Luce e follia (Cieli bui e UNI 11248)
22 ottobre 2012 alle 9:25 am | Pubblicato in Editoriali, Illuminotecnica | 36 commentiEtichette: Cieli bui, Cielobuio, Illuminazione, Illuminazione Pubblica, Illuminotecnica, Legge di stabilità, Risparmio energetico, UNI 11248
O
ttobre sarà ricordato – fra le altre cose – come il mese della legge di stabilità e del decreto “Cieli bui” che già ha infervorato le piazze e i maggiori talk-show italiani.
Pochi però sanno che, nello stesso momento in cui si parlava di ridurre o addirittura spegnere le luci nelle città per risparmiare qualche euro, veniva dato alle stampe l’aggiornamento della norma sull’illuminazione stradale (UNI 11248:2012) che fa da contraltare alle intenzioni del Governo e prescrive illuminazioni più alte di circa il 50% rispetto alla versione precedente.
Devo ammettere di aver sempre apprezzato il teatro dell’assurdo e, proprio in questi giorni, stavo pensando se l’inutilità dei nostri politici e – di rimando – delle istituzioni ad essi legate, non fosse in qualche modo un sottile stratagemma per trasformarci tutti in “rinoceronti” (tanto per citare un’opera a tema): e appunto, come nel testo di Ionesco, mi domandavo se anziché ostinarmi a rifiutare il qualunquismo imperante dovrei invece uniformarmi alla massa.
Purtroppo, anche in questo frangente, mi sento solo: c’è qualcun altro che pensa che questa sia pura follia?
Certo, lo so, viviamo nello stato delle banane.
Che colpo di teatro! Viene approvato un decreto che spegne le luci perché ormai i Comuni sono in braghe di tela e di contro esce una norma (quasi in contemporanea) che innalza la quantità di luce richiesta. Ovvero: ci sarà più luce di notte, ma per meno tempo. Poi tutti al buio.
E quindi il risparmio prospettato dal Governo viene nullificato sul nascere da una norma voluta da un’emanazione del Governo stesso.
Ma andiamo con ordine.
_
1) Cieli bui (?)
Facciamo chiarezza da subito: nessuno ancora ha visto il testo ufficiale del Decreto e quindi tutto ciò che si è detto fino ad oggi è pura masturbazione mentale.
Anche in questo caso sarebbe stato apprezzabile se i giornali avvessero avuto l’onestà intellettuale di porre la questione su di un piano speculativo, anziché sbattere in prima pagina titoli più o meno minacciosi del tipo: “Monti ci vuole lasciare al buio” (Il Giornale dell’ 11 ottobre. Articolo che tra l’altro si apre con la citazione felliniana “adesso c’è soltanto il sentimento di un buio in cui stiamo sprofondando” … mamma mia!).
Facciamo un passo indietro: l’illuminazione pubblica è una voce di spesa molto onerosa per i Comuni. Per questo motivo si dovrebbero progettare impianti che facciano la giusta luce (senza strafare) consumando meno energia possibile.
Ma il problema non è soltanto per i nuovi impianti. Chiunque si occupa di illuminazione sa che il sistema più semplice ed immediato per consumare di meno è quello di inserire qualche tipo di regolazione che consenta, nelle ore notturne in cui c’è meno affollamento nelle città, di ridurre il flusso luminoso degli apparecchi e quindi la potenza impegnata. Molte Leggi Regionali impongono questa regolazione.
Verrebbe da chiedersi perché ad oggi – nonostante la convenienza (e l’obbligatorietà) di questi interventi – i Comuni, anziché finanziare l’ennesima sagra della porchetta, non abbiano provveduto a migliorare i propri impianti. Verrebbe anche da chiedersi perché pochissimi Comuni si siano dotati di un piano energetico o comunque di un piano dell’illuminazione (anche questo obbligatorio per molte Regioni) che avrebbe garantito una pianificazione degli interventi e dei risparmi.
Se non si fa niente di tutto questo, appare più che evidente che l’unico modo di fare del risparmio subito è spegnere gli impianti.
Già alla luce di queste considerazioni la bozza di decreto appare in maniera diversa:
1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro . giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:
a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;
b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;
c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);
d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.
2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti.
Al di là di qualche “tecnicismo” è chiaro che il testo non dice assolutamente nulla e gli indirizzi di risparmio (affievolimento o spegnimento) sono metodologie che esistono fin dalla preistoria dell’illuminazione, come giustamente ha già fatto notare Giacomo Rossi nel suo blog.
Rimango pertanto stupito dal “caso mediatico” sollevato da “Cieli bui” … ma tutto va bene pur di non parlare dell’aumento delle tasse o dei soliti privilegi di alcuni italiani più uguali degli altri.
Detto questo, vorrei comunque fare alcune considerazioni:
- Perché viene preso di mira sempre il “punto finale” di consumo e nessuno parla del fatto che il prezzo dell’energia per l’illuminazione pubblica, in un anno, è aumentato di circa il 35%? Per quale motivo dobbiamo pagare noi per gli errori e l’incapacità dei fornitori di energia italiani? Perché non abbiamo un mercato veramente libero dell’energia e invece siamo sotto il giogo di un oligopolio imperante di persone che fanno il bello e il cattivo tempo in questo campo da circa 60 anni?
- Per quale motivo i sistemi di riduzione del flusso non vengono adottati come standard e, ancora oggi, occore richiedere accessori dedicati come pezzi “speciali”? Come dicevo prima, non solo questi sistemi spesso non vengono neppure presi in considerazione, ma il pensiero comune è quello di “illuminare il più possibile”, anche quando assolutamente non necessario: da un lato ci sono progettisti incapaci che, per stare dalla parte dei bottoni, esagerano e dall’altro ci sono Amministratori che vedono gli impianti di illuminazione come merce di scambio per accrescere il loro prestigio o per raccogliere voti. Non mancano nemmeno quelli che gridano alla “maggiore sicurezza”, come se qualche lampione in più potesse far rinsavire gli ubriachi che si schiantano il sabato sera.
- Non so se voi ve ne siete accorti, ma siamo in piena recessione. Per quale motivo esistono sterminate lottizzazioni abitative o industriali abbandonate ma con lui accese per tutta la notte (vedi punto 2)? In questo caso lo spegimento non dovrebbe essere un obbligo, ma un dovere. Allo stesso modo mi chiedo per quale motivo chiese orrende (non parlo di Borromini, ma della chiesa in cemento di Roncofritto) rimangono illuminate per tutta la notte consumando energia pubblica (quando nemmeno pagano l’ICI). Ma questo dicorso vale per tante altre situazioni: se non c’è nessuno in quei luoghi, perché illuminare?
- In relazione al punto 3, mi rendo però conto che dar carta bianca ai Comuni nei riguardi degli spegnimenti significa mettere in mano una pistola a un adolescente problematico: il rischio è quello che, nel solco dell’indolenza tipica dei Comuni, lo spegnimento divenga una maniera facile per controllare i consumi e quindi, anziché la via lunga e tortuosa del piano della luce e del progetto di riqualificazione, venga scelta la via molto più breve del “tutto spento”. Non è pensabile di “spegnere” una città. Oppure, se questa è veramente l’intenzione, chiudiamo tutti baracca e ci mettiamo a vendere gelati.
- Il problema dei problemi: a chi sarà dato il compito di individuare le aree da affievolire o spegnere? Chi individua le tecnologie da adottare per ottenere maggiore efficienza? Come fa un Comune con un ufficio tecnico composto da un geometra e da un perito, che si occupano di problemi che spaziano dalle fognature alle costruzioni in zona sismica, a occuparsi non solo di illuminotecnica ma di pianificazione urbana? Ovvero, come fa un Comune – senza soldi per il patto di stabilità – a stanziare fondi per uno studio sull’efficientamento dei propri impianti? Il modo migliore di risparmiare è quello di pianificare gli interventi: purtroppo in Italia non è mai esistita una cultura urbanistica e di pianificazione, ed oggi ne stiamo pagando le conseguenze. Il risultato è quello prospettato al punto 4.
Non c’è quindi alcuna speranza?
Per fortuna abbiamo delle norme che possono mettere un freno a tutto questo spreco, vero?
_
2) Gerontocrazia al potere
Mia nonna, che ormai ha la sua bella età (anche se gli anni li porta molto bene), ormai ha qualche problema alla vista.
Non mi sorprende quindi che la nuova UNI 11248-2012, coordinata da un ultraottantenne, aumenti di circa il 50% la luce richiesta rispetto alla versione precedente.Sapete, io ero presente a una delle riunioni riguardanti l’aggiornamento della norma.
E sono rimasto affascinato dalla scelta effettuata dall’UNI per i coordinatori: uno di questi ha ammesso candidamente di “non aver mai progettato un impianto stradale” in vita sua. Un altro vegliardo, a cui veniva fatto presente che la CIE 191:2010 smentisce clamorosamente la pretesa di riduzione di una classe illuminotecnica per luce bianca, continuava a far vedere il diagramma di visibilità, come se c’entrasse qualcosa.
Per chi non ne sapesse nulla, riassumo la questione: la vecchia norma (UNI 11248:2007) riportava una tabella con indicate le “classi di riferimento” per ogni tipo di strada presente sul territorio nazionale. Questa categoria di riferimento doveva essere trasformata in “categoria di progetto” attraverso un’analisi dei rischi che poteva aumentare o diminuire le categorie.
Nella nuova norma l’analisi dei rischi è fatta solo “a scalare” (quindi la “categoria di progetto” non può essere aumentata, solo diminuita rispetto alla “categoria di ingresso” che prende il posto della “categoria di riferimento”). Fatto sta che la nuova norma definisce tutte le strade come “complesse” visivamente e presenta una “categoria di ingresso” superiore rispetto alla vecchia “categoria di riferimento”.
In pratica, quella che era una categoria ME4b (che richiede 0,75 cd/mq) nella vecchia norma è stata trasformata in una categoria ME3b nella nuova (che richiede 1,00 cd/mq).

La vecchia procedura per l’identificazione delle categorie di progetto e esercizio
La motivazione ufficiale è quella di “obbligare i progettisti a svolgere l’analisi dei rischi”: ovvero, o fai l’analisi o sei costretto a consumare di più. Però quanti progettisti (che ora appunto dovranno sottoscrivere a chiare lettere l’analisi dei rischi) secondo voi si prenderanno la briga di metterci la faccia e la carriera per declassificare una strada? Perché a parole siamo tutti splendidi, ma sappiamo benissimo che questo è anche il paese dei tribunali e delle cause perse e quindi il primo pirla che si schianta contro un palo è pronto a denunciare chiunque pur di non perdere punti sulla patente perché ubriaco. Io conosco più progettisti che alzano la categoria per sentirsi più sicuri piuttosto di progettisti che la abbassano.
Inoltre (ma forse sono io a essere in malafede) non è strano che una norma scritta da affiliati a una famosa associazione che raggruppa progettisti e produttori di corpi illuminanti sembra favorire proprio questi ultimi? In fin dei conti l’unico a guadagnarci è il venditore, perché con luminanze e uniformità superiori si è costretti ad installare molti più apparecchi.
Perché queste norme non vengono scritte (come tutte le restanti norme UNI) da gruppi di professionisti indipendenti?
Perché la norma italiana, anziché seguire la prUNI 13201-1, ha preso una strada diversa da tutti gli altri? Perché dobbiamo sempre essere “speciali”?
_
3) Più luce, meno luce
Eccoci quindi al paradosso: da una parte abbiamo un decreto che dice di risparmiare, usare “meno luce” e dall’altra abbiamo una norma che impone – in pratica – “più luce”.
Ho un sogno.
Sogno un paese in cui un Comune che vuole risparmiare energia chiede a uno staff di professionisti di ridefinire le priorità del territorio e non si accontenti di spegnere gli impianti fino a che non si sia raggiunto il “numero giusto”.
Sogno un paese in cui lo sforzo congiunto di Amministratori, pianificatori e progettisti possa stabilire le giuste strategie di efficienza, senza ricorrere a sedicenti “esperti” (che forse sono esperti di profitto ma di sicuro non di risparmio).
Sogno un paese in cui gli impianti di illuminazione siano progettati da progettisti illuminotecnici, non da elettricisti, da produttori o peggio da cantinari.
Ma la dura realtà è che siamo un paese di ignoranti supponenti e, di questo passo, andiamo sempre di più verso il baratro.
La ricetta contro la crisi è più semplice di quello che si pensa: anziché sotterfugi o norme ad hoc per i soliti noti, basterebbe applicare del buon senso e i regolamenti concordati a livello europeo.
Una buona progettazione (o riprogettazione) può garantire risparmi elevati e la messa a norma dell’impianto agli stessi costi degli spegnimenti + aumenti dell’illuminazione.
_
4) Una buona notizia
Vorrei chiudere in stile “Report” per parlare di una bella iniziativa: “Shine a Light on Lighting Design”.
E’ un sondaggio anonimo, promosso da un gruppo di studio autonomo (Chiara Carucci, Elena Pedrotti, Roberto Corradini e Marco Palandella) che si propone di monitorare e comprendere qual è la situazione professionale dei progettisti di illuminazione in Italia, conoscerne il punto di vista e avere uno specchio fedele della realtà professionale.
Sarà possibile accedere al sondaggio dal 15 ottobre al 25 novembre 2012. Terminata l’indagine, i dati ricevuti verranno analizzati statisticamente, i risultati complessivi saranno diffusi attraverso riviste specializzate.
L’iniziativa mi piace perché è un buon punto di partenza per capire la situazione dei professionisti dell’illuminazione italiana.
Spero che i promotori non si fermino alla sola pubblicazione delle risposte, ma si spingano anche a un’analisi approfondita del tema, soprattutto per quel che riguarda lo stato delle giovani leve del settore, perché ci sono ancora corporazioni che fanno di tutto per difendere i propri interessi.
E la cosa peggiore è che quelli che ci vanno di mezzo sono sempre i giovani: sottopagati, schiavizzati e senza nemmeno due soldi per fare un mutuo e mettere su famiglia.
Mi piacerebbe vedere le testimonianze reali di tanti giovani pagati due lire per far prosperare i grandi studi che si possono permettere ribassi inverosimili nelle gare oppure mi piacerebbe vedere un’inchiesta sulle associazioni, che dovrebbero fare l’interesse dei professionisti ma in realtà sono sponsorizzate dai produttori.
Ma questa, forse, è un’altra storia …
_
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Il progettista della luce è stato progettato: cosa è successo il 5 marzo?
27 marzo 2012 alle 8:23 pm | Pubblicato in Editoriali, Illuminotecnica | 2 commentiEtichette: APIL, Illuminazione Pubblica, Illuminotecnica, La luce nelle città europee, Lighting designer, luce, Luce & Design, Progettare il progettista, Urbanistica
I
l 5 marzo 2012 si è svolta a Milano la prima convention italiana della filiera della luce dal titolo “Progettare il progettista” in cui si sono confrontati diversi professionisti della luce.
