è che pochi professionisti hanno queste capacità (un esempio su tutti: gli architetti non sanno nulla di strutture e gli ingegneri non sanno nulla di architettura) e men che meno i geometri.
Per quale motivo anche in Italia non si adotta un sistema di accreditamento della propria professionalità, come già avviene nel resto d’Europa (sto pensando ad esempio al sistema anglosassone)? Gli ordini professionali in questo senso paiono veramente “corporazioni” inermi che si limitano a confermare la validità in generale di un professionista, senza distinguere fra chi ha le competenze e chi no.
A peggiorare le cose ora abbiamo pure gli accreditamenti per essere “certificatori energetici” oppure “responsabili della sicurezza”, accreditamenti cui possono partecipare sia tecnici che laureati triennali o quinquennali: questo significa che, nonostante i diversi percorsi di studi, un geometra, un ingegnere o un architetto, dopo 200 ore di corso possono avere le stesse competenze?!?
Ed ancora, grazie a Bersani i giovani laureati non hanno nemmeno più la certezza di un minimo garantito: se chiunque può costruire “modesti manufatti” (che possono quindi essere intesi anche come abitazioni a due piani) e se non c’è nemmeno la certezza di venire ricompensati in base alle proprie qualità allora tantovale fare geometra ed almeno risparmiarsi i 5 anni (o più) non retribuiti di università.

Appare urgente quindi ridefinire competenze e professionalità, fra cui vorrei ricordare l’annoso problema sulle competenze sul restauro, dibattuto fra ingegneri ed architetti.
Oppure togliere del tutto ordini e sistemi di accreditamento: tanto in Italia siamo abituati al Far West dei falsi dottori.

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

Riferimenti:

[1] Solo per fare qualche esempio: per il settore civile/ambientale le differenze fra ingegneri e ingegneri junior si basano sul fatto che a questi ultimi compete “la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l’uso di metodologie standardizzate. Ora ditemi voi quale valenza oggettiva possono avere definizioni come “costruzioni civili semplici” (visto e considerato il fatto che la semplicità è un carattere soggettivo per ogni applicazione: per Einstein la relatività generale può essere semplice, ma per chiunque altro è un bel mattone) e “metodologie standardizzate” (perchè, esistono delle metodologie non standardizzate ad esempio per il calcolo del cemento armato?). Allo stesso modo ai tecnici diplomati compete il “progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili: cosa significa “modeste”?!? Perchè non la smettiamo con questi termini VOLUTAMENTE fumosi e cominciamo a dire: ingegnere junior, al massimo due piani; geometra, niente edifici in cemento armato; ingegnere: niente restauri; architetto: nessun impianto??

[2] Salvatore d’Agostino mi ha segnalato un link che parla dello stesso argomento su Amate l’Architettura.
L’articolo è molto bello e pertanto consiglio a tutti la lettura. Cito direttamente una frase che condivido appieno: “Noi di amate l’architettura non vogliamo arrivare allo scontro tra categorie professionali, ma crediamo sia arrivato il momento giusto per sedersi attorno a un tavolo e ridefinire le competenze di professionisti che hanno una formazione completamente diversa gli uni dagli altri e il buon senso porterebbe a pensare che possano svolgere incarichi differenti ma complementari tra loro, non dimenticando che le norme che attualmente regolano le competenze professionali hanno più di 80 anni e non hanno più senso di esistere in una società completamente diversa da quella del 1925.”

ULTIMI INQUIETANTI AGGIORNAMENTI

Leggo su Architettura Catania che : “Un assurdo disegno di Legge (il n° 1865) presentato dall’Arch. Simona Vicari a firma tra gli altri anche del Sen. Salvatore Cuffaro propone di estendere le competenze di progettazione architetonica, di restauro conservativo e di ristrutturazione ai geometri. Il DDL prevede che ai geometri possa anche essere affidato il calcolo delle strutture in cls armato fino a tre piani e inferiori a 5000 mc. (!)”.
Quindi innanzitutto scrivete sul blog della senatrice per esprimere il vostro disappunto: http://simonavicari.blogspot.com.
Poi prendetevi cinque minuti per pensare a come si stia cercando da diverso tempo, in maniera costante, di screditare in ogni modo la professionalità e le competenze di ingegneri ed architetti e, conseguentemente, dei piani di studio universitari intrapresi da ognuno di noi.

E’ ora di dire basta!

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17 comments

  1. Non credo sia possibile portare il sistema anglosassone in Italia, perchè sappiamo benissimo come vengono svolti gli esami: a parte bigliettini e sms, basta la “coscenza” delle persone giuste per passare.
    Perchè poi non ricordiamo la proposta di qualche tempo fa di poter far comunque progettare ai “vecchi” geometri le strutture in cemento armato previo corso di aggiornamento: questo si che significa non riconoscere minimamente il percorso di studi di una persona.

