Non importa che sia bello o brutto, basta che sia grande.

n2ei giorni scorsi avevo parlato di come la mancanza di “valori” fondanti capaci di dare una reale spinta al fare architettura abbia spinto i progettisti ad impegnarsi su tematiche secondarie; una delle correnti principali che si avvertono è quella del “gigantismo” nelle costruzioni.

Gigantismo sinonimo di decadenza?

Ovviamente il tema del “gigantismo” non è sempre sinonimo di decadenza o disfacimento: l’ordine gigante di Palladio che si estende per due piani rappresenta una soluzione architettonica di prim’ordine, così come nella facciata della Basilica di S. Andrea dell’Alberti risulta fondamentale per la giusta composizione delle parti; eppure, nel Metropolitan Museum di New York City, è possibile ammirare un capitello corinzio di ordine gigante, probabilmente una riproposizione di quelli presenti nell’ U.S. General Post Office (sempre a NYC) che afferma di essere “il più grande capitello corinzio del mondo”.
Questo leggero sfasamento di luoghi, date e soprattutto interpretazioni dell’elemento ci fa capire come è facile passare dal semplice “fare architettura” ad una dichiarazione più o meno esplicita della propria superiorità (culturale, politica, tecnologica, ecc..) attraverso il “sovradimensionamento”, la passione per il “gigantismo”.

Non è solo l’architettura a muoversi in questo campo: la proliferazione di SUV (che tutti possiamo constatare), incurante delle ridotte dimensioni delle strade italiane, dei consumi stratosferici e dell’inquinamento, ne è la riprova.
Vedere il “capitello corinzio più grande al mondo” isolato in mezzo a una sala neo-rinascimentale all’interno del Metropolitan di NTC è stato come un’epifania: sono quelle cose che senti già dentro di te ma che di colpo ti vengono alla mente (come fa il dott. House).
Un particolare ironico: costruire opere colossali in tempi in cui i fondi c’erano e pure tanti era una cosa; costruire oggi con la crisi economica in atto e con le banche in panne appare ancora più assurdo.

Un caso limite: l’isola di Zira

Pensavo che il “gigantismo” avesse la sua massima espressione nel “grattacielo”.

Mi sbagliavo.

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Il progetto dell'isola di Zira

Ecco il progetto presentato dallo studio BIG : un’intera isola modificata e riprogettata al largo di Baku, la capitale dell’ Azerbaijan.
L’isola si chiama Zira, ha un’estensione di 1.000.000 mq ed è pensata come la prima realizzazione in Asia di un masterplan di un’area ad emissioni zero: il sole ed il vento saranno utilizzati per generare energia e l’acqua sarà riciclata.
Pompe di calore connesse al Mar Caspio riscalderanno o raffrederanno le strutture; le pale eoliche, costruite sul mare (non sull’isola) e i pannelli fotovoltaici, posizionati sulle facciate e sui tetti degli edifici, permetteranno di accumulare l’energia necessaria al funzionamento dell’isola. L’acqua potabile sarà fornita da impianti desalinatori mentre l’acqua di scarico e l’acqua potabile saranno trattate da specifici impianti per il trattamento e riciclo. I rifiuti organici saranno trattati per venire riutilizzati quali fertilizzanti mentre non è ancora stato chiarito e reso noto come verranno gestiti i restanti rifiuti solidi.

Ma è possibile realizzare un ambiente sostenibile attraverso la realizzazione di complessi residenziali ad alta densità su di un’isola?
A mio parere, come al solito, si cerca di mascherare attraverso la facciata della biosostenibilità un progetto ambizioso, dispendioso e volto unicamente a destare scalpore.
Lo studio ha affermato che la skyline che svetterà sull’isola, e che sarà visibile dalla capitale posta non molto distante, sarà composta da “edifici organici” che dovrebbero ricordare le linee montagnose dell’entroterra conferendo all’isola una alone naturale; in realtà, guardando le precedenti realizzazioni del gruppo, si capisce che il progetto non è stato assolutamente ispirato dalle montagne dell’ Azerbaijan: è semplicemente un’accozzaglia dei vecchi progetti dello studio BIG rimodellati e scalati per essere situati in questo contesto.

typologies

Tipologie di forme organiche-edifici

La relazione presunta tra edifici e forme organiche, più che un punto a favore, segna a mio avviso la necessità di trovare motivazioni “esterne” ad un progetto che di per sè appare abbastanza carente dal punto di vista urbanistico e compositivo: è un insieme di “episodi” isolati l’uno dall’altro che difficilmente esprimono unìunità di intenti.
Inoltre si sente la mancanza di una “mano forte” capace di dare una identità alle strutture principali, che si perdono così nel marasma generale.

Installare impianti ecologici trasforma tutto il resto in “ecologico”?

Infine: se di “isola ecologica” si tratta, anzichè parlare delle solite centrali eoliche, perchè non si parla invece di integrazione del verde negli edifici? Perchè non si parla di utilizzo di materiali naturali della zona o di riutilizzo di forme architettoniche indigene al fine di rinnovare la buona cultura del costruire della zona? Perchè non si parla di soluzioni passive nella modellazione dell’intera isola al fine di sfruttarne appieno le potenzialità? Perchè non si parla di integrazione ed ottimizzazione dei percorsi, di mezzi elettrici, di gestione dei flussi?

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

Riferimenti:

http://europaconcorsi.com/stories/87133-Il-masterplan-di-BIG-Architects-per-un-isola-nell-Azerbaijan-
http://www.archinnovations.com/news/news/zira-island-master-plan/

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