Nel corso della giornata sono emerse diverse problematiche inerenti la professione del lighting designer (a questo proposito, propongo di usare il corrispondente italiano “professionista della luce” dato che esiste e che è chiaro come concetto):
- il riconoscimento professionale
- l’importanza del progetto e la sua valorizzazione (anche in termini economici)
- la necessità di una formazione continua
- la diffusione della cultura della luce, anche attraverso internet
- la necessità di fare “massa critica” superando le divisioni e sigle professionali
- la necessità di svincolare il professionista dai produttori
Appare interessante l’analisi svolta da Cinzia Ferrara, che nel suo discorso introduttivo ha sottolineato la necessità di andare oltre le singole sigle e di svincolarsi da concetti come quelli di “ordini professionali” (visto e considerato che probabilmente, viste le ultime modifiche legislative introdotte dal governo italiano, saranno destinati a scomparire) ed approdare a un vero e proprio “professional body” di stampo anglosassone.
Di seguito vengono proposti brevi commenti di alcuni partecipanti seguiti dal documento completo del loro intervento:
Matteo Seraceni
Architettura = Ingegneria = Arte
Uno dei nodi fondamentali da dirimere riguarda sicuramente il riconoscimento della professione e del progetto della luce da parte della committenza: il progetto della luce oggi non viene riconosciuto come “valido” o perlomeno “essenziale” e pertanto diventa un “di più” per i committenti, che difficilmente si rendono disponibili a pagare questo tipo di prestazione (se non obbligata o comunque vincolata ad una progettazione architettonica o scenica più ampia). Per questo motivo abbondano produttori che “regalano” il progetto della luce (e, di contro, progettisti indipendenti che riescono a fatica a sbarcare il lunario).
Il problema però, a mio parere, non è quello di “obbligare” il committente ad avere un progetto illuminotecnico firmato da un progettista attraverso l’istituzione di un ordine professionale (anche perché sarebbe comunque facile per un medio/grande produttore assoldare un progettista a libro paga e regalare comunque i progetti) ma piuttosto quello di comunicare in che modo un professionista della luce è in grado di fornire qualcosa in più di un semplice disegno su carta. Non sto parlando di grettezza: professionisti come muratori, idraulici, elettricisti, medici, commercialisti, ecc. incontrano pochi problemi a venire pagati, poiché in qualche modo appaiono svolgere lavori essenziali e difficilmente riproducibili; altri professionisti invece – come architetti, ingegneri, professionisti della luce – hanno sempre difficoltà a dimostrarsi “degni” di essere pagati (od almeno a non essere apertamente derisi).
A cosa è dovuta questa mancanza di “fiducia”? Da una parte la massificazione dei consumi e delle competenze ha portato ad una sottovalutazione del ruolo del progettista: oggi basta andare ai grandi magazzini, comperare qualche lampada e sentirsi lighting designer (magari con l’aiuto del solito elettricista fac-totum). Dall’altra parte incontriamo molti professionisti che sono purtroppo dei mediocri e, anche se in minoranza, abbassano la stima della committenza per l’intera categoria; altri professionisti invece si sono venduti anima e corpo a qualche produttore e, seppure preparati, svolgono un lavoro pessimo.
Oggi come mai si sente la necessità di indipendenza, professionalità e soprattutto di avere una federazione di professionisti alle spalle forte, ampia e non legata a società o produttori: come giustamente ha fatto notare Palladino, i produttori hanno rivoluzionato l’idea di illuminazione in Italia e hanno aperto la strada alla nostra professione; ora però è forse giunto il momento di camminare sulle nostre gambe.
link all’intervento del 5 marzo
Romano Baratta
Lighting Now
L’incontro è stato fondamentale per ribadire, per l’ennesima volta, le necessità dei progettisti della luce oltre che per cercare un punto di incontro per risolverle. Sono state affrontate quasi tutte le problematiche ad oggi esistenti. Molti interventi sono stati diretti e chiari mentre altri relatori hanno spostato il discorso su altri argomenti. E’ stato costruttivo l’intervento del consigliere di Assoluce, Alessandro Sarfatti, che ha rimarcato l’importanza di far presente a tutte le aziende associate la necessità di rispettare la figura del progettista della luce, l’importanza di non scavalcare questo professionista fornendo in sua assenza ai clienti solo una consulenza tecnica. Sarfattisi è e reso disponibile in prima persona a comunicare e diffondere ai suoi collaboratori in Luceplan l’importanza di non fornire nessun progetto ma solo consulenze tecniche sui prodotti.
Meno diretti sono stati il rappresentante Assil, Riccardo Gargioni, e il presidente AIDI, Gianni Drisaldi, che hanno incentrato il loro intervento su questioni non del tutto inerenti al tema del convegno. Personalmente mi sarei aspettato da queste figure maggiore senso di apertura e meno istituzionalismo.
E’ evidente che il segnale migliore è arrivato dal presidente CELMA, Alvaro Andorlini, che ha evidenziato la necessità di fare gruppo e quindi di essere uniti per proporre in sede Europea le problematiche dei progettisti della luce. Un intervento chiaro e costruttivo.
Nel complesso ero certo di trovare in questo incontro molta più discussione e meno “presentazioni”. Mi aspettavo di più dall’intervento di ADL, di PLDA, di LIGHT-IS. Non comprendo come il PLDA, che a livello Europeo è ben organizzato e porta avanti un bel discorso, non cerchi altrettanto in Italia di prendere in mano con forza la questione e farla digerire nel migliore dei modi a tutte le nostre associazioni. Comprendo la difficoltà di interlocuire con i nostri politicanti della luce… ma se non lo si fa ora che il presidente PLDA è italiano e conosce bene la nostra realtà non lo si farà più.
Il problema centrale è la mancanza di un gioco di squadra da parte delle varie associazioni. Noto continuamente, e lo evidenzio sempre, che ogni associazione è arroccata nella propria fortezza. Ogni associazione continua a coltivare il proprio orticello non ponendo interesse per quello altrui. Trovo che in questi incontri vi sia solo la finzione di voler collaborare rispetto alla reale volontà dei partecipanti (questo convegno non è il primo del genere). I fatti, nella realtà, mostrano altre azioni rispetto alle parole che vengono ogni volta spese. Le varie associazioni, sia all’interno dei testi ufficiali che nei convegni, parlano di collaborazione, di aiuti reciproci e cooperazioni, pongono una possibile risoluzione del problema della figura del progettista della luce, ma nei fatti, invece, non interessa a nessuno realizzare questi propositi. Nei discorsi a porte chiuse si continua a parlare di nemici, di rivali, di concorrenti.
A mio parere l’unica strada da percorrere per risolvere la nostra situazione, la soluzione che ritengo maggiormente idonea è quella di una vera collaborazione di tutte queste associazioni, una cooperazione organizzata in una federazione di tutte le associazioni esistenti. Fino ad oggi questo proposito, da me più volte avanzato in questi incontri, e da molti condiviso, non ha mai visto un solo passo verso la realizzazione o il semplice sviluppo.
La mia speranza ovviamente è che la nostra professione possa avere un vero e sentito miglioramento, ad oggi tuttavia pongo grossi dubbi in merito all’aiuto proveniente dalle associazioni.
L’unica speranza arriva dall’Europa non di sicuro dall’Italia.
link all’intervento del 5 marzo
Giacomo Rossi
luxemozione
Dunque, sono passate un paio di settimane dalla chiusura dei lavori, un po’ di attesa per far decantare le idee e raccogliere un po’ di pareri sul dopo conferenza.
Dopo settimane di preparazione le aspettative, almeno per quanto mi riguarda, erano davvero molte: dopo anni di tanto parlare finalmente si sarebbero tirate le fila del discorso, gli uni con gli altri, professionisti della luce da una parte e costruttori dall’altra. Progettare il progettista, questo lo scopo da raggiungere a fine giornata, o meglio porre le basi per un processo che nei prossimi anni dovrebbe cambiare le sorti della professione di light professionista italiano.
Entrando nello specifico degli interventi, per la maggior parte molto interessanti, altri già sentiti, alcuni fuori tema completamente. Dalla parte dei professionisti quello che è parso chiaro è la volontà di trovare un punto di accordo prima di tutto tra le troppe associazioni della luce nazionali, e quindi unirsi in una sorta di confederazione di professionisti, che fa un po’ lobby, ma che è di fatto l’unico modo per poter far valere il proprio verbo a livello internazionale. Poi, non da meno, trovare una sorta di accordo di non belligeranza con i costruttoriche ad oggi offrono un supporto alla vendita gratuito, che di fatto viene chiamato progettazione, ma che nel 90% dei casi si limita a qualche calcolo illuminotecnico. Quindi altro obiettivo è trovare un termine più appropriato per ogni servizio offerto, visto che, in effetti, ciò che esce dall’azienda è ben diverso dal servizio offerto dal progettista illuminotecnico, soprattutto in termini di qualità.
Quindi ad ogni servizio il nome che più gli compete: progetto illuminotecnico e servizio di supporto alla vendita, sarà poi il cliente a scegliere l’uno o l’altro, conscio naturalmente del fatto che nulla viene dato gratuitamente.
Dall’altra parte, quella dei costruttori, intervento che a me è piaciuto moltoè quello di Alessandro Sarfatti, che in qualità di consigliere Assoluce, si è detto pronto ad accogliere la proposta offerta dai progettisti.
Unico mio dubbio, che proprio non vuole uscire dalla testa è, ma come reagiranno a tutto questo le aziende che sbandierano il famigerato “servizio di progettazione gratuito”, che di fatto viene usato come strumento di marketing o, se preferite, come specchietto per le allodole?
Per finire il web e la luce, che poi è stato il punto cardine del mio intervento. Credo fortemente che siti internet, blog, portali, ecc. siano fondamentali per una diffusione capillare della tanto menzionata “cultura della luce”. Se ben veicolato, lo strumento di comunicazione via web può arrivare ben oltre la carta stampata di settore, naturalmente sta a chi scrive trasmetter dati più corretti possibile e quindi fidelizzare i lettori su contenuti di qualità.
A termine conferenza mi è stato chiesto perché sono contro l’utilizzo di Facebook. Immagino di non esser stato chiaro durante il mio intervento, e visto che Luxemozione ha una pagina FB, non vorrei far la figura di quello che predica bene e razzola male. Vorrei spiegare un po’ meglio.
Come dicevo ieri all’amico Matteo, io non sono contro Facebook in quanto tale, visto che a tutti gli effetti è uno strumento potentissimo di diffusione di notizie. Sono tuttavia molto contrario all’utilizzo della diffusione della notizia senza controllo e, visto che ho sudato sette camicie per creare contenuti di qualità (un po’ come gli altri blog o siti sulla luce che conosco), non vorrei che un uso errato di questo strumento portasse ad una perdita di consensi. Per fare un esempio, quello che sta succedendo alla pagina di Lighting Network di cui faccio parte e sulla quale ultimamente si fa fatica a discernere le notizie sulla luce da altre di carattere personale, che con la luce poco hanno a che fare.
Per chiudere due parole proprio sulla Lighting Network, nata da un’idea di Maurizio Gianandrea poco più di un anno fa. Uno strumento potentissimo, fondamentale a diffondere in modo coordinato la cultura della luce via web, ma oggi un po’ fuori controllo e che (chiedo venia) personalmente ho un po’ trascurato.
E’ giunto il momento di riprenderne in mano le redini, porre delle regole e magari pensare di estendere il gruppo ad altri siti che si occupano di luce.
link all’intervento del 5 marzo
Per chi volesse consultare tutti gli atti del convegno, è possibile scaricare il documento dal blog di APIL.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Demolire non è un tabù
16 dicembre 2011 alle 11:34 am | Pubblicato in Architettura, Editoriali, Ingegneria | 3 commentiEtichette: Architettura, Aree pedonali, Bologna, Bologna pedonale, Demolire non è un tabù, Editoriali di Architettura, Editoriali di Ingegneria, Leonardo Benevolo, Oriol Bohigas, Urbanistica, Venezia
R
ecentemente ho parlato delle possibili trasformazioni nell’urbanistica di Bologna.
Vista la complessità dell’argomento e il dibattito in corso, vorrei rilanciare l’argomento partendo dalla frase di un protagonista importante dell’urbanistica italiana (e, in parte, anche di quella bolognese); Leonardo Benevolo, ne “La città nella storia d’Europa”, ci spiega che “l’obiettivo ambizioso è riconoscere la «normalità» delle zone speciali – i centri storici originariamente in equilibrio con l’ambiente rurale circostante – e isolare invece le sacche d’anormalità delle periferie recenti, da smaltire entro un certo tempo con opportune azioni di recupero. I valori custoditi nei centri storici non devono solo essere protetti, ma immessi in un circuito di fruizione diverso da quello consueto, appartenente alla vita quotidiana e non al tempo libero e alla ricreazione, che in un lontano futuro può essere ripristinato in linea generale secondo la profezia di Mondrian del 1931: «la bellezza realizzata nella vita: questo dev’essere più o meno possibile in avvenire». [...] Per dar seguito all’idea aristotelica della città per l’uomo resta percorribile solo la strada della mediazione aperta, graduale, perfettibile e non compiuta.
Occorre riconoscere contemporaneamente la storicità e la novità di questo compito. Proprio in Europa, dove esiste un’eredità così pesante di scenari urbani antichi, è vano pensare di riprodurre i metodi e le forme di un passato da cui siamo usciti molto tempo fa. L’integrità dell’ambiente umanizzato – città e campagna – non può più essere garantitaper tradizione, ma è affidata all’avventura del pensiero critico, che deve paragonare e correggere continuamente le sue scelte. Il confronto di oggi riguarda i due metodi di urbanizzazione ideati dopo la rottura dell’antico regime [Nota: la pratica haussmaniana e la pianificazione di stampo razionalista], ed è tuttora in corso con esito incerto.
Da questo dibattito dipende anche la conservazione del patrimonio antico, che trascende le nostre motivazioni attuali e impegna le generazioni future, probabilmente capaci di comprenderlo e usarlo meglio di noi. Per la conservazione degli oggetti inanimati basta il restauro del manufatto e il ricovero in museo, ma per la conservazione delle città bisogna recuperare l’equilibrio degli interessi e delle scelte, che fanno vivere in modo equilibrato lo scenario fisico e il corpo sociale.”[1]
Quello invece cui assistiamo oggi è un’assoluta immobilità, aggravata dai tagli alle Amministrazioni e quindi dal prendere sempre più piede della Soprintendenza a scapito degli uffici tecnici comunali. Lo sappiamo benissimo che la Soprintendenza da anni è malata di disposofobia: niente si può più toccare, tutto deve restare com’è; poco importa che si tratti di una statua o del centro cittadino. In alcune palazzine di Bologna, ad esempio, è vietato cambiare gli infissi: questo si ripercuote nella pratica sadomasochistica di installare una seconda serie di infissi «nuovi» dietro gli infissi «vecchi». Geniale!
Ma una città immobile muore. L’asfissia della conservazione è un’ossessione tutta moderna e rischia di minare il principio stesso su cui si fonda la città.