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    1. In questo non so cosa dirti…capisco la frustrazione: ho preso sempre ottimi voti all’università in tutti gli esami specifici per le strutture (scienza, tecnica, costruzioni in zona sismica, ecc…), ho seguito facoltativamente anche scienza delle costruzioni 2 e ho dato una tesi in scienza delle costruzioni che mi ha portato a studiare argomenti di solito non trattati nei normali corsi (teoria di Reissner-Mindlin applicata in strutture tridimensionali); eppure oggi, dopo essermi iscritto all’ordine ed aver esercitato la professione di ingegnere per diversi anni, sono considerato alla pari (anzi, molto meno) dei “vecchi” professionisti che ancora oggi ragionano alle “tensioni ammissibili” e sono costretti ad impiegare (magari per meno di 550 euro al mese) giovani ingegneri come me che i calcoli richiesti dalla nuova normativa li sanno fare.
      Però bisogna essere positivi.
      Od al massimo sperare in una giustizia divina (che però non usi poveri innocenti come all’Aquila per dimostrare che il sistema è malato ed inefficiente).

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    1. Veramente questo non voleva essere un articolo in cui spiegavo per filo e per segno le competenze (anche perchè, come si può evincere dalle discussioni, non sono neppure chiare per lo stato italiano).
      Io credo fermamente che la coscienza di ognuno dovrebbe guidare nella scelta di ciò che si può o non può fare: in tutta onestà, come potrebbe un geometra avere conoscenza approfondita sulla progettazione agli stati limite, quando a malapena negli istituti tecnici si studiano le strutture isostatiche? Ma la stessa cosa può dirsi per un architetto o un ingegnere elettronico v.o. che ha deciso di iscriversi all’albo degli ingegneri civili/ambientali.
      Io stesso sono il primo ad esempio a dire che per quanto riguarda il catasto ne so poco o niente.
      In ogni modo, posso cominciare a pubblicare dei link che rimandano alla legislazione inerente le attività professionali, se siete d’accordo.

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  2. Ok. Ho aggiunto l’ultima parte relativa alla legislazione a riguardo delle competenze professionali (ho saltato i vari giudizi della Cassazione, in quanto riassumibili dall’ultima sentenza indicata).

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  3. Matteo,
    io credo che il problema sia ‘culturale’ occorre lavorare in sinergia tra architetti e ingegneri per cambiare questo degrado ‘professionale’.
    Evitare le nette contrapposizioni di casta l’architetto non ha l’esclusiva del bello, come l’ingegnere non è l’esperto dei soli calcoli statici.
    A tal proposito su Wilfing propongo quattro movimenti.
    Non serve solo normare le competenze del geometra.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  4. Molti anni fà , in una delle solite campagne ricorrenti contro i geometri , su tassativa indicazione del mio Ordine , dovetti segnalare in commissione edilizia , l’abuso di competenza di un geometra . L’Ordine si fece carico di denunciare il geometra progettista, ma per ipocrisia e rifiuto delle responsabilità che l’Organo competente attraverso alcuni suoi membri doveva assumersi, venni fatto passare come unico responsabile ,e perseguitato ,( ancora lo sono ) dalle calunnie infamanti del denunciato. La causa intentata dall’Ordine al geometra per abuso dell’attività professionale, venne archiviata, ma io che ero stato per necessità fedele al mandato dell’Ordine fui gravemente danneggiato nel mio lavoro , che dopo quei fatti conobbe un calo vertiginoso. La mancanza di prove mi impedì di rivendicare i miei diritti e denunciare i fatti. Ho voluto esporvi questo triste episodio per dimostrare che finchè non si farà una Legge seria e inequivocabile sulla distinzione di competenze è assolutamente inutile richiamarsi alle sentenze della Cassazione e continuare a “rubarci il pane dalla bocca.”

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    1. Vorrei ringraziare Francesco Martinelli per questa testimonianza.
      E’ indubbio che non solo debba essere il sistema degli ordini a funzionare ma anche quello giudiziario: visto che le cause hanno tempi biblici spesso e volentieri si è tentati di lasciare perdere.
      Viene inoltre ricordato un altro tema fondamentale: ingegneri, architetti, geometri, periti hanno professioni che si sovrappongono e non è chiaro (nemmeno alla giurisdizione come abbiamo visto) quali sono i limiti delle varie categorie; la concomitanza del periodo di crisi, della scomparsa dei minimi tariffari e dell’incertezza dei ruoli ha portato molti ad una lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi il cliente di turno.
      Siamo così arrivati alla “svendita” della professione, come al supermercato, e a “rubarci il pane dalla bocca”: questo fa male non solo alla nostra professione, che viene continuamente calpestata, ma anche all’economia.
      In un paese normale la corsa al massimo ribasso dovrebbe essere fermata dalla ricerca di serietà e professionalità…ma credo che sia inutile – visti anche gli ultimi avvenimenti – ricordare come il nostro non sia un paese normale…

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  5. ma è possibile che nessuno si vuole mettere in testa che il geometra laureato possiede una laurea che, considerando le lauree che concorrono a tale titolo, può essere quella di architettura, di ingegneria nonchè, per ultimo e non per importanza, quella di scienze geotopografiche?

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    1. beh … un geometra laureato è un ingegnere se è laureato in ingegneria, un architetto se laureato in architettura … ma non so proprio dove si possa prendere una laurea in geotopografia …

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