Da dove iniziare?

visti gli ultimi sviluppi dell’architettura contemporanea, è innegabile il fatto che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Credo che il limite – al di là di ogni giudizio formalistico riguardante la bellezza dell’opera – sia ben esemplificato da edifici come l’hotel Marqués de Riscal (a tal proposito interessante l’articolo di Ugo Rosa) o il Guggenheim di Bilbao di Gehry (di cui ripropongo l’interessante sfuriata riguardo alle macchie di sporco) o il progetto per il nuovo centro per le arti sceniche ad Abu Dhabi della Hadid.

Le forme organiche di Calatrava possono essere accostate alla volontà di esternare la funzione strutturale, le bolle di Fuksas alla ricerca di una ottimale forma bioclimatica, ma gli esempi sopra riportati sono forme fini a sè stesse. Siamo arrivati all’amorfo, alla celebrazione dell’architettura unicamente come forma visiva e scenica, come provocazione, come oggetto unico e non replicabile (poco importa se tale oggetto adempia ai propri scopi, vedi l’articolo sul Corriere della Sera del 16 luglio 2008).

Oggi come oggi vengono premiati solo i progetti che “fanno colpo”, poco importa se “corretti” dal punto di vista compositivo o della fruizione.

Al polo opposto, sempre sulla falsariga del “sensazionalismo” di bassa lega, si assiste ad un continuo “eclettismo” moderno: il progetto Citylife di Milano propone tre grattacieli, uno diverso dall’altro, in cui però vengono riproposti “a caso” stilemi moderni come la  facciata vetrata continua, la variazione verticale della ripetizione dei piani e quello che a mio avviso è il pezzo migliore, la torre incurvata (come se si afflosciasse per l’angoscia di stare in quel luogo…). Per quale motivo la torre incurvata? Cosa vuole significare? Non è funzionale, non è interessante, non pone nuove visuali allo skyline cittadino. Sullo stesso sito si sottolinea come le torri non sono state progettate per dialogare in qualche modo con Milano, ma unicamente che:

“gli edifici si caratterizzano per l’elevato contenuto tecnologico e l’innovatività dei materiali impiegati”

Bene. L’edificio è il materiale impiegato.

Nel secolo scorso abbiamo assistito a numerosi tentativi di rivoluzionare il linguaggio dell’architettura, il modo di fruirla ed il modo di collegarla ad altre realtà. Arrivati a questo punto, è possibile re-inventare ancora una volta il nostro modo di fare architettura?

S.V.B.E.E.Q.V.

Matteo Seraceni

5 comments

  1. Penso che il tarlo del capitalismo estremo abbia ormai eroso il mondo dell’architettura e per questo non è più possibile immaginare di poter pubblicare un progetto che sia solamente “funzionale”.

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  2. Uno dei problemi principali è per me che spesso, e in particolare nelle Università, si confonde l’Architettura con il design architettonico: forme del tutto autoreferenziali e prive di qualsiasi natura funzionale, estetica, simbolica. Puro sperimentalismo!
    Si studia per cinque anni in un Ateneo per poi scoprire che non si è imparato quasi nulla sull’Architettura se non a giocare con le formine come fanno i bambini.
    Ciò che è oggi fondamentale è il mercato, e il mercato si nutre di immagini sempre più sensazionali – non solo nell’architettura – e poco importa tutto il resto.
    Anche le moderne architetture sono merci: sono convinto che tra poco saranno venduti su internet MUSEI HADID, TEATRI PIANO, ETC., da poter porre dappertutto (spesso, appunto, molte opere sembrano piovute per caso, dal cielo, aliene in un luogo, ma potrebbero essere in qualsiasi parte del mondo).
    Credo che per re-inventare ancora una volta il nostro modo di fare Architettura, sia necessario partire da un cambiamento nell’insegnamento universitario, e iniziare come architetti ad impegnarci a diffondere una corretta educazione estetica (intesa come un modo civile di vivere le città e il paesaggio), e soprattutto impegnandoci a creare un’Architettura Italiana che risponda alla complessità del nostro paese (soprattutto il rapporto con la memoria), e che non si venda alla mera moda internazionale!
    Mi piacerebbe, caro Matteo, se me lo permetti, porre un link al tuo blog nel nostro, che è ancora in fase di preparazione e completamento ma è già in rete, attivo con alcuni articoli.

    Un saluto!

    A presto

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  3. In effetti la mercificazione dell’oggetto architettonico è ormai sotto gli occhi di tutti e mi sono accorto (anche girando diversi blog) che è un argomento molto spinoso: non mi stupirei ad esempio se le archistar cominciassero a “firmare” anche i propri progetti con delle simil – D&G sulle facciate dei propri edifici.

    E’ altresì ovvio che questa è la naturale conseguenza della massificazione dei prodotti e dell’importanza sempre maggiore data all’economia nel nostro sistema capitalistico.

    Certo che puoi mettere un link!

    A presto

    Matteo

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