Eppure anche Bologna è andata incontro a numerose e importanti trasformazioni; senza andare troppo indietro nel tempo, vorrei ricordare:
1866 – La nuova via Farini
Alcuni tratti stradali nella parte meridionale dell’antico centro cittadino sono completamente ridisegnati e rettificati su progetto dell’ing. Coriolano Monti. Scompaiono alcune testimonianze del passato come lo scalone di palazzo Guidotti o la torre degli Andalò, incorporata nelle case Dolfi.
1884 – Inaugurazione di via Indipendenza
Prevista già nel 1861 come strada per “l’accesso alla stazione delle strade ferrate”, la costruzione della via Massima (via Indipendenza dal 1874) era iniziata poco dopo con la sistemazione di Canton dè Fiori. Nel 1884 la strada viene inaugurata, anche se non del tutto finita. Il tratto compiuto ha comportato la rettificazione di importanti edifici e la demolizione di Palazzo Bonora e dell’Ospizio di San Giuseppe. Si è creato inoltre una nuova facciata per la chiesa di San Benedetto, della quale sono stati abbattuti l’abside e il campanile. I lavori di completamento fino alla stazione andranno a rilento negli anni seguenti: la prestigiosa via “direttissima” si potrà dire conclusa solo nel 1896, con l’edificazione della scalea della Montagnola.
1907 – La nuova via Irnerio
Tra via Indipendenza e porta San Donato iniziano i lavori per l’apertura di una arteria cittadina intitolata al giurista Irnerio e destinata ad attraversare il nuovo quartiere universitario.
1909 – La nuova via Rizzoli
Iniziano gli sventramenti del Mercato di Mezzo, previsti dal Piano Regolatore del 1889. Sono destinati a mutare radicalmente il volto del centro storico cittadino, tra il restaurato Palazzo Re Enzo e le Due Torri. Si decide di abbattere il Palazzo Lambertini e l’adiacente torre Tantidenari; sono demoliti inoltre gli isolati attorno a palazzo Re Enzo, delimitati da stradine di cui rimarrà solo il ricordo del nome: via delle Accuse, via della Canepa, piazza Uccelli, via Spaderie, via della Corda. Altre strade, quali via Orefici e via Caprarie, saranno allineate e allargate. Scomparirà, tra le altre, l’antica residenza dell’Arte dei Beccai, una delle corporazioni medievali più potenti. Sul lato meridionale della nuova via, che sarà dedicata al medico-filantropo Francesco Rizzoli, verranno costruiti tre grandi blocchi di edifici, completati solo dopo la Grande Guerra e a seguito di aspre polemiche per l’abbattimento di tre antiche torri.
1913 – Sventramento di Borgo San Giacomo
Comincia lo sventramento del borgo di San Giacomo, previsto nell’ambito della convenzione tra Comune e Università per la costruzione di nuovi istituti scolastici. Si procede all’abbattimento di una zona pittoresca e molto povera tra viale Filopanti e le vie Belmeloro, Sant’Apollonia e San Giacomo. Gli abitanti sono trasferiti in baracche costruite appositamente in periferia.
1916 – Ancora sventramenti nel Mercato di Mezzo
Hanno inizio le demolizioni del terzo e quarto lotto del Mercato di Mezzo: comprendono i fabbricati tra le vie Rizzoli, Calzolerie e piazza della Mercanzia. Viene innalzato il palazzo delle Assicurazioni Generali, terminato nel 1924 e un edificio affacciato su piazza della Mercanzia, destinato ad ospitare la Provincia. I lavori del quarto lotto sono a lungo interrotti per la presenza nell’area dei resti di tre torri medievali. Il Comune darà il permesso per l’abbattimento nel 1919, ma le nuove costruzioni saranno completate solo nel 1927.
1927 – La variante di Arpinati al piano regolatore del 1889
Il podestà Arpinati sovrintende a una corposa variante del piano regolatore del 1889. Il nuovo progetto prevede il completamento del quartiere universitario, l’allargamento di via Ugo Bassi, l’edificazione della città giardino del Littoriale, lavori sul canale di Reno, l’apertura di una nuova grande arteria dalle due torri a palazzo Bentivoglio sul tracciato di via dell’Inferno (proposta Muggia-Evangelisti), la nuova via Roma (attuale via Marconi, completata nel 1936).
1931 – Iniziano i lavori di copertura del canale di Reno
Il Comune incarica la ditta Forti e Nobili della copertura del canale di Reno nei pressi della nuova via Marconi. L’antico manufatto è oramai considerato solo una fogna a cielo aperto, che stride al cospetto dei “grattacieli” e delle moderne esigenze della circolazione veicolare. I lavori saranno interrotti dallo scoppio della guerra e ripresi nel 1956.
1946 – Copertura del torrente Aposa
Il Consiglio Comunale finanzia i lavori per la copertura del torrente Aposa e del canale delle Moline. I primi due lotti sono avviati “con somma urgenza per lenire la disoccupazione”. Con la copertura del tratto tra porta Mascarella e porta Galliera, completata nel 1950, l’Aposa non avrà più tratti scoperti in città.
1960 – Copertura del canale delle Moline
Viene coperto il canale delle Moline, originato dall’unione delle acque dell’Aposa e del Canale di Reno. Si trattava di una vera condotta forzata, con nove salti in corrispondenza dei quali si trovavano le ruote idrauliche di 15 mulini da grano, incaricati di produrre la farina necessaria per il fabbisogno cittadino.
Queste trasformazioni – oltre a pianificazioni urbanistiche attente -, al di là di polemiche relative ad aspetti estetici, hanno mantenuto vivo il tessuto cittadino, nel bene e nel male. Se oggi Bologna è fra le città più vivibili in Italia è anche grazie alle politiche intese a trasformare il tessuto urbano in funzione delle esigenze dei cittadini.
Eppure anche Bologna rischia di finire nella spirale infinita del non intervento ad oltranza.
Venezia è un caso emblematico: sempre Benevolo infatti sottolinea che “l’eccezionalità dell’ambiente in cui Venezia è costruita – con l’acqua al posto della terra, senza le automobili – basta a creare l’emarginazione funzionale che potrebbe essere agevolmente compensata dalla tecnologia moderna, ma che invece permane e si accentua perché gli interessi speculativi esterni, che utilizzano la sua decadenza, sono più forti degli interessi congiunti della popolazione veneziana e della cultura mondiale. Nè i soldi né i mezzi mancano, ma forse un luogo così illustre, nel cuore dell’Europa civilizzata, non si potrà salvare come una città funzionale e diventerà uno scenario inanimato, assorbito nel circuito del tempo libero, del turismo, della «cultura» tra virgolette.”[1] Pensare la città come un museo in scala maggiore esclude la vita, la società, l’uomo dalla città stessa.

La Venezia "cinese" di Macao
Sullo stesso punto, non poco tempo fa, sempre a Bologna, si è espresso Oriol Bohigas che, sulle pagine de “L’espresso” del 13 ottobre 2011, afferma che: “conservare gli ambiti tradizionali della città è molto importante. Ed è un’idea moderna: fino a 150 anni fa non si praticava il recupero degli edifici o quartieri storici. Mentre oggi li guardiamo con rispetto e considerazione. Ma la città non può essere uno spazio turistico museale, una città di facciate, decorative e magari fasulle. Il cittadino ha diritto a vivere con servizi efficienti e comodità specifiche: aria, luce, igiene, comunicazioni. In Italia avete uno sviluppato senso della storia, ed è un bene. Però le Soprintendenze spesso eccedono in conservazionismo, e per ragioni non solo ideologiche. Ripeto: la città non può essere un museo per il turismo organizzato. Parlavamo di questo già quando scrissi «La ricostruzione di Barcellona», nel 1985.”[2]
Ancora più interessanti forse sono le indicazioni per una possibile evoluzione della città: “ci sono molti modi di intervenire: codificare gli spazi privati e pubblici nei singoli quartieri, indirizzare la rete dei trasporti, investire nell’arredo urbano e negli spazi verdi. Un buon sindaco dovrebbe pensare in termini architettonici, o essere aiutato a farlo. [...] ricordiamoci che l’architettura mercantile c’era anche nell’Ottocento, mentre il barone Haussmann reimpostava l’urbanistica di Parigi. E se pensiamo all’edilizia dopo il 1950, è per il 90 per cento di cattiva qualità; l’edilizia pubblicata sulle riviste non arriva al 5. La storia dell’architettura moderna è, in realtà, una storia di cose orribili, In Costa Brava come In Brianza.”[2]
Per questo riprendo il titolo (ovviamente provocatorio) dell’articolo di Bohigas: demolire non è un tabù.
Ovviamente non si sta parlando di radere al suolo e ricostruire, ma semplicemente di rinunciare all’approccio passivo che vuole la città come un oggetto intoccabile, tanto più che la disposofobia rischia di divenire vera e propria coprofilia, dato che già si parla di mettere sotto vincolo i “mostri” costruiti negli anni ’60 e ’70.
E proprio su questo punto auspico una maggior partecipazione alle scelte urbanistiche, riprendendo, in questo senso, la pratica medievale di compartecipazione fra autorità pubbliche e soggetti privati che oggi stenta a decollare. Così come ho aperto, chiudo ancora con una citazione di Benevolo: “la nuova combinazione tra interessi pubblici e privati proposta nei primi decenni del XX secolo [...] mira a far intervenire l’iniziativa pubblica nel momento in cui il tessuto urbano si trasforma, lasciando liberi prima e dopo il gioco degli interessi privati: è la migliore approssimazione finora trovata per ripristinare, nel nuovo contesto sociale e istituzionale, l’equilibrio fra le due sfere che è proprio della storia europea e per tornare a giocare la carta dell’invenzione qualitativa nelle varie scale di progettazione.”[1]
_
Riferimenti:
[1] L. Benevolo, Le città nella storia d’Europa, Editori Laterza : 2007
[2] O. Bohigas, Intervista di Enrico Arosio, L’espresso del 13 ottobre 2011
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Bologna pedonale
28 novembre 2011 alle 2:03 pm | Pubblicato in Architettura, Editoriali, Ingegneria | 3 commentiEtichette: Aree pedonali, Bologna, Bologna pedonale, Editoriali di Architettura, Editoriali di Ingegneria, Pedonalizzazione, Piste ciclabili, Urbanistica
S
abato 26 novembre ero in Comune a Bologna assieme ai ragazzi di “Bologna pedonale” per consegnare 8.734 firme raccolte a favore di interventi volti a rendere più sostenibile la città (come appunto la creazione di aree pedonali, piste ciclabili, una rete di servizi più efficiente, ecc.).
Come già ho avuto modo di scrivere altrove, questi interventi non sono (o almeno non dovrebbero essere) finalizzati alla sola riduzione delle “polveri sottili”: si tratta infatti di restituire il giusto spazio a tutti gli utenti della città, di contro all’imperversante monopolio dell’automobile.

Ancora non è stato reso pubblico un piano degli interventi, eppure fin da ora, proprio per bandire ogni facile illazione su questi interventi, mi piacerebbe porre alcuni punti fermi.
Occorre innanzitutto comprendere come “pedonalizzare” non significa trasformare il centro in un’unica area pedonale; una rete di mobilità efficiente infatti deve garantire la perfetta integrazione del maggior numero di mezzi di trasporto, diversi per velocità e funzione: ogni mezzo deve avere il medesimo “peso relativo” e quindi percorsi pedonali, ciclabili e veicolari devono convivere senza contrasti al fine di garantire a tutti gli utenti la possibilità di muoversi liberamente e in tutta sicurezza (sappiamo invece quanto sia difficoltoso lo spostamento all’interno di Bologna, con pedoni che intralciano biciclette, automobili e scooter, biciclette che intralciano pedoni, autobus e automobili, automobili che intralciano autobus e investono pedoni e biciclette e così via).
Inoltre non ha senso un piano che non coinvolga anche la periferia: se vogliamo veramente diminuire il numero di veicoli lungo le strade occorre dare la possibilità a chi viene dalla periferia di raggiungere il centro a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, senza per questo rischiare la vita o salire su autobus che impiegano tempi biblici per fare pochi chilometri.
Ma non voglio essere io a parlarvi di questo, anche perché potrei sembrarvi di parte.
Lascio quindi la parola ad un grande vecchio, Lewis Mumford, che circa 50 anni fa, in “Le città nella storia” [1], diceva questo:
“I sobborghi costruiti tra il 1850 e il 1920 dovevano la loro esistenza soprattutto alla ferrovia […]. La linea ferroviaria [...] fissava un limite naturale all’espansione di ogni comunità. [Nota : Mumford parla dello sviluppo regionale americano, legato all’espansione delle linee ferroviarie; eppure, se sostituiamo alla ferrovia il cavallo e pensiamo alle città legate alle principali stazioni di posta, il ragionamento valido anche per il nostro territorio].
Grazie a queste stazioni distanziate, il sobborgo legato alla ferrovia non poteva né estendersi né aumentare eccessivamente il numero di abitanti, sicché tra un sobborgo e l’altro rimaneva una fascia verde naturale, spesso ancora coltivata a orto, che aumentava lo spazio destinato alla ricreazione […].
Fu probabilmente l’esistenza di queste fasce verdi naturali, che isolavano le varie piccole comunità suburbane, autonome ma strettamente legate tra loro, a far avanzare nel 1899 dall’economista Alfred Marshall la proposta di una «tassa nazionale sull’aria pura» al fine di creare fasce verdi permanenti […]. «Abbiamo bisogno,» diceva «di aumentare i campi di gioco all’interno delle nostre città. E abbiamo bisogno di impedire che una città si sviluppi sino ad assorbirne un’altra» […].
Se il consiglio di Marshall fosse stato tempestivamente seguito, provvedendo a una giusta zonizzazione, a leggi precise sullo sfruttamento dei terreni e all’acquisto da parte delle comunità di vaste aree da destinare a uso residenziale in corrispondenza di ogni ampliamento delle grandi strade, sarebbe stato possibile un mutamento radicale dello schema urbano […].
Invece di creare la città-regione, le forze che riversavano automaticamente autostrade e nuove iniziative edilizie nell’aperta campagna hanno prodotto un’informe essudazione urbana […]. Ciò che accadde del sobborgo appartiene ormai alla storia. Con la diffusione dell’automobile, le sue proporzioni pedonali scomparvero e con esse buona parte della sua individualità e del suo fascino. Il sobborgo cessò di essere un’unità rionale e divenne una massa informe e poco popolata, assorbita dalla conurbazione che a sua volta assorbiva […].
Ma l’automobile non si limitò ad abbattere gli antichi limiti e a distruggere le proporzioni pedonali: raddoppiò anche il numero dei veicoli necessari a ogni famiglia o trasformò la massaia urbana in un autista.
Queste condizioni divennero ancor più imperative per il fatto che all’avvento dell’automobile s’accompagnò il voluto smantellamento delle reti tranviarie […].
L’automobile privata dunque, lungi dall’integrare i trasporti pubblici, ne diventò un goffo surrogato. Anziché conservare una complessa rete di trasporti, offrendo la possibilità di scegliere velocità e percorso secondo le occasioni, la nuova espansione suburbana è ora supinamente soggetta a un solo mezzo, l’auto privata, la cui diffusione ha finito per sopprimere la maggior prerogativa di cui il sobborgo poteva legittimamente menar vanto: lo spazio. Anziché edifici in un parco abbiamo ora edifici in un parcheggio […].
Alla base di questo aborto è una convinzione erronea, che sta al centro dell’ideologia che lo sottende: il concetto che energia e velocità siano desiderabili per se stesse e che il tipo più recente e più rapido di veicolo debba sostituire ogni altro mezzo di trasporto. La realtà è che la velocità dovrebbe essere in funzione di un obiettivo umano. Per chi vuole incontrare persone onde chiacchierare con loro su un viale urbano, cinque chilometri all’ora possono essere troppi, mentre per un chirurgo che corre a raggiungere un paziente lontano millecinquecento chilometri, cinquecento all’ora possono essere troppo pochi. Ma ciò che i nostri tecnici dei trasporti, ottenebrati dai loro stessi assiomi, non riescono a capire è che non può esistere una rete di trasporti adeguata, se è in funzione di un solo mezzo di locomozione, per quanto possa essere alta la sua velocità teorica […].
Ciò che una rete efficiente richiede è il massimo numero possibile di mezzi di trasporto, diversi per velocità e volume, per finalità e funzioni. Il mezzo più rapido per spostare centomila persone in una limitata area urbana, in un raggio diciamo di ottocento metri, è farli andare a piedi; il più lento sarebbe caricarli tutti su tante automobili […].
I nostri ingegneri e le nostre autorità municipali, ipnotizzati dalla popolarità dell’automobile privata e convinti di dover assolutamente contribuire alla prosperità dell’industria automobilistica, a costo di produrre il caos, hanno apertamente congiurato per eliminare gli ultimi mezzi di trasporto conservando soltanto l’automobile privata e l’aeroplano. Hanno creato duplicati delle linee ferroviarie e ripetuto tutti gli errori dei primi ingegneri ferroviari, continuando ad ammassare nelle città principali una popolazione che la macchina privata non può trasportare convenientemente, a meno di distruggere le città stesse per facilitare il movimento e il parcheggio delle auto […].
Preferendo per i traffici a lunga distanza il camion o il pullman alla ferrovia abbiamo sostituito un servizio sicuro ed efficiente con uno inefficiente e più pericoloso […].
Una buona urbanistica deve naturalmente far posto all’automobile, ma questo non significa lasciarla penetrare in ogni parte della città e rimanervi anche quando distrugge le attività d’altro tipo. Né significa che debba essere l’auto a imporre un determinato modo di vivere o che i suoi fabbricanti siano autorizzati a infischiarsene delle esigenze della città costruendo veicoli sempre più larghi e più lunghi. Al contrario è venuto il momento di distinguere tra le due funzioni dell’auto: movimento urbano e movimento attraverso la campagna. Per quest’ultimo una grossa macchina con spazio sufficiente ad accogliere una famiglia con i relativi bagagli è una soluzione eccellente, ma in città auto di questo tipo dovrebbe essere vietato circolare nelle zone centrali o permesso di parcheggiarvi solo a carissimo prezzo, mentre si dovrebbe favorire in modo particolare la progettazione e la diffusione di piccole auto mosse da energia elettrica per i normali movimenti all’interno della città, a integrare e non a sostituire i trasporti pubblici. Velocità moderata, silenzio e facilità di parcheggio dovrebbero essere caratteristiche di un’auto da città.
E’ una tecnologia assurdamente povera quella che offre una sola soluzione al problema dei trasporti, ed è una ben misera urbanistica quella che permette a tale soluzione di dominare ogni aspetto dell’esistenza […].
Non essendo i bilanci municipali sufficienti a soddisfare in modo adeguato tutte le città, ci siamo preoccupati di una sola funzione, il trasporto, o meglio di un solo aspetto di una rete di trasporti adeguata, la locomozione a mezzo di automobili private.
Permettendo la decadenza dei trasporti di massa e costruendo autostrade fuori città, nonché parcheggi e garage all’interno per favorire l’uso dell’auto privata, ingegneri e urbanisti hanno contribuito a distruggere un organismo urbano più ampio su scala regionale. I trasporti a brevi distanze, al di sotto del chilometro e mezzo, dovrebbero fondarsi soprattutto sui pedoni.”
Vorrei ribadire come Mumford scrivesse questo circa 50 anni fa. Eppure sembra un articolo pubblicato ieri, tanto suona attuale: questo significa che siamo indietro di 50 anni (almeno). Non perdiamo altro tempo.
[1] L. Mumford, Le città nella storia – vol.III, Bompiani : 2002
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Abbiamo ancora bisogno di architetti?
31 ottobre 2011 alle 7:03 pm | Pubblicato in Architettura, Editoriali | 27 commentiEtichette: Archistar, Architettura, Editoriali di Architettura
I
l settore dell’edilizia non gode certo di ottima salute.
Lo stesso dicasi dei professionisti di questo settore, che sembrano fare da parafulmine a molti dei problemi italiani: la crisi economica è dovuta alla mancata “liberalizzazione” che non consente a tutti di essere architetti, la pessima qualità delle città è dovuta ai professionisti che non sono abbastanza preparati.
La cartina al tornasole, che evidenzia come “qualcosa non va” è sicuramente data dalla inaugurazione in pompa magna della “commissione piazze” e della “commissione grattacieli” fortissimamente volute da Alemanno: ora non sono solo i giovani architetti a dover lavorare gratis per illudersi di svolgere un lavoro, ma anche le archistar che – in discesa libera di ascolti – cercano disperate scappatoie all’anonimato (non sia mai che un architetto di grido rimanga a corto di riflettori per più di qualche settimana: come può un architetto lavorare nel più completo silenzio, umilmente e senza pubblicità?).
1) A cosa servono gli architetti?
Gli italiani sono forti: basta guardare una partita di calcio per diventare grandi allenatori/preparatori/presidenti, basta leggere i titoli (non gli articoli, troppo difficile) dei quotidiani nazionali per diventare esperti di politica/economia/fisica nucleare e soprattutto basta saper pitturare i muri della propria casa per diventare architetti di chiara fama. E soprattutto: non solo il cinquantenne che per due anni ha fatto il muratore durante i mesi estivi della sua giovinezza si crede Le Corbusier, ma considera tutti gli architetti (o ingegneri o geometri) dei perfetti imbecilli.
Ecco quindi che leggo con piacere sul blog de “Il fatto quotidiano” che Di Frenna (non me ne voglia, ma credo se la sia cercata) consiglia di comprare una casa di legno prefabbricata e allargare il concetto IKEA a tutta l’abitazione: perché limitarsi al mobiletto del bagno quando puoi costruirti una casa intera? Io consiglierei anche di esercitarsi alla composizione con il costruttore virtuale dei SIMS.
Visto che viene citato il testo unico dell’edilizia, vorrei ricordare che una casa prefabbricata può essere costruita senza specifiche indicazioni da parte di tecnici abilitati (in quanto si considera già pre-calcolata), ma rimane comunque un obbligo eseguire i sondaggi necessari prima della costruzione (sondaggi? E’ un quiz?) al fine di valutare la geologia del terreno (ma sì, tanto in Italia non succede mai che il terreno frani…) ma anche una certificazione della corretta esecuzione dell’opera, per non parlare di tutti i documenti necessari per l’agibilità e l’abitabilità, oltre alle conformità dei vari impianti, eccetera eccetera.
Devo ammettere però che Di Frenna non ha tutti i torti: lo sappiamo benissimo che il 90% della professione consiste nel compilare pile interminabili di carta (certificazioni, dichiarazioni, ottemperamenti, ecc.) grazie alla snella e solida burocrazia italiana. Probabilmente hanno ragione nel dire che un geometra basta (a che serve appunto un architetto o un ingegnere): queste carte potrebbero benissime venire compilate da una scimmia ammaestrata. Perché perdere 5 anni di università quando è possibile avere manodopera sottopagata da un qualsiasi zoo cittadino?
2) Ma che bella professione!
Ora mi piacerebbe che cancellaste tutto quello che ho detto fino ad ora. Ricominciamo.
Fareste mai guidare un taxi ad un astronauta? Oppure chiedereste ad un matematico premio nobel di compilare la tabellina del nove?
Per quale motivo dunque vengono formati giovani con cinque anni di università (che, nonostante la Gelmini, continua ad essere fra le prime del mondo) per poi metterli a lavorare per sanare finestre abusive, condonare terrazze o, nel migliore dei casi, litigare con la Sovrintendenza per la posizione di uno split?
Per questo, effettivamente, non servono architetti.
Ma fare architettura non è nemmeno l’autocelebrazione di se stessi che fanno le cosiddette “archistar”. E soprattutto, costruire case prefabbricate o palazzine destinate alla speculazione ediliza non è fare architettura.
Probabilmente le persone non credono negli architetti perché la maggior parte degli architetti non fa quello che gli architetti dovrebbero fare.
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Eisenman, GTA, Caniggia – Maffei
29 agosto 2011 alle 4:53 pm | Pubblicato in Architettura, Editoriali | Lascia un commentoEtichette: Architettura, Editoriali di Architettura, Gianfranco Caniggia, Grand Theft Auto, GTA, Kevin Lynch, L'immagine della città, La base formale dell'architettura moderna, Leòn Krier, Lettura dell'edilizia di base, Liberty City, Luigi Maffei, Mario Botta, New York Five, Oblivion, Periferie, Peter Eisenman, Rem Koolhaas, Richard Meier, Santiago Calatrava, Tipologia, Urbanistica
G
rand Theft Auto è il nome di una serie di videogiochi fra le più vendute al mondo in cui il protagonista, un criminale, deve destreggiarsi fra furti d’auto e scontri a fuoco con forze dell’ordine e gang rivali. Il terzo capitolo della serie ha segnato una notevole rottura col passato (grazie anche all’apporto del team Rockstar), in quanto dalla visuale a volo d’uccello si passava alla cosiddetta visuale in “terza persona”, grazie alla quale era possibile osservare il mondo in maniera diretta, con un’immersione pressoché totale nei vicoli e nelle strade della città disegnata per questo gioco.
Il gioco si svolge nella fantomatica Liberty City (che risulta essere un “condensato” della New York reale) con quartieri tipici, come Chinatown o Harlem (che ovviamente vengono chiamate in altra maniera), la metropolitana di superficie e l’immancabile grattacielo del centro. Le serie successive invece risultano rispettivamente ambientate a Vice City (Miami) e San Andreas (Los Angeles, San Francisco ed un po’ di Las Vegas).
Le ambientazioni, anche se scarne (si tratta essenzialmente di parallelepipedi con texture che simulano le componenti essenziali degli edifici, come porte e finestre), rendono alla perfezione “l’idea della città” (così tiriamo in ballo anche Rykwert) cui strizzano l’occhio: Liberty City è formata da una maglia di strade regolare, con al centro un grande parco e collegata alla terraferma tramite ponti in acciaio; non manca neppure l’isola al largo con la “statua della felicità”.
Quindi se dovessi immaginare come dovrebbe essere “Red City” (Bologna, dove abito) penserei a dei portici, alle due torri al centro e ai tanti bar dove gli umarells possano parlare di politica la domenica mattina.
Ma cosa c’entra tutto questo con l’architettura e l’urbanistica?
In realtà l’idea mi è venuta guardando il video del progetto “fortemente krieriano” per Tor Bella Monaca pubblicato su De Architectura.
Il paragone è stringente. Gli elementi per caratterizzare una “architettura romana” ci sono tutti ed in effetti: gli archi, i voltoni, il pavè. Ovviamente, rispetto a GTA, mancano i furti d’auto e l’abbordaggio delle prostitute.
Il “carattere” di una città viene quindi dato dalle facciate degli edifici, dal loro carattere formale? Viene definito dalla tipologia e/o topologia degli spazi e delle architetture? Basta qualche texture?
Prima di tirare in ballo il “carattere” muratoriano, occorre fare una digressione su uno degli architetti più in auge del momento.
1) Per una teoria della forma
Nel 2006 viene pubblicata in Germania “La base formale dell’architettura moderna”[1], tesi di Ph.D di Peter Eisenman, risalente al 1963. Da buon allievo di Rowe, pone la “forma” alla base della sua disserazione: l’architettura è formata da masse e volumi, lo spazio vuoto, tanto caro a Zevi, viene volontariamente ignorato.
Eisenman distingue fra “forme generiche” e “forme specifiche”: le forme generiche sono forme platoniche ideali, mentre quelle specifiche derviano dalla trasformazione delle prime in risposta all’intenzione e alla funzione cui gli edifici vengono destinati. Quindi è possibile risalire agli “antecedenti generici” delle forme specifiche e, grazie a questi, analizzare i diagrammi di base che possono sottendere a tutte le composizioni architettoniche. Questo concetto è trasversale a tutto l’ambito strutturalista e quindi Eisenman non propone nulla di profondamente innovativo; la vera rottura è forse quella di non nascondere più questo atteggiamento dietro facciate di comodo, ma di proporre un metodo nudo e crudo assolutizzato e coerente (che rimarrà alla base della produzione dei New York Five).
La tesi si fonda sulla ricerca di un “linguaggio delle forme” che sia universalmente valido, indipendentemente dallo stile adottato, e soprattutto che possa descrivere in maniera adeguata l’ essenza formale di ogni architettura. Non a caso è lo stesso Eisenman ad affermare che l’architettura è scrittura, intendendo in tal senso l’organizzazione sintattica: il nodo fondamentale della composizione architettonica è il modo un cui le immagini o le forme vengono incorporate in un linguaggio e contemporaneamente come la sintassi di questo linguaggio influenzi la percezione delle immagini e delle forme stesse.
Il problema del linguaggio (e quindi dell’architettura) è quello di rendere la comunicazione intelligibile ed efficiente ed Eisenman vede nell’incapacità comunicativa la crisi dell’architettura contemporanea: la soluzione si può quindi trovare in un’architettura “razionale” basata sulle proprietà delle forme generiche (volume, massa, superficie e movimento), epurate dai caratteri estetici e fenomenologici.
Letta al contrario la tesi diventa ancora più interessante: una volta stabilita una “struttura” di fondo capace di intessere un rapporto comunicativo (sia di carattere estetico che psicologico) con il fruitore, la “sovrastruttura” può denotare la qualità peculiare dell’architettura.
Se in Grand Theft Auto la volumetria e le superfici degli edifici di volta in volta definiscono l’intelligibilità dell’edificato (una strada di quartiere avrà affacci continui e più alti di una strada residenziale ad esempio), le modanature e le differenti texture possono dirci che ci troviamo a Chinatown piuttosto che nel quartiere delle stars. E l’ambientazione ci sembra familiare perché sotto i nostri occhi c’è l’immagine “idealizzata” della città, le cui componenti vengono mondate dai caratteri peculiari e rese seriali ed intercambiabili.
A pensarci bene è la stessa strategia adottata dalle varie Outlet Cities presenti in Italia: il favore del pubblico viene catturato tramite stilemi tradizionali (portici, piazze, torri) epurati e manieristicamente tradotti a scale ridotte, confacenti ai negozi presenti. La scenografia allude alla tradizione storica locale, ricalcando la fisionomia dei borghi antichi, secondo la stessa metodologia utilizzata da Rockstar per GTA.
Ecco quindi che gli avventori si trovano immersi in una realtà virtuale “concreta” e, così come per Liberty City, tutto appare “vero”.
2) Questione di carattere
In un certo senso anche Caniggia si è occupato di “leggibilità” formale degli edifici e quindi del tessuto urbano (non a caso il primo volume di composizione architettonica curato da Maffei ha come titolo “Lettura dell’edilizia di base”[2]). Traendo spunto dalla linguistica di Ferdinand de Saussure, in cui “langue” è la componente sociale-convenzionale del linguaggio, mentre la “parole” è l’aspetto individuale nell’uso di un codice, allo stesso modo Caniggia individua in architettura nella “langue” il tipo e nella “parole” l’oggetto edizio. Il tipo a sua volta è prodotto di una “coscienza spontanea” mentre l’oggetto edilizio progettato è la conseguenza della “coscienza critica”, che è sempre parziale, perché rappresenta una scelta fra le molteplici possibilità offerte.
L’enorme potenzialità offerta dalla categoria di “tipo edilizio” come idea “a priori” sta nella flessibilità offerta dall’analisi tipologica: nella lettura dell’edilizia storica è facile ricostruire il processo tipologico che ha trasformato il cosiddetto “tipo base” nelle innumerevoli varianti presenti sul territorio; allo stesso modo, a scala urbana, è possibile rinvenire i percorsi matrice o di impianto che uniscono i “poli” della città e quindi le ramificazioni secondarie.
Ogni città diventa pertanto unica grazie al riconoscimento e alla lettura delle stratificazioni tipologiche sincroniche e diacroniche avvenute alle diverse scale.
Un discorso a parte interessa invece la parte progettuale che segue alla lettura: come per lo scrivere infatti una cosa è conoscere la grammatica e tutt’altra è la stesura di un racconto o di un romanzo.
Non è certo il caso di soffermarsi sulla proposta di utilizzare leggi “tipologiche” propugnata dalla scuola caniggiana, ma di certo è singolare osservare come si tratti di un metodo controcorrente rispetto alla cultura dominante; Caniggia propone un’architettura in cui l’architetto si “mette in disparte” e non fa trasparire impronte personalistiche. Quella che chiama “cifra” oggi è il marchio di fabbrica di molti architetti famosi nel mondo (tanto per non cadere nel vago, Botta costruisce edifici tondi con mattoni, Meier riveste tutti gli edifici di piastrelle quadrate bianche, Calatrava progetta scheletri strutturali anch’essi bianchi). In un certo senso al “carattere” muratoriano viene sostituito il “brand” tanto caro a Koolhaas.
Ancora più interessante è il fatto che il costrutto tipologico a scala urbana ribalta completamente il punto di vista della pratica pianificatoria classica, in cui un approccio “top down” mira a governare dall’alto i sistemi urbani complessi attraverso schemi precostituiti: in questo caso infatti gli elementi urbani “crescono” secondo relazioni locali, per moltiplicazione e stratificazione, secondo un approccio “bottom up”.
Ritornando al discorso iniziale, la città diviene “coerente” perché mantiene un “carattere” unitario dato proprio dalla costruzione locale, ottenuta mediante le operazioni elementari di ripetizione e sovrapposizione. Non a caso anche i modelli di analisi ed intervento si stanno spostando dalle analisi globali del passato verso analisi locali e non lineari (ma di questo parlerò in un altro articolo). Allo stesso modo Liberty City sembra tanto coerente perché originata da infinte operazioni di moltiplicazione e sovrapposizione.
Da qui il fenomeno contradditorio che vede le città storiche stratificate riempirsi di “accidenti architettonici” (in virtù della spinta consumistica che chiede l’eccezionale, il mostruoso – inteso nel suo etimo, ovviamente – al fine di adempiere alla richiesta ultima dei centri storici, cioè lo shopping e il turismo) mentre i nuovi “villaggi” outlet (dedicati unicamente allo shopping) riprendono gli stilemi tradizionali attraverso le operazioni elementari dell’analisi tipologica.
Questa riflessione andrebbe però pronunciata con l’erre arrotolata e l’accento mitteleuropeo di Daverio; io non posso far altro che prenderne atto e passare ad altro.
3) Più vero del vero
Un altro autore che si è concentrato sulla “leggibilità” del contesto urbano è sicuramente Kevin Lynch: con “L’immagine della città”[3] si proponeva di analizzare la formazione dell’immagine urbana attraverso la percezione (non solo visiva, ma anche culturale, sociale e “sensoriale”) che di essa hanno i suoi abitanti. Credo che tutti conoscano questo libro e pertanto mi limito a far notare come in larga parte ricalca gli spunti da me riportati poco sopra; il pregio maggiore di Lynch sta forse nell’essere riuscito – al contrario degli altri due – a staccarsi da quello che è l’ambito proprio dell’architettura (la ricerca della forma), finendo per “invadere” campi spesso estranei, come la sociologia o la psicologia.
A ulteriore prova dell’eccezionalità de “L’immagine della città” è la stesura del successivo “A good city form”[4] nel quale Lynch ritorna al giudizio sulla “forma urbana”, sviluppando una teoria dell’estetica della città in grado di superare i formalismi geometrici ed il puro soggettivismo.
Ritornando al discorso della “forma urbanistica” e della “leggibilità” è indubbio che le periferie siano le zone in cui si riscontra la maggiore sofferenza: lasciate ai vezzi artistici di qualche architetto (o peggio ancora geometra), alla speculazione dettata dalla zonizzazione, alla cementificazione senza remore, le periferie perdono ogni barlume di “carattere” e si distendono in ammassi informi senza inizio nè fine.
Ecco ancora una volta che la realtà virtuale può essere d’aiuto nella comprensione dei problemi:mentre posso ammettere di “aver visitato” e “conoscere” luoghi come Liberty City o Cyrodiil, difficilmente posso dire di “essere stato” in qualche specifico paese dell’ interland di Milano. Proprio perché fortemente “caratterizzati”, questi luoghi, anche se virtuali, possono a tutti gli effetti essere considerati “più veri del vero”: l’immagine è chiara perché stilizzata ed idealizzata, solo per il fatto di fare riferimenti precisi a culture anche fittizie (ricordo che nella realtà non esistono popolazioni elfiche – a meno di non ricercare tribù boschive dedite alla coltivazione di erbe particolari -, eppure nell’immaginario virtuale essi sono dotati di una specifica cultura ed architettura).
Ora non voglio di certo proporre la caratterizzazione “a tema” dei vari quartieri periferici (una città non può essere un parco divertimenti, anche se luoghi come Venezia ci vanno molto vicini), ma credo sarebbe auspicabile una nuova sensibilità nella pianificazione urbana legata alle esigenze primarie degli individui, che vanno ben al di là dell’avere un tetto sotto la testa.
Lancio pertanto una provocazione: anziché considerare l’ambiente “virtuale” una forma di intrattenimento ludico, perché non cominciare ad analizzare in che modo questi ambienti riescono ad essere più coinvolgenti e familiari?
Il messaggio lanciato da Lynch si è perso sotto la coltre della burocrazia e del soldo facile: non possiamo continuare in questo modo e servono necessariamente nuovi paradigmi. Ma i nuovi paradigmi non possono essere ricercati nei vecchi testi: occorre cominciare a pensare in maniera trasversale.
[1] P. Eisenman, “La base formale dell’architettura moderna”, Pendragon : Bologna
[2] G. Caniggia L. Maffei, “Lettura dell’edilizia di base”, Alinea : Firenze
[3] K. Lynch, “L’immagine della città”, Marsilio : Padova
[4] K. Lynch, “Progettare la città: la qualità della forma urbana”, ETAS : Milano
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
E ora qualcosa di completamente diverso
13 luglio 2011 alle 4:31 pm | Pubblicato in Editoriali | 3 commentiEtichette: Christian Raimo, Comune di Bologna, Conflitto generazionale, Marco Mancassola, Mario Cucinella, Monty Python, Nuove generazioni
M
i è sempre piaciuto lo sketch dei Monty Python in cui la gente precipita dagli edifici e i due impiegati fanno scommesse su chi sarà il prossimo a cadere.
Lo sketch è degli anni ’70, ma è tragicamente attuale. Da diversi anni ormai assistiamo a un lento e costante “suicidio” sociale: ci hanno tolto prima la certezza del lavoro, poi quella della pensione, poi quella di uno stipendio decente per poterci permettere una casa o solo un mutuo, poi la possibilità di poter aver figli senza rinunciare a lavorare oppure dilapidare i propri risparmi in asili, poi la possibilità di poter vivere in un pianeta ancora vivibile e adesso si sta parlando di tagliare ancora i fondi ad ospedali e scuole.
Parlo di “noi”, perché considero la mia generazione (od almeno tutti coloro sotto i 40) le principali vittime del sistema scelto e portato avanti con nonchalance dalle generazioni precedenti. Mi dispiace, ma avete sbagliato su tutta la linea; non so dire se questo è dovuto ad ottusità, indifferenza per il futuro dei prorpi figli o semplicemente sano opportunismo, ma sta di fatto che siamo arrivati al punto di non ritorno.
1) Chi sarà il prossimo?
Quello che più mi scandalizza però non è tanto il comportamento poco lungimirante di chi ci ha preceduto o dei nostri politici, ma dei miei coetanei: mi sarei aspettato scontri, proteste, manifestazioni; invece noto sempre più spesso una generale accondiscendenza al sistema e appunto una inebetita accettazione del tracollo generalizzato.
Gli studi sono gestiti da persone che non sanno nemmeno usare il computer e sfruttano giovani per poche centinaia di euro al mese? E’ l’unico modo di lavorare, perché se non ci sono io sicuramente c’è qualcun altro che si prostituisce (intellettualmente, si intende) per pochi euro.
Le mazzette e le raccomandazioni sono l’unico modo per lavorare e fare carriera? Tanto lo fanno tutti.
Stiamo spremendo il pianeta come un limone, rendendolo giorno dopo giorno più invivibile? Spero proprio di non esserci quando ci toccherà vivere sotto terra.
La cosa che mi sconvolge è la mancanza assoluta di reazioni: sono il primo a non credere nelle “rivolte del popolo”, ma almeno una presa di posizione me la sarei aspettata.
Invece nulla.
Che sia la troppa televisione? O è la sindrome del cane bastonato, che alla fine se ne sta buono in fondo alla cuccia e non abbaia più?
Mancassola, in un articolo pubblicato su Il Manifesto del 7 novembre 2010, parla di sindrome “locked-in” per questa generazione: “Quando penso alla generazione cui appartengo, e a quelle che si affacciano a seguire, penso spesso alla sindrome locked-in. Come saprete, si tratta di una condizione poco gradevole. Persone che non controllano più alcun muscolo si ritrovano, perfettamente lucide, prigioniere dentro un corpo paralizzato – riuscendo al massimo a muovere una palpebra. [...] Le alternative, almeno a giudicare dal teatrino a oltranza che occupa la scena di questo paese, sarebbero le solite: diventare un cervello in fuga o carne da macello per il grande carnevale al potere. Fare la fila ai provini dei reality oppure, se si è ancora abbastanza freschi per soddisfare il mercato, provare a vendere tutto quello che si ha da vendere. [...] Torniamo alla domanda cruciale. Perché tutto questo malessere introiettato, questa consapevolezza solitaria e impotente, questa paralisi e questa scarsità di reazioni che siano soprattutto reazioni condivise? Perché questa “incoscienza di classe”? [...] La dispersione è l’orizzonte in cui siamo cresciuti. Abbiamo identità sincretiche, sfaccettate, frammentate e dislocate. Il mercato delle merci e delle esperienze ha instillato in noi, volenti o nolenti, la percezione che la vita vera fosse sempre altrove, sempre un po’ più in là, in un altro luogo [...]. Siamo cresciuti pensando che la nostra vita vera fosse altrove solo per renderci conto, infine, che forse non è più da nessuna parte. È anche per questo che essere qui e ora, in pieno, con l’altro e con la sua lotta, anche quando la sua lotta è così vicina alla nostra, ci è così difficile. [...] Perché la gioventù più connessa e con le risorse informative più elevate della storia si è rivelata, nei fatti, anche la più politicamente passiva? [...] La coscienza politica sembra esaurirsi nel cliccare “mi piace” sulla pagina di una petizione. [...] Guardo negli occhi gli uomini e le donne della mia età, e i ragazzi e le ragazze più giovani: ufficialmente, la loro frustrazione è quella di non riuscire ad avere tutto ciò che hanno avuto i loro genitori, di non riuscire a perpetuare lo stesso modello di benessere, di crescita e di sicurezza – vera o sognata che fosse – borghese. Sarà proprio questo il problema? La fiacchezza politica delle ultime generazioni non sta invece nel fatto che molti, semplicemente, nei loro cuori, non credono più nelle cose che dicono di desiderare e di rimpiangere? È sempre più ovvio che il problema non è perpetuare il modello delle generazioni precedenti. Si tratta di immaginare modelli nuovi. La sola via d’uscita dalla crisi è quella di trasformarla in un’opportunità. [...] Le generazioni precedenti ci hanno condotto in un vicolo cieco ed è inutile spingere per riuscire a percorrerlo. Sarà anche per questo che una parte ingombrante di quelle generazioni, soprattutto in questo paese, sessanta e settantenni uncinati al potere, con la faccia liftata e la coscienza sporca, se ne stanno piantati lì in mezzo, non accettando di farsi da parte, proiettando la loro ombra e ostruendo la visuale: per non farci vedere che la loro strada non andava da nessuna parte.”
2) Generazioni di mediocri
Diciamoci la verità: se questa generazione è insofferente, le generazioni precedenti si sono dimostrate incredibilmente mediocri ed incapaci: abbiamo politici che a malapena parlano correttamente italiano, molti ladri, diversi inquisiti, alcuni condannati in via definitiva; se un paese si giudica dalla testa siamo proprio nei guai.
E se vogliamo tornare in un ambito più vicino allo spirito di questo blog, pensiamo alla notizia apparsa oggi, che il nuovissimo stabile del Comune di Bologna verrà evacuato (!) per “rischio legionella e malattie respiratorie”. Mentre Cucinella se ne sta beato su Wired a crogiolarsi sugli allori, le sue architetture si rivelano sempre di più per quello che sono: bufale. Da tempo io stesso andavo dicendo che un edificio in cui si soffre di caldo d’inverno e si congela d’estate significa che è stato progettato da un incapace: non bastano alcuni pannelli fotovoltaici appiccicati sul tetto per trasformare un edificio in una architettura “verde”.
Se veramente vogliamo cambiare qualcosa anche nell’architettura occorre cambiare registro. La nuova sede del Comune di Bologna non è un’architettura bella, non è nemmeno funzionale: è l’ennesimo parto di una mente mediocre.
E’ finita l’epoca delle mezze calzette e continuare nel solco della mediocrità non potrà far altro che portarci lentamente verso il baratro.
Non è solo questione di scontro generazionale (perché credo ci siano tanti giovani là fuori migliori di questi signori) ma di economia.
Se leggiamo la classifica della competitività globale redatta dal World Economic Forum è possibile osservare come l’Italia sia in caduta libera.
Quest’anno siamo fra la Lituania (lo so che molti di voi non sapranno nemmeno dov’è: ve lo dico io, è fra la Polonia e la Lettonia) e il Montenegro (indipendente dalla Serbia solo dal 2006); è interessante notare come siamo addirittura sotto al Portogallo, fresco di crisi economica. Comportamenti come affidare l’azienda al figlio scemo, tutelare il sistema di raccomandazione in ambito pubblico e privato, favorire gli illeciti rendono più difficile la vita di tutti perché le aziende falliscono, la scuola e le istituzioni peggiorano e la società si impoverisce.
3) Basta somatizzare
La nostra generazione, anzichè parlare, somatizza (come dice Raul Cremona).
C’è un bel articolo di Christian Raimo che parla di “introiezione del conflitto”: “Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese [...]. Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. [...] Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca [...]. Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità. [...] La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.”
Io credo che la mia generazione sia migliore.
E il solo modo di dimostrarlo è quello di alzare la testa ed affrontare la gerontocrazia, la mignottocrazia, la mediocrità di petto, ad alta voce.
Ovviamente questo non vale per tutti …
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Architettura 2.0 – parte 2
23 aprile 2011 alle 6:17 pm | Pubblicato in Architettura, Editoriali | 2 commentiEtichette: Architettura, Architettura contemporanea, Bernard Tschumi, Editoriali di Architettura, Franco La Cecla, Mario Gaudelsonas, Peter Eisenman, Umberto Galimberti
L
a prima parte degli articoli dedicati alla “nuova architettura” si chiudeva con l’auspicio che la tecnologica informatica possa in qualche modo aiutare a rendere più responsabili i progettisti, poiché questo strumento agevola sicuramente i compiti basilari ma richiede anche una maggiore attenzione e conoscenza dei mezzi (ad esempio, non è più possibile disegnare un “muro da 30″, ma occorrerà specificare gli strati che lo compongono).
Responsabilità è una parola importante, soprattutto oggi che la professione si gioca più che altro su pubblicità e sconti nelle parcelle; inoltre il progressivo detrimento dell’insegnamento universitario e non, l’inerzia degli ordini professionali, la cancellazione delle tariffe minime (solo per citare alcune piaghe che colpiscono il mondo dell’architettura) non fanno altro che aggravare la situzione.
1) Fine delle responsabilità
Il Movimento Moderno si pone come ultimo colpo di frusta del pensiero positivista che affida alla ragione la capacità, pressoché illimitata, di poter dominare e controllare la realtà. Questa attitudine, che nasce con l’Illuminismo, pone l’accento sull’uomo e sulla certezza del progresso continuo materiale e spirituale e probabilmente tramonta definitivamente con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki: la stessa tecnologia capace di segnare le magnifiche sorti progressive dell’umanità poteva essere anche utilizzata per distruggere.
Nietzsche afferma che il meccanismo dal quale nascono i valori della civiltà occidentale si fonda sull’accettazione della vita nella forma della sua negazione. A questa forza reattiva (del “deserto del cammello”) si contrappone l’entusiastica accettazione della vita: entrambe sono partecipi della “volontà di potenza”. Tutti i valori dei nostri duemila anni di storia derivano da un diverso equilibrio fra questi due estremi. Socrate rappresenta, nella cultura occidentale, lo spartiacque fra istinto e intelligenza: dalla creatività e giocosità del dionisiaco si passa all’intellettualismo che tende a ridurre la totalità dell’esperienza umana alla sola conoscenza. La stessa morte di Dio attuata dall’Umanesimo in poi non ha liberato l’uomo, in quanto ha lasciato intatto lo spazio prima occupato da Dio, caricando l’uomo di quelle funzioni divine che aveva creduto di cancellare.
Anche Bernard Tschumi ricorda che “l’idea del piacere sembra tuttora un sacrilegio per la moderna teoria architettonica. […] L’avanguardia ha senza posa dibattuto opposizioni che nella maggior parte dei casi sono complementari. […] Al di là di questi opposti vi è la dicotomia fra le ombre mitiche dell’immaginario etico e spirituale di Apollo contrapposto agli impulsi erotici e sensuali di Dioniso. Le definizioni architettoniche, nella loro precisione chirurgica, rinforzano e amplificano le impossibili alternative: da una parte, l’architettura come cosa della mente, una disciplina smaterializzata o concettuale con le sue variazioni tipologiche e morfologiche; e, dall’altra, l’architettura come evento empirico che si concentra sui sensi, sull’esperienza dello spazio.”[1]
In “Architecture and Disjunction” si spinge più avanti: “Il confronto fra spazio e uso, proprio dell’architettura, con l’inevitabile separazione dei due termini, comporta che l’architettura è perennemente instabile, continuamente sull’orlo del cambiamento. E’ paradossale che tremila anni di ideologia architettonica abbiano cercato di sostenere il contrario: cioè, che caratteri propri dell’architettura sono la stabilità, la solidità, il fatto di avere basi salde. Io intendo sostenere, invece, che l’architettura è stata usata “contro natura”, contro e nonostante se stessa, dato che la società ha cercato di utilizzarla come strumento di stabilizzazione, di istituzionalizzazione, come mezzo per creare stabilità.”[2]
La crisi occidentale, preconizzata da Nietzche, si ritrova probabilmente nella volontà di alienare l’arte e la creatività da qualsiasi accezione propositiva e di incidenza sul reale. Non dimentichiamoci infatti che un eccessivo allentamento o avvicinamento di Apollo o Dioniso determina uno squilibrio pericoloso (nel primo caso una mancanza di senso e coerenza, nel secondo il rischio sempre presente del totalitarismo).
Ci ritroviamo così ad assistere impotenti al predominio di una classe di architetti che determina le configurazioni delle nostre città, ma che ora non ha neppure più la pretesa di incidere su di esse; come scrive La Cecla (il grassetto è mio): “E se gli architetti non fossero altro che artisti? Perché imputare loro una responsabilità che non hanno? In fin dei conti, come sostiene Massimiliano Fuksas […], il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose, di abbellimento formale, di decoro, di cose carine insomma. In un modo o nell’altro questo è l’alibi costante degli ultimi vent’anni. Gli architetti producono la “ciliegina”, anche se sempre di più il loro lavoro è essenziale al marketing dei prodotti, dei brands, delle agenzie di moda o di turismo o spettacolo per cui lavorano. Insomma le archistar sono nient’altro che artisti al servizio dei potenti di oggi, utili a stabilire “trends”, a stupire e a richiamare il grande pubblico con “trovate” che non sono nemmeno edifici, ma messe in scena, enormi cartelloni pubblicitari accartocciati a formare musei, sedi di agenzie di comunicazione e qualche spettacolare quartiere dineyzzato. […] l’architetto è un artista, ma, in un senso rinnovato, è più che altro un “trend-setter” […]. L’archistar non lavora per la moda, diventa moda egli stesso e dunque brand, logo, garanzia per poter firmare un pezzo di città, un museo, un negozio, un’isola di Dubai come fosse una T-shirt […]. Salvo poi richiudersi, coma fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, una artigiano che potrà al massimo dire: “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli”. D’altro canto non era questa la risposta che dava Mies van der Rohe, in avanzato nazismo, a chi lo criticava di essere un collaborazionista? “Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?””[3]
Eppure anche l’arte è τέχνη, ossia una conoscenza pratica e teorica allo stesso tempo, partecipazione consapevole al proprio operato. Nell’antica Grecia alla τέχνη partecipavano sia l’architetto, sia l’ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere.
Per Platone “la tecnica [...] si conforma come espressione e struttura della razionalità. Il motivo ritorna anche in Aristotele là dove giudica più degni di considerazione gli architetti (architéctona) rispetto ai manovali (cheirotechnikoi) non perchè, come da più parti si ritiene, nell’antica Grecia il lavoro manuale era disprezzato, ma perchè gli architetti, a differenza dei manovali che procedevano sulla base di una pratica empirica (empeirìa), disponendo di un sapere (epistéme) e di una conoscenza della causa (aitìa), rispondono ai requisiti del sapere tecnico che per questo si differenza dal sapere fideistico, dossico ed empirico“.[4]
2) Architettura, edilizia, téchne
E’ inutile girare attorno alla questione: credo sia palese che esista una netta distinzione fra gli oggetti eccezionali dell’architettura “globale” e gli oggetti comuni dell’edilizia. Ripercorro “al contrario” il dibattito del 1976 fra Gaudelsons ed Eisenman su “Oppositions”[5], ma che pare quanto mai attuale.
All’editoriale del primo, Eisenman parla di funzionalismo come attitudine umanistica fondata sulla centralità del soggetto; questa centralità non è solo ascrivibile al Movimento Moderno e si riscontra in tutte le architetture nelle quali l’aspetto programmatico determina la configurazione dell’edificio, in cui lo spazio è misurato dalle esigenze dell’uomo che lo abita.
Perché quindi – si chiede – continuare a perseguire un’attitudine umanistica nel momento in cui da tempo le altre arti ne hanno fatto a meno? Poiché l’architettura non può più rappresentare nulla, e meno che mai l’uomo che la abita, dovrà cercare di essere altro.
Gaudelsonas, dal canto suo, proponeva un neo-funzionalsimo non ingenuo come quello del Movimento Moderno, ma conscio dei problemi dell’oggi e capace di rielaborarli dialetticamente. Lavorare sul rapporto tra forma e funzione vuol dire, infatti, porsi il problema del significato della forma, della sua giustificazione, per sfuggire al baratro dell’arbitrarietà.
Letto dal punto di vista architettonico, la posizione di Eisenman – per quanto estremamente legata alla difesa delle sue case inabitabili – appare giustificata e connessa alla vicenda di “ribellione” al Movimeno Moderno che si sono trascinate fino ad oggi. Il tutto letto con l’attenuante che i grandi monumenti architettonici, anche se mostruosi, essendo anche “arte” possono essere anche “altro”: allo stesso modo è arte la “merda di artista”.
Letto dal punto di vista dell’edilizia anche la posizione di Gaudelsonas è estremamente ragionevole.
Perché se da un lato il funzionalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, è facile rendersi conto di come le regole funzionaliste tradotte in standards hanno spesso e volentieri salvato il costruito dalla catastrofe di professionisti ignoranti e supponenti (perché se il progettista ignorante è terribile, in quanto pericoloso, quello supponente lo è anche di più, perché si crede Le Corbusier quando invece non riuscirebbe neppure ad essere un bravo manovale).
Come afferma La Cecla: “Gli architetti hanno capito che il solo modo di sfuggire all’anonimato e alla impari competizione era sfruttare la capacità pervasiva della moda e al tempo stesso il suo carattere di costante under statement: come chiedere alla moda di essere etica, di sentirsi responsabile per la società? […] Gli architetti sono completamente presi dai propri alibi e, mentre la nave affonda, loro che una volta avevano competenze di carpenteria oggi si occupano di tappezzeria […]. Nessuno ce l’ha tanto a morte con Gehry come il rettore della Boston University John Silber, che ha scritto un libro efficace, da profano competente ma anche da cliente, il cui titolo suona: Architettura dell’assurdo. Come il “genio” ha sfigurato la pratica di un’arte. […] Ma il massimo è stato raggiunto da Frank Gehry, che nell’ultimo lavoro per i laboratori dell’MIT, lo Stata Center, il cuore della ricerca scientifica, ha completamente ignorato le indicazioni dei ricercatori, inscatolandoli nei suoi sogni di cipolle e spazi comuni, di allegre lavagne (lasagne?) curve, di trasparenze, mentre esperimenti e ricerca, laboratori e procedimento per prova ed errore richiedono una certa intimità, la capacità di chiudersi dietro una porta, la possibilità di molteplici studi paralleli. Certo Gehry si è poi risentito, quando il suo Genio non è stato apprezzato.”[3]
Ovviamente occorre anche rendersi conto che le posizioni di contrasto al Movimento Moderno sono più che ragionevoli: è finita l’era di un’architettura perentoria, che parla unicamente per regole. L’onda lunga del positivismo ha portato a teorizzare una costruzione urbana ed architettonica prettamente idealistica e razionale.
La “maglia razionale” di scelte imposte dall’alto, della divisione in settori stagni, delle logiche da PRG, è giunta ormai ad un termine irrevocabile: il lavoro deduttivo di regole a tavolino non ha più senso, perché le regole non possono più essere immutabili (ed in questo penso al modello di un città “viva” in cui i continui adeguamenti alle forze provenienti dal suo interno hanno portato a trasformazioni continue che la regola delle zonizzazioni non potrà mai esprimere).
Il procedimento deduttivo presuppone condizioni al contorno costanti, estremamente diverso dalle mutevoli esigenze della società contemporanea (pensiamo ad esempio a come sono cambiati gli standard abitativi in questi anni; eppure ci ritroviamo sempre con la stessa normativa, tanto che ormai “standard” non è più il parametro minimo di riferimento, ma è diventato il fine ultimo dei costruttori; hanno perso il loro carattere di innovazione e miglioramento della vita e si sono trasformati nell’opposto).
La tecnologia che si sta sviluppando oggi può fornire un grande passo avanti nella qualità del progetto edilizio, grazie ad una verifica continua ed in tempo reale della qualità del progetto e quindi un superamento dei limiti visti sopra non solo dal punto di vista teoretico ma anche dal punto di vista pratico.
3) Metodi da architetto
Paolo Portoghesi è un uomo fantastico.
Sulla rivista web HOUSE LIVING del gennaio 2010 appariva una sua intervista in cui si esprimeva contro ogni utilizzo forzato dell’architettura (il grassetto è mio):
“D: Qual è il confine tra estetica e funzionalità nell’architettura?
R: Le opere architettoniche devono migliorare la vita dell’uomo attraverso la bellezza e la funzionalità. Non bisogna mettere gli edifici in primo piano. L’architettura dovrebbe essere funzionale. Ora invece sembra che non esista e non serva più. A Roma è stato inaugurata la sede del MAXXI, il Museo d’Arte Contemporanea realizzato dall’archistar Zaha Hadid, la quale ha detto “vorrei dare ai visitatori l’impressione di andare alla deriva”. Ma questo non ha alcun senso quando si realizza una galleria d’arte: infatti ora bisogna trovare delle soluzioni per riuscire ad esporre i quadri.
D: Mi faccia un esempio…
R: Un buon esempio di architettura sono le residenze realizzate dall’architetto Cino Zucchi a Milano: sono in un quartiere con poco valore storico – il Nuovo Portello, hanno poco in linea con l’ambiente, ma ricordano le case di ringhiera milanesi. È riuscito a rispettare l’anima della città. Ogni città ha il suo carattere e l’architettura che non rispetta il luogo, priva la città del suo valore e demoralizza i cittadini.
D: Lei ha criticato le archistar e ha parlato di smania di protagonismo. Qual è il confine tra un’opera per l’artista e un’opera per i cittadini?
R: Celebrare il sé può anche essere corretto, ma fino a un certo punto. Bisogna tener conto delle responsabilità. Il quadro è un ornamento, se non piace si può staccare; l’architettura non possiamo rifiutarla. Gli artisti quindi devono essere prudenti.”
Eppure sempre Paolo Portoghesi ha progettato le “vele” a bassano del grappa, grattacieli di 45m di cemento che impatta in maniera notevole con l’ambiente circostante e che di dialogo col contesto hanno sicuramente ben poco.
Peccato.
Perché il libro “Geoarchitettura”, ad esempio, non mi era sembrato malvagio e pieno di ottimi spunti: “L’architettura in questi ultimi tempi è stata attraversata da un’ondata di caotica vitalità che genera allo stesso tempo ammirazione e disagio. Le grandi opere sono diventate popolari anche se ciò che esse comunicano non è di solito altro che la loro inedita struttura, la loro novità, la loro diversità, rispetto a tutto ciò che già esiste, una diversità ottenuta seguendo le leggi del messaggio pubblicitario, attraverso la sorpresa, il clamore, lo spaesamento”.
Occorre, scrive Portoghesi, che “l’architettura riconquisti la sua identità storica di disciplina al servizio della società e capace di aiutare l’umanità a prendere coscienza della responsabilità verso il futuro, rintracciando nel panorama mondiale quei frammenti ancora lontani da ogni possibile coagulazione. Questi frammenti, queste tracce sovente sono ben poco visibili e sono sempre il retaggio di un’indicazione appena presentita e il possibile collante è l’insegnamento della natura intesa come una totalità di cui l’uomo è parte integrante. Ma parlare della nascita di una nuova sensibilità, attenta alle ragioni e alle morfologie della natura non significa trattare di “architettura verde”, quella degli architetti sensibili all’ecologia ma priva di alcun “lievito ideologico” che possa essere riferito in modo esplicito al nuovo paradigma scientifico; non si tratta nemmeno di una ricerca di tipo formalistico sulla possibilità di realizzare strutture artificiali plasmate dal computer in base a modelli derivati dallo studio della natura con una sconcertante predilezione per le pieghe, le metamorfosi, gli sconvolgimenti. E, infine, non è certamente l’invocazione di un legame con la natura esteriore e imitativo.”[6]
Anche a livello legale, nei progetti di architettura, l’obbligo è di risultato, in quanto il contenuto del contratto di redigere un progetto si traduce nella concreta realizzabilità del progetto stesso: se parliamo di nuova sensibilità, credo che occorra legare questo concetto alla corretta attuazione dei propositi progettuali. Se da un lato il committente ha diritto di pretendere dal professionista un lavoro eseguito a regola d’arte e conforme ai patti, dall’altro il professionista è tenuto a comunicare al proprio cliente l’eventuale irrealizzabilità dell’opera.
Invece ad oggi si tende a confondere il progetto (o peggio, lo schizzo o l’idea progettuale) con la realizzazione stessa.
Provo un sentimento di grande ilarità quando vedo i famosi “schizzi progettuali”, in cui architetti di diversa estrazione si prodigano nel duro compito di piegare le leggi fisiche alla mercé del proprio cliente; per non fare nomi, ripropongo alcune tipologie di disegno che spesso si vedono in circolazione.
Peccato che spesso le cose non vadano proprio così. Come nel caso di Portoghesi, esiste uno iato sconcertante fra intenzione e realizzazione concreta (e che non viene colto dagli stessi architetti a quanto pare).
Mi sono soffermato a lungo, anche in altri articoli, sul ruolo dei modelli, perché credo che un problema fondamentale sia proprio l’interpretazione “umanistica” della raffigurazione (a partire dal Rinascimento in poi), in contrapposizione al valore empirico/progettuale degli stessi. Per questi motivi credo che le nuove tecnologie e la nuova sensibilità possano portare alla responsabilizzazione dei progettisti e alla realizzazione di modelli validi non solo a livello estetico ma anche a livello fisico.
…Continua
[1] B. Tschumi, intervista su “Architectural Design” n.47 del 1977
[2] B. Tschumi, Architecture and disjunction, The MIT Press – 1996
[3] F. La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri : Torino
[4] U. Galimberti, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli : Milano
[5] M. Gaudelsonas, Neo-Functionalism in “Oppositions” n.5 del 1976
[6] P. Portoghesi, Geoarchitettura, Skira : Milano
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
“Mi raccomando: questa volta cattivi, eh?”
Leggi anche:
Architettura 2.0 – Parte 1
Illuminazione stradale a LED – 3^ parte
30 marzo 2011 alle 11:36 am | Pubblicato in Editoriali, Illuminotecnica | 43 commentiEtichette: Apparecchio a LED, Apparecchio di illuminazione, CIE 191:2010, Coefficiente di manutenzione, Declassificazione, DOE, Illuminazione, Illuminazione mesopica, Illuminazione Pubblica, Illuminazione stradale, Illuminotecnica, LED, Luce bianca, NLPIP, TCO, UNI 11248, Zhaga
Illuminazione stradale LED___________________________________________________________________________________________________________________________ A
ncora una volta torno a parlare dei LED. Magari direte che sono fissato.
Eppure ho sentito il bisogno di scrivere ancora perché ci sono tante novità riguardanti questa tecnologia e la sua applicazione sulle strade.
Ormai molti impianti di prova che hanno superato i 3 o 4 anni ed è quindi possibile valutare le aspettative di vita confrontandole con le varie problematiche emerse, come rotture ed inefficienze; inoltre, a partire da quest’anno, incominciano ad affacciarsi sul mercato prodotti che dimostrano un buono sviluppo tecnico ed elettronico e che danno ampio spazio a margini di miglioramento nella parte fotometrica.
Un’altra notizia è quella che – chissà come mai – delle migliaia di ditte che si sono affacciate sul mercato per presentare questi prodotti ne sono sopravissute poche e le poche rimaste sono costituite al 95% da chi l’illuminazione già la faceva da tempo.
Il tutto a dimostrare la tesi ormai consolidata che questa tecnologia è stata presentata sul mercato con almeno 3 anni di anticipo sulle sue reali possibilità e questo anticipo sta rischiando di bruciare l’espansione di questa tecnologia sul nascere.
1) Il consorzio Zhaga per la standardizzazione dei LED
Per molti di voi la standardizzazione degli apparecchi LED sembrerà l’ultimo dei problemi, ma quante volte avete lanciato contro la parete l’ennesimo carica-cellulare con una presa diversa dalla versione precedente dello stesso telefonino? Oppure avete inveito contro i produttori di pneumatici, quando siete venuti a sapere che la vostra versione di battistrada è quella più rara e per questo dovete pagare un treno di gomme 400 euro in più di tutti gli altri?
Ecco, moltiplicate il tutto per le centinaia di euro che servono per la manutenzione degli impianti di illuminazione e potete avere un’idea di quello che è il costo attuale della varietà pressoché infinita di apparecchi a LED sul mercato, pochissimi dei quali sono intercambiabili o comunque hanno parti comuni con altri.
Perchè possiamo incrociare le dita e sperare che tutto vada bene, ma nel malaugurato caso in cui ci sia la necessità di cambiare un apparecchio LED dopo qualche anno dall’acquisto saremmo proprio nei guai: nel migliore dei casi la ditta non produrrà più l’apparecchio con caratteristiche simili a quelli già installati (basti pensare ad esempio che una delle marche più note, la RUUD, è già alla terza generazione in meno di quattro anni, con la prima generazione già fuori commercio e completamente rivisitata); nel peggiore dei casi la ditta sarà scomparsa dal mercato (vedi la nota in apertura) e occorrerà mettere “una pezza” di qualche tipo per non dovere cambiare per intero tutto l’impianto.
E anchese se non dovessimo cambiare per intero l’apparecchio le difficoltà sono sempre tante: ad esempio non esiste una tipologia unica di alimentatore per moduli LED e quindi se questo si rompe (e si rompe, fidatevi) occorre rivolgersi alla ditta produttrice del corpo illuminante per avere il pezzo di ricambio, senza la possibilità di sostituirlo con prodotti similari; per non parlare dell’impossibilità di organizzare una scorta di magazzino, poiché ogni ditta utilizza un alimentatore diverso dall’altro e quindi, a meno che non si voglia illuminare un intero Comune tramite “monomarca”, occorrerebbe avere in scorta almeno un paio di alimentatori diversi per ogni tipologia di apparecchio installato.
Come potete ben immaginare, questo significa porre un macigno alle eventuali economie di mercato e legare in maniera vincolante gli acquirenti ai produttori (vi siete mai chiesti perché non esiste ancora una presa “universale” per telefonini?).
Per porre un freno a questa “moltiplicazione infinita” e avvicinare la tecnologia LED a quella che è la standardizzazione già presente sul mercato è stato creato il consorzio Zhaga, di cui fanno parte anche Acuity Brands Lighting, Cooper Lighting, OSRAM, Panasonic, Philips, Schréder, Toshiba, TRILUX, Zumtobel Group e che si occupa di fornire una standardizzazione per le interfacce dei cosiddetti “LED light engines”: in pratica il consorzio vuole mettere a punto una base comune definita da 5 interfacce (supporto, alimentazione, controllo, fotometria e dissipazione) standardizzate su cui poi potranno inserirsi i vari “motori” LED.
Per lavoro verifico circa una decina di apparecchi a LED al mese e non sapete la fatica nel catalogare e confrontare le varie soluzioni: perché alcuni sono alimentati a 350mA, altri a 525mA, altri ad altre correnti e quindi hanno emissioni, temperature di funzionamento e curve di decadimento completamente diverse fra loro. Per non parlare della temperatura di colore, della capacità di dissipazione o delle perdite dovute poi all’alimentatore. Non esiste in pratica la possibilità di confrontare direttamente i prodotti fra di loro e l’unica soluzione è effettuare almeno un paio di calcoli illuminotencnici su strade tipo per vedere se l’apparecchio è buono oppure no (ma anche in questo caso la scelta è quanto mai variegata, perché non avendo la possibilità di regolazioni con slitta come gli apparecchi a scarica, ogni apparecchio LED va bene unicamente in determinate soluzioni ed è completamente inutile in altre, senza possibilità di avere l’elasticità necessaria a coprire le varie esigenze).
Il lavoro svolto dal consorzio Zhaga fa quindi ben sperare, non solo perché è partecipato da tutte le più grandi aziende del settore (e quindi ha un certo peso nelle decisioni riguardanti lo sviluppo dei prodotti di illuminazione), ma anche perchè – finalmente – non si avranno più prodotti a 3650K o 4215K, ma con temperature di colore standard, oppure moduli che emettono 5213lm e via discorrendo, ma emissioni scalate e univoche, e così via. Questo renderebbe sicuramente più facile la scelta del prodotto, ottimizzerebbe i costi di manutenzione e sostituzione e diminuirebbe notevolmente i costi di produzione e commercializzazione.
2) Manutenzione, luce bianca e tante bufale
Come si suol dire, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.
Quante volte ho richiamato l’attenzione sul mancato utilizzo dei corretti coefficienti di manutenzione nei calcoli illuminotecnici con apparecchi a LED oppure sull’uso errato e pericoloso della cosiddetta “declassificazione” dovuta alla luce bianca? Tanto più che, mentre per la manutenzione in effetti non esiste una legge che la regolamenti, per la luce bianca in Italia abbiamo l’unica norma al mondo che consente uno sconto oltre il 25% nella luminanza a terra per strade con traffico motorizzato (tutte le altre normative, quando lo consentono, prevedono uno sconto unicamente per strade pedonali o a traffico misto).
Mi chiedo inoltre perché nella norma non si parli semplicemente di tecnologie con Ra>60 o Ra<60 (discriminazione fra “luce bianca” e non) oppure di tecnologie con Ra<20 (assenza totale di discriminazione cromatica), ma tecnologie con Ra>60 e tecnologie con Ra<30 (perchè se fosse stato solo Ra<20 ovviamente non sarebbero state ricomprese le sorgenti a sodio alta pressione).
- Il corretto coefficiente di manutenzione
La norma di riferimento a questo proposito rimane la CIE 154:2003 – “The maintenance of outdoor lighting systems”; mentre fino a poco tempo fa esistevano pochissime indicazioni riguardo la corretta applicazione di tale norma (tranne ovviamente il mio sito
), oggi cominciano a comparire anche su internet le corrette metodologie di calcolo.
Fra questi vorrei citare la brochure di SITECO e il libretto sull’efficienza dell’illuminazione pubblica pubblicata dall’agenzia per l’energia portoghese.
In realtà non può esserci una vera e propria normativa riguardante il coefficiente di manutenzione, poiché nessuno può imporre una tempistica riguardante i cambi lampada o la sostituzione dei dispositivi: la decisione su durata e manutenzione deve essere fatta in base alle economie possibili e di comune accordo con il gestore/manutentore dell’impianto e quindi nessuno vieta di cambiare ad esempio le lampade ogni anno, con coefficienti più alti, ma questo comporta anche costi molto alti.
D’altra parte il piano di manutenzione è sempre obbligatorio (si veda il DPR 554/99, art 40) e pertanto non è neppure corretta la presentazione di coefficienti di manutenzione “calati dall’alto”, così come si vede nel 90% dei progetti illuminotecnici, senza una coerenza fra soluzioni manutentive e coefficienti utilizzati.
Solo una volta definito il piano manutentivo, è possibile capire quali coefficienti adoperare.
Il calcolo del coefficiente deve essere basato sulle caratteristiche dell’apparecchio, sulle condizioni del sito di installazione e sul piano di manutenzione programmato, secondo la seguente formula:
Il fattore di deprezzamento del flusso luminoso (LLMF) indica la riduzione del flusso della sorgente luminosa nel tempo.
Mentre per le lampade tradizionali è possibile fare riferimento ai cataloghi (o alla stessa CIE 154:2003 che presenta valori cautelativi), per le sorgenti a LED occorre fare riferimento alle curve fornite dai produttori, diverse a seconda della temperatura di giunzione considerata e della corrente di pilotaggio (ben consci però che il comportamento nella reale applicazione risulta in genere molto diverso da quello studiato in laboratorio, con alimentazione, sollecitazioni e temperature controllate).
Quindi, mentre per una lampada a scarica è possibile prevedere in maniera abbastanza accurata il decadimento, per una sorgente a LED occorrerebbe conoscere il lotto utilizzato (non so se ne siete a conoscenza, ma non tutti i lotti della stessa tipologia di LED sono uguali e cambiano molto a seconda dei controlli e del costo), la corrente di pilotaggio, la temperatura di giunzione media di funzionamento per ogni diodo presente all’interno dell’apparecchio (visto e considerato che molti produttori alimentano alcuni diodi con correnti differenti all’interno dello stesso apparecchio), il tutto sapendo che questi dati possono variare in maniera sensibile, visto e considerato che non stiamo parlando di misure di laboratorio, ma di applicazioni sul campo. Quindi non mi sembra stupida l’indicazione fornita dal documento portoghese di definire sempre e comunque un decadimento L70 a 65000 ore.
E a questo punto si capisce come le cosiddette “50000″ ore significano poco o nulla: un apparecchio LED potrebbe essere usato anche per 150000 ore, ben sapendo che in questo caso il coefficiente di manutenzione utilizzato risulterebbe infimo.
Il fattore di sopravvivenza della sorgente (LSF) indica la progressiva mortalità di una sorgente dopo un certo numero di ore di funzionamento.
In questo caso il documento portoghese indica una percentuale di rottura del 5% oltre le 12000 ore di funzionamento; altri, come la SITECO, indicano una percentuale di rottura del 2% a 50000 ore; altri ancora prevedono che i LED siano indistruttibili.
In ogni modo la differenza principale fra un impianto a scarica ed uno a LED risiede nel fatto che un apparecchio a scarica monta in genere una sola sorgente, mentre all’interno di un apparecchio a LED possono convivere fino a 100 diodi: questo significa che quando una lampada a scarica si rompe, questa va sostituita immediatamente, per mantenere le condizioni di giusta uniformità ed illuminamento della strada, mentre la rottura di un diodo LED all’interno dell’apparecchio può non comportare la sua sostituzione immediata (anche perché altrimenti i costi sarebbero altissimi).
Nei calcoli per un apparecchio a LED va quindi adottato un fattore LSF=1,00 se si prevede di sostituire l’apparecchio (o il modulo se possibile) alla rottura del primo diodo all’interno (pari quindi al fattore per una lampada a scarica), va adottato invece un fattore di almeno LSF=0,98 (per 50000 ore di funzionamento) se invece si lascia l’apparecchio invariato (ben consci però del fatto che non sempre la fotometria rimane inalterata allo spegnimento di un diodo).
Infine il fattore di deprezzamento dell’apparecchio (LMF) è dovuto in genere allo sporco che si accumula sul vetro di protezione (o alle lenti applicate ai diodi) e quindi è in funzione del grado di protezione IP dell’apparecchio, dell’intervallo di pulizia previsto dal piano di manutenzione e dall’inquinamento nell’area di installazione:
Attenzione: tutti questi documenti ci dicono una cosa importante (e che già avevo sottolineato in passato).
E’ ASSOLUTAMENTE FALSO CHE UN APPARECCHIO LED NON RICHIEDE MANUTENZIONE!
Tutti gli apparecchi LED infatti (così come gli apparecchi a scarica) richiedono un ciclo di pulizia eseguito almeno una volta ogni quattro anni in ambiente pulito se non si vogliono fare calcoli illuminotecnici con coefficienti di manutenzione estremamente bassi. E questa non è una cosa che mi sono inventato di sana pianta: basta fare un giro per la Bologna-Firenze ed accorgersi come non soffermarsi sugli aspetti manutentivi possa trasformare un buon impianto in galleria in una illuminazione “cimiteriale”.
Inoltre, come si può notare dal documento portoghese, utilizzare materie plastiche (come le lenti secondarie utilizzate da numerosi produttori) comporta un peggioramentodel 6% – 7% rispetto all’utilizzo della copertura in vetro; inoltre il cosiddetto vetro “autopulente” funziona solamente se leggermente convesso (altrimenti lo sporco non “scivola”): dimenticatevi quindi migliorie per vetri piani così come richiesti da alcune leggi regionali (ed in ogni modo è possibile prevedere un miglioramento di non più del 5% rispetto ai dati presentati sopra).
A questo punto siamo in grado di calcolare il fattore di manutenzione da utilizzare nei calcoli illuminotecnici (e conseguentemente anche il costo di manutenzione) per apparecchi a scarica e apparecchi a LED: il fattore di manutenzione da utilizzare è pari al punto più basso del grafico manutentivo ricavato secondo le tabelle viste sopra.
Tipo di manutenzione: cambio programmato lampada ogni 14000 ore (circa 3,5 anni) con contestuale pulizia del vetro
Costo intervento: 50 euro (prezzo lordo man. str. 2 operai con cestello, op. el. E.R.)
Costo annuale manutenzione: 14 euro circa
Coefficiente di manutenzione: 0,79
Tipo di manutenzione: cambio apparecchio a 50.000 ore (circa 12 anni) con fattore di decadimento L85 e pulizia del vetro ogni 16000 ore (circa 4 anni)
Costo intervento: 35 euro (prezzo lordo man. str. 2 operai con cestello, op. el. E.R.)
Costo annuale manutenzione: 9 euro circa
Coefficiente di manutenzione: 0,75
- Luce bianca e declassficazione
In base ai calcoli sopra (ma anche alle numerose evidenze sperimentali pubblicate ormai ovunque, si veda ad esempio: lo studio NLPIP sulle strade principali e locali o alle tesi pubblicate dall’Università di Padova sulle prestazioni dei LED e sui sistemi di illuminazione LED) si capisce come con prestazioni pressoché identiche (nel migliore dei casi) agli apparecchi a sodio e solo 5 euro di risparmio sulla manutenzione a fronte di circa 500 euro in più come acquisto iniziale, risultasse pressoché impossibile giustificare qualsiasi ipotesi di risparmio.
Ecco allora spuntare dal cilindro magico l’ipotesi “mistica” della declassificazione; mistica perché è più che altro questione di fede pensare che con una “luce bianca” sia possibile ridurre dal 25% al 50% il flusso luminoso dell’apparecchio mantenendo al contempo gli stessi livelli di illuminazione. Tanto più che – correttamente – la norma UNI 11248 “indica” e non “prescrive” la declassificazione per le sorgenti a luce bianca (si veda a riguardo l’articolo sui led precedente), lasciando quindi al progettista illuminotecnico la piena responsabilità di tale decisione (secondo gli art. 1176 e 2236 del Codice Civile). Questo significa che un progettista illuminotecnico deve applicare questa declassificazione con assennatezza e secondo criteri scientifici (e non fideistici): un impianto con meno luce del dovuto potrebbe non essere considerato a norma se non supportato da evidenze sperimentali che confermano la corretta progettazione.
E poiché noi siamo uomini di scienza e non di fede, facciamo sempre riferimento a studi scientifici consolidati e condivisi.
In questo caso il riferimento è dato dalla norma CIE191:2010 – “Recommended system for mesopic photometry”, che incorpora al suo interno gli studi ed approfondimenti nati in seno al progetto “MOVE”, di cui ho già parlato in un altro articolo.
Lo studio definisce una nuova curva di ponderazione in ambito mesopico, in sostituzione a quella attuale fotopica, per valutare il flusso luminoso di una sorgente; questa nuova curva è fatta in maniera tale da raccordarsi alla curva scotopica (CIE 1951) per valori bassi di luminanza e a quella fotopica (CIE 1931) per valori alti di luminanza.
Per semplicità, riporto solamente i valori più comuni di luminanza in rapporto alle tipologie di sorgenti più diffuse (a sodio alta pressione e a “luce bianca” a diverse temperature di colore).
Sorgente Sodio Alta Pressione:
0,75 cd/mq -> 0,83 cd/mq (+10%)
1,00 cd/mq -> 1,06 cd/mq (+6%)
1,50 cd/mq -> 1,55 cd/mq (+2%)
Sorgente Luce Bianca 3500K:
0,75 cd/mq -> 0,73 cd/mq (-3%)
1,00 cd/mq -> 0,97 cd/mq (-3%)
1,50 cd/mq -> 1,47 cd/mq (-2%)
Sorgente Luce Bianca 4000K:
0,75 cd/mq -> 0,70 cd/mq (-7%)
1,00 cd/mq -> 0,95 cd/mq (-5%)
1,50 cd/mq -> 1,45 cd/mq (-3%)
Sorgente Luce Bianca 5000K:
0,75 cd/mq -> 0,66 cd/mq (-12%)
1,00 cd/mq -> 0,93 cd/mq (-7%)
1,50 cd/mq -> 1,43 cd/mq (-5%)
Come si può vedere, rimane ben poco della riduzione permessa dalla normativa, soprattutto per valori uguali o superiori a 1,00 cd/m (vorrei quindi capire come verranno giustificati i progetti di alcune strade che da ME2 sono passate a ME3 con una riduzione del 50% del flusso): spero che nella revisione imminente della UNI 11248 si tenga conto di queste evidenze sperimentali perchè E’ ASSOLUTAMENTE ERRATO UTILIZZARE LA DECLASSIFICAZIONE SEMPRE E COMUNQUE.
3) Un passo avanti e un passo indietro
A margine delle considerazioni fatte sopra, esistono altri problemi legati all’applicazione estensiva di apparecchi a LED. Sembra infatti che, per un problema risolto (o comunque per alcuni dati che finalmente incominciano ad essere pubblicati), ne spuntino in continuazione altri.
- La scelta della classe di isolamento
Da qualche mese diversi produttori di apparecchi LED dichiarano che non è possibile garantire il corretto funzionamento degli alimentatori nei casi in cui l’apparecchio sia in Classe II: un alimentatore elettronico è infatti una parte molto fragile del sistema ed esposta alle sovratensioni.
Questo di per se è già un dato significativo, e conferma che un apparecchio LED potrebbe richiedere comunque interventi di manutenzione straordinaria prima della fine vita dichiarata (tra l’altro, vi siete mai chiesti perché a fronte di 15 anni di funzionamento, la garanzia si ferma generalmente a soli 3 anni?). Inoltre, mentre negli apparecchi a scarica è facile accedere al vano alimentatore, in molti apparecchi a LED è impossibile intervenire all’interno dello stesso e quindi, in caso di guasto, occorre sostituire l’intera armatura.
I vantaggi della Classe II di isolamento sono molteplici, perché non occorre più verificare e ripristinare in continuazione il collegamento a terra del palo e quindi la sicurezza è maggiore. Tornare alla Classe I sarebbe sicuramente un passo indietro, senza poi contare i maggiori costi di manutenzione derivanti da questa scelta.
D’altronde questo problema è comune a tutti gli alimentatori elettronici (anche quelli per gli apparecchi a scarica) e pertanto sarebbe auspicabile che venissero adottati sistemi di protezione adatti a garantire il giusto isolamento, senza dover per questo tornare a progettare impianti in Classe I.
- Le dimensioni contano
Tutti i manuali in circolazione che parlano dei LED pongono l’accento sulle piccole dimensioni dei diodi e quindi sulla possibile riduzione degli ingombri.
Questa è un’ottima cosa, perché riducendo le dimensioni degli apparecchi non solo si riducono le spese per i materiali, ma anche quelle per l’imballaggio e il trasporto, con conseguente abbattimento di CO2 (e soprattutto dei costi del carburante, che di questi tempi non fa mai male).
Già in passato diverse ditte del settore si sono impegnate alla riduzione degli ingombri con gli apparecchi a scarica (arrivando a lunghezze totali di circa 50 cm, di contro ai soliti 70 – 80 cm) diminuendo, tra l’altro, anche il carico sul sostegno.
Purtroppo, nonostante le buone premesse, ancora gli apparecchi a LED si aggirano su lunghezze di 80 – 100 cm ed hanno pesi notevoli. Ovviamente non è colpa dei produttori, ma del numero necessario di diodi per avere un sufficiente flusso luminoso totale e dal conseguente apparato di smaltimento del calore (a proposito: diffidate di tutti quegli apparecchi che non sembrano avere abbastanza “materiale” dissipativo, importantissimo per la garanzia di durata e mantenimento del flusso luminoso).
Progettare un apparecchio non significa semplicemente “mettere in fila” un paio di LED, ma rifinire il prodotto a 360°, occupandosi della fotometria e della parte elettrica, così come della dissipazione e del design. Un apparecchio a LED bellissimo ma che costringe ad aumentare le sezioni di un palo o la profondità di scavo dei plinti risulta inutile come un apparecchio mediocre, perché fa lievitare in maniera incontrollata ed inutile i costi di installazione.
4) Sapere fare i conti
Chiudo la discussione con un accenno a come dovrebbero essere eseguiti i conti economici in vista di una riqualificazione o nuova installazione di un impianto di illuminazione.
In questi casi occorre SEMPRE tenere in considerazione che:
- tutti gli apparecchi illuminanti di ultima generazione (siano essi a scarica o a LED) sono comunque migliori di quelli già installati e con qualche anno alle spalle: questo significa che necessariamente una riqualificazione con apparecchi prestazionali comporta sempre un miglioramento in termini di costo energetico e manutentivo (se questo non avviene o l’apparecchio scelto è scadente oppure l’impianto presenta talmente tante complicazioni/vincoli da non consentire margini di risparmio);
- in base al punto 1, risultano perfettamente inutili tutti quei documenti che dimostrano come la sostituzione di un apparecchio esistente con uno nuovo (sia esso a scarica o a LED) porta a dei risparmi: quale pazzoide mi chiedo vorrebbe sostituire un apparecchio esistente con uno che consumi più energia o faccia meno luce? Per capire quale tecnologia porti il maggiore risparmio (o un minore tempo di ritorno) occorre fare confronti fra diversi apparecchi performanti di ultima generazione (siano essi a scarica o a LED) e di diversi produttori che forniscano le stesse prestazioni illuminotecniche;
- in questo caso, come riporta il documento del NLPIP, “a complete comparison should demonstrate the system’s performance compared to alternative technologies that meet all of the required performance criteria. Evaluations should be measured or simulated excluding ambient light and should include consideration of the full system costs” ovvero “una comparazione completa [fra apparecchi illuminanti] dovrebbe dimostrare le performace del sistema confrontandole con tecnologie alternative che soddisfino tutti i criteri prestazionali richiesti dall’analisi. Tali valutazioni dovrebbero essere misurate o simulate escludendo le luci dell’ambiente circostante e dovrebbero includere un’analisi dei costi dell’intero sistema“. Quindi ad esempio non ha alcun senso presentare comparazioni in cui venga messo sullo stesso livello un apparecchio LED che produce circa la metà dell’illuminamento a terra rispetto al corrispettivo apparecchio a sodio alta pressione;
- includere i costi dell’intero sistema significa innanzitutto prevedere quale piano di manutenzione si vuole adottare per un determinato apparecchio e poi, in base a questo, definire le prestazioni raggiungibili ed i costi energetici e di manutenzione: ha poco senso presentare un risultato illuminotecnico con coefficienti di manutenzione alterati (tipo MF=0,90) ed in base a questo affermare che un apparecchio LED risparmia ed in più non necessita di manutenzione. Servono dati concreti e – purtroppo per loro – non possono essere i produttori a fornirli perché non sono loro a gestire l’impianto e rispondere dell’eventuale inadeguatezza dello stesso nel tempo;
- infine occorre eseguire analisi di TCO (Total Cost of Ownership) che includano TUTTI i costi inerenti all’impianto presentato (come ad esempio i costi di posa dei sostegni e linee, di posa dell’apparecchio, di manutenzione e pulizia).
Tutto il resto sono chiacchiere da bar.
S.V.B.E.E.Q.V.
Matteo Seraceni
Leggi anche:
Illuminazione stradale a LED – 1^ parte
Illuminazione stradale a LED – 2^ parte
Blog su WordPress.com. | Tema: Pool di Borja Fernandez.
Voci e commenti feeds.

























